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venerdì 24 maggio 2013
L'anteprima de 'Al confine del nero'...
di Mario M. Merlino
Oggi mi sento - e mi propongo - tanto simile ad attori e cantanti quando, intervistati alla radio in televisione sui giornali, parlano della loro ultima produzione come la migliore in assoluto. Non dirò che il libro in uscita a fine giugno sia l’ultimo perché non è l’ultimo e neppure il penultimo. Vi confesso, però, che questa seconda raccolta di racconti darà buon esito perché nata da buon seme. E la copertina… dai, sono grande!
Oggi vi racconto come nasce. Con Marco e Simone, giovani professionisti con l’estro per la grafica e la fotografia, percorriamo la via Tiburtina. Abbiamo bevuto una birra in attesa che si faccia ‘l’ora che volge al desio’ in cerca di uno di quei locali, squallida imitazione di quelli di Las Vegas, tutto luci colorate ed intermittenti. L’idea originaria è che io passi davanti ad uno di essi quale contrasto tra un vecchio (io!?) in declino e la fauna emergente di una subcultura del secondo millennio. Idea, a cui oppongo debole resistenza (forse per vanità segretamente offesa con tutti i miti della gioventù che vanno in frantumi…), perché conservo la convinzione, dal tempo della militanza, che è l’agire il metro di valutazione per la nascita di ruoli e gerarchie.
Percorriamo, dunque, la via Tiburtina e, poco dopo il carcere di Rebibbia, ci colpisce, novelli Siddharta sotto il ficus pippal, una costruzione a più piani, cattedrale laica nel deserto della modernità mai completata o in vana ristrutturazione. Un muretto una rete un cancello un cartello di divieto di transito risvegliano il mai sopito spirito libertario e l’irriverenza fascista, un connubio ormai familiare anche ai lettori di Ereticamente, a cui non so resistere. Fermiamo la macchina, scendiamo.
Apro una parentesi e, da istrione consumato, faccio un rapido resoconto su quanto ho in cantiere in modo che, a voi lettori e amici, l’arduo compito di prepararvi a nuove avventure letterarie inseguendo il fantasioso creativo e magico, va da sé dato il cognome (sapete che ‘merlino’ in lingua francone è lo smeriglio, il più piccolo falco esistente in Europa?), sottoscritto.
(Dopo l’estate dovrebbe uscire una antologia di quarantasei articoli di Robert Brasillach, apparsi sulle riviste della collaborazione, con un ampio saggio mio e di Rodolfo. Una pubblicazione che riempie, pur se in modo parziale – egli ne scrive uno a settimana o quasi dal 1941 all’estate del ’44 e questo significava almeno due volumi -, una mancanza intorno allo scrittore francese. Non solo egli è il poeta il narratore il cantore della giovinezza e dell’amicizia e della gioia di vivere, dunque, ma si mostra qui polemista aspro acuto e sprezzante, in qualche caso anche velenoso, che sembra volersi tagliare tutti i ponti alle spalle per correre incontro al suo tragico destino, verso quel palo eretto al forte di Montrouge dove, il 6 febbraio del ’45, l’attendono dodici bocche di fuoco avide del suo sangue, che fu infamia per chi volle versarlo).
(A quattro mani, forse a quattro zampe diranno i polemisti di professione che si annidano ovunque e di tutto hanno da sputare sentenza, mi sono imbarcato nell’avventura di scrivere un romanzo con l’amico Roberto su due giovani che vanno ad arruolarsi a La Spezia, dopo l’8 settembre 1943, nel battaglione Lupo della X MAS. Ognuno di noi s’è assunto il compito di svolgere un capitolo in alternanza in modo tale da costruire, con i colori del proprio linguaggio e la personale sensibilità, un percorso unitario e, al contempo, diverso. Sarete informati di come procede, al momento si va, e dell’eventuale sua pubblicazione per il prossimo anno).
Dunque, si tratta di scavalcare procedere fra mattoni e pietre e materiale abbandonato, in precario equilibrio, ma riuscirci nonostante l’ignobile mia pancia le articolazioni che sembrano cedere la vista appannata e incerta… che soddisfazione per il linguaggio del corpo! Quel corpo, che ci chiama ci richiama pretende soffre grida la sua libidine si esprime in ogni attimo e, sovente, noi altezzosi arroganti presuntuosi metafisici intellettuali non gli diamo ascolto lo trascuriamo lo schifiamo tutti compresi a costruire sogni illusioni inganni a rendere banali opinioni in grandiose ed immortali idee a stabilire gerarchie giudizi valori chi i buoni chi i cattivi dove cacciare i reprobi ergere piedistalli e tutta la paccottiglia da rigattieri della mente. E, non contenti, ci perseguitiamo tramite il senso di colpa e l’angoscia ansie egoismi onanismo…
Infine la fotografia-copertina. Guardare la devastazione. Colui che osserva la decadenza non necessita essere egli stesso decadente. Nietzsche aveva riconosciuto l’avvento del nichilismo e, al contempo, si considerava come colui che, per primo, era andato oltre. E quel raggio di sole al tramonto che promette la resurrezione del giorno a venire nell’alba sicura. Speranza e fierezza…
sabato 11 maggio 2013
La diffusione della lingua inglese e la colonizzazione culturale dell' Europa
di Michele Rallo
In principio era il latino, lingua dell'Impero Romano e poi, nel Medio Evo, lingua dotta e - nella sua versione "volgare" - lingua franca di tutti i popoli europei e africani ed asiatici che dell'Impero Romano avevano fatto parte.
In seguito, parallelamente al consolidarsi di diverse lingue "volgari" (cioè parlate dal volgo, dal popolo), il latino andava perdendo gradualmente il ruolo di lingua universale. Le lingue "parlate" diventavano - più o meno rapidamente - anche le lingue "scritte" dei popoli e, attraverso gli strumenti letterari (come da noi la "Divina Commedia"), si affermavano come lingue "nazionali". Rimaneva, comunque, l'esigenza di una lingua universale, di una lingua - cioè - che potesse essere usata nei rapporti diplomatici da tutte le nazioni e che fosse veicolo di cultura e strumento di comunicazione nei traffici internazionali.
Questa lingua avrebbe potuto essere la italiana, erede diretta della latina.
Ma il nostro ritardo nel raggiungimento dell'unità nazionale (ottenuta solo a metà '800) e poi la ridottissima espansione coloniale ci ponevano all'ultimo posto nella graduatoria delle nazioni neolatine: dopo la Francia, dopo la Spagna, dopo - addirittura - il piccolo Portogallo che poteva vantare un immenso impero coloniale, esteso dal Brasile all'Africa Australe.
La nuova lingua franca dei rapporti internazionali diventava dunque la francese: per secoli saranno redatti in francese sia i trattati diplomatici che gli accordi commerciali internazionali; e, per secoli, chiunque aspirasse a far parte della classe dirigente (politica, culturale, imprenditoriale) di qualunque nazione appartenente al "consorzio dei paesi civili" doveva necessariamente conoscere "il gallico idioma". A noi italiani la cosa andava abbastanza bene: il francese era una lingua affine alla nostra, con una grammatica simile, con tanti vocaboli che avevano una comune radice di derivazione latina, ed era - per gli studenti italiani - di facile apprendimento; contrariamente all'inglese ed alle altre lingue del ceppo germanico, con le loro grammatiche aliene, con i loro vocabolari incomprensibili, con i loro suoni aspirati e gutturali.
La primazia della lingua francese, però, era nient'affatto gradita dall'altra superpotenza europea, la Gran Bretagna. Non soltanto quell'idioma appariva ostico agli inglesi (per motivi speculari a quelli che lo rendevano familiare a italiani, spagnoli e portoghesi), ma tutto intero il "sistema" britannico soffriva per il primato linguistico di Parigi: per ragioni di prestigio, certamente; ma anche per ragioni pratiche, per esigenze commerciali, per aspirazioni culturali che avrebbero avuto evidenti ricadute in àmbito politico.
II momento della riscossa per Londra giungeva con la prima guerra mondiale e con l' ufficializzazione dell'alleanza di ferro con un lontano paese di lingua inglese: gli Stati Uniti d'America. Prendeva forma un blocco intercontinentale di lingua e di cultura anglosassone, formato dall'Impero Britannico con tutte le sue colonie e con i suoi grandi Dominionssemi autonomi (Canada, Australia, Sud Africa, eccetera) e, appunto, dagli Stati Uniti. Era quella che il generale Smuts - Ministro della Guerra sudafricano - chiamava "la federazione britannica delle nazioni" e che considerava estranea al consorzio europeo: «Tenete presenze che, dopo lutto. l'Europa non è casi grande e non continuerà ad apparir tale in avvenire... - affermava Smuts - Non è l'Europa soltanto che dobbiamo prendere in considerazione, ma anche l'avvenire di quella grande confederazione di Stati alla quale noi tutti apparteniamo.»
Ma era con la Conferenza della Pace (aperta a Parigi il 18 gennaio 1919) che il blocco anglofono portava l'attacco decisivo alla lingua francese. Il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson - non la conosceva. Probabilmente, in qualsiasi paese europeo uno come lui non sarebbe mai diventato Capo di Stato o di Governo; e, se ciò fosse accaduto, si sarebbe precipitato a prendere lezioni di francese. Nel paese dei cowboy, invece, l'arroganza imperava e il signor Wilson non si preoccupava di presentarsi ad un alto consesso internazionale senza conoscere la lingua parlata dai rappresentanti di tutte le altre nazioni (Gran Bretagna compresa). O, forse, era lutto calcolato.
In ogni caso, accampando la non conoscenza del francese da parte di Wilson (e non curandosi della non conoscenza dell'inglese da parte del Primo Ministro italiano), gli anglosassoni imponevano l'inglese come lingua della Conferenza. E questo` malgrado la Conferenza si svolgesse a Parigi e malgrado il francese fosse - come abbiamo visto - la lingua ufficiale della diplomazia mondiale. Cosi, mentre affermavano l'ingle
se come nuova lingua delle relazioni internazionali. gli anglo-americani iniziavano la colonizzazione culturale dell’Europa. La Francia non sembrava accorgersi di questa vergognosa manovra di spoliazione. Il Primo Ministro francese Clemenceau preferiva ostacolare le legittime aspirazioni italiane (per Fiume, per il Montenegro, per una posizione di prestigio nell’Europa Orientale), non rendendosi conto che - cosi facendo - candidava Parigi al ruolo di cameriera dell'Inghilterra (come dirà Mussolini).I frutti di quel nefasto gennaio |919 sono sotto gli occhi di tutti: la lingua inglese non ha soltanto soppiantato la francese come strumento di comunicazione diplomatica, scientifica e commerciale, ma è anche diventata veicolo di penetrazione culturale per gli Stati Uniti verso tutti i paesi del mondo e. segnatamente, verse i paesi europei.
Naturalmente. la penetrazione culturale è automaticamente uno strumento formidabile di penetrazione (e talora di colonizzazione) politica. La lingua è infatti veicolo di cultura scientifica, ma anche - e forse soprattutto - di cultura spicciola, popolare. La diffusione della lingua significa cinema, musica, letteratura; significa proporre l'immagine di un modello culturale e politico da far acquisire come “positivo” dalle popolazioni che si vogliono egemonizzare. Ecco, così, che accanto alla musica rock e alla festa di Halloween, i popoli europei hanno acquisito anche la mentalità dell` «arrivano i nostri», la convinzione che gli americani siano sempre i «buoni» della situazione, i «liberatori» impegnati ad esportare la democrazia - come ieri in Europa - in Vietnam, in Nicaragua, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria e così via.
Al di là comunque. Degli aspetti politici (che potranno successivamente essere oggetto di altra disamina), gli effetti pratici di una tale colonizzazione culturale sono evidenti. Si va dai nomi propri rielaborati in chiave anglica (Tonio diventa Tony, Maria diventa Mary, eccetera) ai titoli dei film che oramai ci vengono proposti direttamente in inglese: Pretty Woman (Bella Donna), Ghost(Fantasma), Star Trek, (Viaggio Stellare), Predator (Predatore) e via discorrendo.
E la pubblicità televisiva? Una volta si accontentavano di sovrapporre qua e là una frase in inglese, o di americanizzare le sigle: by Giorgio Armani per esempio. Adesso sono arrivati al punto di proporci George Clooney in uno spot tutto in inglese con sottotitoli in italiano. Avete capito? A noi, a casa nostra, sono riservati i sottotitoli: come se fossimo una tribù indiana in via di estinzione. Forse è questo il futuro che vogliono riservare alia nostra lingua? Da erede del latino, da lingua di Dante e di Petrarca a dialetto da riserva indiana?
Perché non reagiamo?
Perché non iniziamo. per esempio, a non comprare i prodotti che sono pubblicizzati in inglese?
sabato 30 marzo 2013
Chaos
di Claudio Mutti
Una volta constatato che nell'arco storico della tradizione greca, da Omero fino al cosiddetto "monoteismo solare", la dottrina dell'unità divina si trova variamente ma chiaramente attestata (1), è possibile porre una nuova questione, che a quella della dottrina dell'unità è strettamente collegata: è presente, nel pensiero greco, la nozione di un principio supremo al di là dell'unità stessa? In altre parole: è esistita presso i Greci la concezione secondo cui l'unità dell'essere, che trascende ogni apparente molteplicità, è a sua volta trascesa da un principio non determinato, così come secondo la dottrina taoista lo yu (l'essere) proviene dal wu, termine che non equivale ad un negativo "non essere", bensì ad un vuoto che è pienezza perfetta ed assoluta? E' questo principio non determinato che Anassimandro, "il primo metafisico" (2), ha voluto indicare sostantivando il neutro dell'aggettivo apeíron, -on?
A quanto risulta da una testimonianza di Teofrasto, Anassimandro "ha detto che principio ed elemento (archén te kaì stoicheîon) degli enti è l'infinito (tò ápeiron), introducendo per primo questo nome di 'principio'; e dice che questo non è né l'acqua né alcun altro dei cosiddetti elementi, ma una certa natura infinita (tinà phýsin ápeiron), altra da essi, dalla quale nascono tutti i cieli e i mondi che in essi sono" (3). Sotto il profilo etimologico, ápeiron può essere messo in relazione con péras, "limite", per cui si applica a ciò che è "privo di limiti"; anche facendolo derivare dalla radice verbale *per (peíro, peráo ecc.), si ha il significato di "non attraversabile, inesauribile", sicché, in ogni caso, l'ápeiron è l'"infinito". Non risulta strano perciò che l'ápeiron anassimandreo sia stato accostato al cháos della Teogonia di Esiodo (4). Secondo la teologia esiodea "invero primamente fu il Caos" ("étoi mèn prótista Cháos ghénet'") (5), da cui nacquero successivamente Gea, il Tartaro, Eros, l'Erebo, la Notte e da loro, a mano a mano, tutte le generazioni degli dèi. Con Esiodo, informa Platone, "concorda anche Acusilao, dicendo che questi due, Gea ed Eros, nacquero dopo il Caos" (6). Lo stesso concetto ricorre in Aristofane: "In principio era il Caos e la Notte e il nero Erebo e il vasto Tartaro" ("Cháos ên kaì Nýx Erebós te mélan prôton kaì Tártaros eurýs") (7). Nel libro XIV della Metafisica aristotelica leggiamo che secondo gli antichi teologi "regnano e governano (basileúein kaì árchein) non gli dèi primordiali (toùs prótous), come la Notte e il Cielo o il Caos o l'Oceano, bensì Zeus" (8). Usato da questi autori per designare il principio non formale degli dèi e di tutto ciò che esiste, il sostantivo neutro cháos acquista il significato estensivo di "spazio vuoto, distesa dell'aria" (9), come ad esempio in Bacchilide: "en atrýtoi cháei" (10) e in Aristofane: "tò cháos toutí" (11), "diapétei - dià tês póleos tês allotrías kaì toû cháous?" (12). Da questa accezione si passa a quella di "abisso sotterraneo, tenebra" (13), come nell'Assioco platonico, dove cháos indica il tenebroso ventre della terra: "ep'érebos kaì cháos dià Tartárou" (14); il vocabolo ha lo stesso significato nell'Antologia Palatina, dove Cerbero è "il cane del Caos" (15). Si ha così, per estensione, l'"ouranóthen mélan cháos" di Apollonio Rodio (16), reso da F. Vian con "noire béance émanée du ciel" (17). Erebo e Caos sono evocati congiuntamente anche da Virgilio e da Ovidio: "Erebumque Chaosque" (18), "Ereboque Chaoque" (19). Tuttavia Ovidio, il quale chiama Chaos l'immenso regno d'abisso attraversato da Orfeo (20), restituisce al termine il significato che ad esso compete nel contesto della teogonia:
Ante mare et terras et, quod tegit omnia, caelum,
unus erat toto naturae vultus in orbe,
quem dixere Chaos, rudis indigestaque moles
nec quicquam nisi pondus iners congestaque eodem
non bene junctarum discordia semina rerum. (21)
Massa informe e confusa, peso inerte, mucchio di semi scombinati: è il "chaos antiquum" in cui ritornerebbe l'universo qualora si confondessero mare, terra e cielo (22). È la materia informe, oscura e confusa ("aphanès kaì kechyméne amorfía"), che un Eros generato dal Principio ("he protospóros arché"), dopo averne estratto il tutto ("tò pân") come da un sepolcro, costringe a rifugiarsi nei recessi del Tartaro (23). Mentre questo valore "principiale" di cháos è recuperato dai Pitagorici, i quali ne fanno un simbolo dell'unità (24), lo stoicismo antico fa derivare cháos da chéo, "versare, fare scorrere", e gli attribuisce il significato di "acqua": "Nam Zenon Citieus sic interpretatur, aquam cháos appellatum apò toû chéesthai" (25). Stesso significato nel breve scritto plutarcheo Aquane an ignis sit utilior (26).
Lo zero matematico, dunque, è segno di possibilità infinita, cosicché esso ci rinvia immediatamente a quello Zero metafisico di cui René Guénon scrive: "lo Zero metafisico, che è il Non-Essere, non è lo zero di quantità più di quanto l'Unità metafisica, che è l'Essere, non è l'unità aritmetica; quel che così è designato da questi termini non può esserlo che per trasposizione analogica, poiché, per il fatto che ci si pone nell'Universale, si è evidentemente al di là di ogni dominio speciale come quello della quantità" (38). Guénon sviluppa ulteriormente il concetto dell'analogia tra zero matematico e Zero metafisico, affermando che quest'ultimo è principio dell'Unità e che il Non-Essere è principio dell'Essere. "Come il Non-Essere, o il non-manifestato, - egli scrive - comprende ed ingloba l'Essere, principio della manifestazione, così il silenzio comporta in sé il principio della parola; in altri termini, come l'Unità (l'Essere) non è altro che lo Zero metafisico (il Non-Essere) affermato, la parola non è altro che il silenzio espresso; ma inversamente, lo Zero metafisico, pur essendo l'Unità non affermata, è anche qualcosa di più (e diremo meglio, qualcosa di infinitamente più)" (39). Come è noto, l'ideogramma numerico corrispondente allo zero si presenta storicamente in due varianti, quella circolare e quella puntiforme; se nel primo caso esso rappresenta l'immagine dello spazio vuoto, nel secondo abbiamo invece un vero e proprio simbolo principiale ed assiale. Infatti il punto, l'unica figura priva di dimensioni, è il nihil che costituisce l'arché del tutto e su cui il tutto impernia la propria esistenza, come risulta particolarmente evidente se consideriamo la funzione di "motore immobile" (akíneton kinoûn) svolta dal punto al centro dello svastika.
Altrettanto evidente è il valore principiale connesso al simbolo del punto - immagine dell'arché in cui "era il Logos" - se consideriamo che secondo un celebre detto dell'Imam Alì il Verbo divino è contenuto nel puntino diacritico della bâ', la lettera araba con la quale comincia il primo versetto (la basmalah) della prima sura coranica (la Fâtihah): "Sappi - dice l'Imam - che tutti i segreti dei Libri celesti sono nel Corano; e tutto ciò che è nel Corano è nella Fâtihah; e tutto ciò che è nella Fatiha è nella basmalah; e tutto ciò che è nella basmalah è nella bâ'; e tutto ciò che è nella bâ' è nel punto; e io sono il punto sotto la bâ'" (40).
(Saggio pubblicato anche sulla pagina personale www.claudiomutti.com)
Ereticamente ringrazia l'Autore per il Suo contributo esclusivo e l' Amico Luca Valentini che ha coordinato l'attività
Note:
1. Cfr. C. Mutti, La dottrina dell’unità divina nella tradizione ellenica (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=1&id_news=204).
2. G. B. Burch, Anaximander the first Metaphysician, in "Review of Metaphysics", III, 1949-1950, pp. 137-160.
3. Theophr., Fragm. 12 A 9 D.-K.
4. F. Solmsen, Chaos and Apeiron, in "Studi Italiani di Filologia Classica", XXIV, 1950, pp. 235-248.
5. Hes., Theog. 116.
6. Plat., Symp. 178b.
7. Aristoph., Aves 693.
8. Aristot., Metaph. XIV, 4, 1091b6.
9. F. Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino 2004, s. v.
10. Bacchil., Epin. 5.27.
11. Aristoph., Nubes 424.
12. Aristoph., Aves 1218.
13. F. Montanari, ibidem.
14. Plat., Axioch. 371.
15. Anth. Pal. 16, 91.
16. Apoll. Rh., Argon. IV, 1697.
17. Apollonios de Rhodes, Argonauthiques, tome III, Paris 1981, p. 142.
18. Verg., Aen. IV, 510.
19. Ov., Metam. XIV, 404.
20. Ov., Metam. X, 30.
21. Ov., Metam. I, 5-9.
22. Ov., Metam. II, 299.
23. Luc., Erotes, 32.
24. Ps. Iambl., Theolog. arithm., 6.
25. Zen. Cit., Stoic. Vet. Fragm., I, p. 29.
26. Plut., Aquane an ignis sit utilior, 955.
27. Ov., Fasti, I, 103.
28. Dizionario sanscrito-italiano, Milano 1993.
29. Asram Vidya, Glossario sanscrito, Roma 1988.
30. M. Williams, cit. in: A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero" in Connection with the Indian metaphysics of space, "Oriens", vol.VII, 7-9, Summer 2010, p. 1.
31. A. K. Coomaraswamy, Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, Milano 1987, p. 488.
32. Brihad. Up., V, 1.
33. Brihad. Up., ibidem; cfr. Ath. Veda, X, 8, 29.
34. Asram Vidya, Glossario sanscrito, cit.
35. B. Heimann, Facets of Indian Thought, London 1964, p. 24.
36. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", cit., p. 1.
37. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", ibidem.
38. R. Guénon, La metafisica del numero. Principi del calcolo infinitesimale, Carmagnola 1990, pp. 86-87.
39. R. Guénon, Gli stati molteplici dell'essere, Torino 1965, p. 41.
40. Al-Qandûzî al-Hanafî, Kitâbu yanâbî'i 'l-mawadda, p. 79
Note:
1. Cfr. C. Mutti, La dottrina dell’unità divina nella tradizione ellenica (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=1&id_news=204).
2. G. B. Burch, Anaximander the first Metaphysician, in "Review of Metaphysics", III, 1949-1950, pp. 137-160.
3. Theophr., Fragm. 12 A 9 D.-K.
4. F. Solmsen, Chaos and Apeiron, in "Studi Italiani di Filologia Classica", XXIV, 1950, pp. 235-248.
5. Hes., Theog. 116.
6. Plat., Symp. 178b.
7. Aristoph., Aves 693.
8. Aristot., Metaph. XIV, 4, 1091b6.
9. F. Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino 2004, s. v.
10. Bacchil., Epin. 5.27.
11. Aristoph., Nubes 424.
12. Aristoph., Aves 1218.
13. F. Montanari, ibidem.
14. Plat., Axioch. 371.
15. Anth. Pal. 16, 91.
16. Apoll. Rh., Argon. IV, 1697.
17. Apollonios de Rhodes, Argonauthiques, tome III, Paris 1981, p. 142.
18. Verg., Aen. IV, 510.
19. Ov., Metam. XIV, 404.
20. Ov., Metam. X, 30.
21. Ov., Metam. I, 5-9.
22. Ov., Metam. II, 299.
23. Luc., Erotes, 32.
24. Ps. Iambl., Theolog. arithm., 6.
25. Zen. Cit., Stoic. Vet. Fragm., I, p. 29.
26. Plut., Aquane an ignis sit utilior, 955.
27. Ov., Fasti, I, 103.
28. Dizionario sanscrito-italiano, Milano 1993.
29. Asram Vidya, Glossario sanscrito, Roma 1988.
30. M. Williams, cit. in: A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero" in Connection with the Indian metaphysics of space, "Oriens", vol.VII, 7-9, Summer 2010, p. 1.
31. A. K. Coomaraswamy, Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, Milano 1987, p. 488.
32. Brihad. Up., V, 1.
33. Brihad. Up., ibidem; cfr. Ath. Veda, X, 8, 29.
34. Asram Vidya, Glossario sanscrito, cit.
35. B. Heimann, Facets of Indian Thought, London 1964, p. 24.
36. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", cit., p. 1.
37. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", ibidem.
38. R. Guénon, La metafisica del numero. Principi del calcolo infinitesimale, Carmagnola 1990, pp. 86-87.
39. R. Guénon, Gli stati molteplici dell'essere, Torino 1965, p. 41.
40. Al-Qandûzî al-Hanafî, Kitâbu yanâbî'i 'l-mawadda, p. 79
lunedì 1 gennaio 2001
La Cultura
Divisa spirituale del Militante della Tradizione Radicale Europea -si allude alle “radici” europee non ai rivoli sovrapposti nei millenni- evidenziamo alcune opere dell’Ultimo Filosofo, il Greco Friederich Nietzsche che nei suoi scritti, allegoricamente “scomunicati” dagli ugualitarsiti di ogni risma, vede nell’ELLADE DORICA lo schema del Divino e della Politica.




















