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sabato 21 aprile 2012

2765° Natale di Roma

Alessandra Colla




Il 21 aprile 753 prima dell’Era Volgare è una data che ancora si studia, nonostante la tragedia che sta vivendo il nostro sistema scolastico: il giorno fatale in cui Romolo, aggiogati all’aratro un bue e una giovenca, tracciò il solco che avrebbe fissato i confini dell’Urbe, continua a figurare fra le poche nozioni di base che devono (dovrebbero) figurare nel bagaglio culturale di ogni italiano.

Sappiamo ora che la fissazione della data, come riporta Plutarco, è frutto dei calcoli astrologici di Lucio Tarunzio Firmano (astrologo e matematico amico di Varrone) e non è mai stata provata scientificamente; e sappiamo pure che, curiosamente, fu un fiero avversario di pagani ed ebrei a riconoscerne per primo la validità — Bonifacio IV, sessantasettesimo papa della Chiesa cattolica morto nel 615, che identificò l’Annus Domini, l’anno della nascita di Gesù, con l’anno 754 a.U.C., ab Urbe Condita, cioè “dalla fondazione della Città (per eccellenza)”.
Ma non sono queste minuzie a contare: è il soffermarsi a pensare che in un giorno quantificabile dal punto di vista storico — e computato in modo così preciso da determinare la datazione dei millenni a venire — ha preso vita la costruzione sociale, culturale e politica più grandiosa dell’Occidente la cosa che continua a dare i brividi.

Al di là dei significati e delle valenze religiose o ideologiche strutturatesi attraverso i secoli, il Natale di Roma dovrebbe essere considerato una ricorrenza fondamentale per tutti, e particolarmente in questo momento storico: perché — di nuovo — al di là dei significati e delle valenze religiose o ideologiche la Roma dei sette re e della Res Publica rappresenta un autentico discrimen epocale capace di dar senso ai secoli e alle genti che verranno dopo di essa.

Lasciamo da parte tutta la retorica e la propaganda che nel bene e nel male hanno accompagnato il nome di Roma (soprattutto nel secolo scorso), e indugiamo per un momento a meditare sulle parole famosissime che Virgilio mette in bocca ad Anchise (Eneide VI, 851-853), quando dai Campi Elisi predice al figlio Enea gli eventi che verranno:

tu regere imperio populos Romane memento —
hae tibi erunt artes — pacisque imponere morem,
parcere subjectis et debellare superbos.

(«tu, o Romano, rammenta: governerai con mano ferma i popoli e queste saranno le arti che applicherai — imporre un costume di pace,
esser clemente con coloro che avrai sottomesso e abbattere, combattendoli, gli arroganti»).

Anche se certa critica individua in queste parole «la norma brutale dell’imperialismo romano assunta come canone della virtus» (così Luca Canali nel 1993), non facciamoci fuorviare dai condizionamenti culturali e ideologici ma consideriamo i princìpi generali enunciati da Virgilio: essi costituiscono, in tutta evidenza, le fondamenta su cui dovrebbe edificarsi ogni autorità statuale, indipendentemente dalla forma assunta — impero, monarchia o repubblica. (E non credo di essere troppo lontana dal vero suggerendo che questi princìpi sono così ampiamente suscettibili di attualizzazione da poterli recuperare per il corretto approccio a un’antica e alta concezione del Politico che riprenda finalmente il ruolo che le compete, sgombrando il campo dalle grettezze che hanno segnato decenni di storia italiana).

1)    Imporre un costume di pace. Naturalmente la critica ha sempre interpretato queste parole alla luce della politica estera di Roma: una politica, com’è noto, di conquista e di espansione, temperata però da un’autentica missione civilizzatrice della quale restano significative e cospicue vestigia in tutto il continente eurasiatico. Ma a dispetto del dettato costituzionale e delle celebrazioni per l’unità d’Italia è sotto gli occhi di tutti che la situazione interna della nostra nazione è improntata a molte cose ma non certo a una pace o pacificazione che dir si voglia: né sembra che esista una reale volontà di riportare i rapporti sociali nell’alveo di una organicità che, sola, può essere garante di armonia civile. Per quanto riguarda la posizione in materia di politica estera, non c’è bisogno di sforzarsi troppo per ricordare che l’Italia è da tempo impegnata in equivoche “missioni di pace” al fianco di potenze imperialiste e a sostegno degli interessi di queste.

2)    Esser clemente con coloro che avrai sottomesso. Il testo virgiliano reca parcere subjectis, ma la norma si è tradotta per noi in un più generico parcere victis, esser clementi con i vinti: ciò che dovrebbe valere come regola base nella gestione di ogni rapporto conflittuale. Per Cicerone, hostis era il nemico pubblico, il nemico dello Stato, colui “contro il quale sono state legittimamente prese le armi” ( Cicerone, Filippica IV,1); e in nessun caso la figura dello hostis va confusa con la figura dell’inimicus — il non-amico, il nemico personale nei confronti del quale è (o può essere) lecito nutrire sentimenti di rivalsa e/o di vendetta. Eppure, se guardiamo alla storia non troppo remota della nostra Unità, vediamo che l’atteggiamento dei conquistatori venuti dal Nord non sembra aver tenuto nel minimo conto quell’antico precetto. E se guardiamo alla storia ancor più recente, vediamo che gli esiti della guerra civile 1943-1945 sono inquadrabili nella medesima ottica. Considerare il nemico battuto in guerra non come persona-che-sta-dall’altra-parte bensì come non-persona tout court, alla quale negare ogni diritto e addebitare ogni colpa, è errore gravissimo — di più, irreparabile: nel Novecento, è stato commesso in terra italiana da italiani, e nel resto del mondo dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale; e il primo secolo del nuovo millennio ha visto crescere e consolidarsi la convinzione che “l’altro” fosse nientemeno che il Male Assoluto, al punto di consentire alla potenza imperialista statunitense di mettere a punto l’aberrazione etica e giuridica della “guerra preventiva”.

3)    Abbattere, combattendoli, gli arroganti. Ho tradotto volutamente il latino “superbus” con “arrogante” perché in italiano “superbo” può avere anche connotazioni positive (“un’accoglienza superba”), mentre “arrogante” ha sempre e soltanto un valore negativo: propriamente, “arrogante” è chi si attribuisce arbitrariamente qualcosa che non gli spetta. E qui entra in gioco, a mio avviso, una dimensione meno guerresca (per così dire) ma più civile di questo arbitrio: che vedo esercitato da troppo tempo e da troppe persone nell’impotenza e più spesso nell’indifferenza generale. Dove sono, oggi, gli arroganti? Siedono in Parlamento, nelle redazioni dei giornali, nei salotti televisivi... da dove esercitano lo strapotere che hanno arraffato per sé e che nessuno, sembra, riesce ad arginare. La loro tirannia è strisciante e fa meno paura perché non si traduce in violenza manifesta, ma questo non deve trarci in inganno: il diritto di resistenza — non contemplato in Roma antica, perché l’ordinamento repubblicano prevedeva una serie di meccanismi rigorosi atti ad impedire che un singolo o un’oligarchia potessero esercitare un qualsiasi arbitrio — è stato a un passo dal figurare nella stessa Costituzione italiana, ma a quanto pare non figura nel DNA dell’italiano medio, dimentico non soltanto dei diritti/doveri previsti dall’ordinamento repubblicano, ma anche dei passati splendori che pure hanno collocato il diritto romano alla base della giurisprudenza europea.



Come si vede, allora, anche un messaggio apparentemente così datato e di solito confinato (per pigrizia, per ignoranza, per distrazione) nelle pieghe della memoria scolastica può invece recuperare una novità di sostanza, se non di forma, tale da renderlo un valido spunto di riflessione — solo che si voglia andare oltre  la mera esteriorità e il velame, pur affascinante, di certa ritualità.

Nel giorno del Natale di Roma, dunque, chi lo desideri si raccolga a meditare su quelle parole, per ritrovare in se stesso l’eco di un combattimento che i migliori non hanno mai cessato.







Alessandra Colla

20 aprile 2012


venerdì 17 febbraio 2012

17-02-1600 In memoria di Giordano Bruno

È 1'8 febbraio 1600 quando il frate domenicano Giordano Bruno da Nola esce, per la prima volta in sette anni, dal palazzo romano del Sant'Uffizio (ultimato trent’anni prima per divenire la sede centrale dell'Inquisizione romana — tribunale e carcere insieme).


Vi è entrato il 27 febbraio 1593, in seguito all'accusa di eresia sollevata contro di lui da Giulio Mocenigo, l'abietto patrizio veneziano che prima l’aveva invitato nella Serenissima per farsi insegnare la nobile arte della mnemotecnica e poi l’aveva venduto all'Inquisizione — sembra per non dovergli pagare il compenso pattuito... Contro il domenicano pesa anche la testimonianza di un ambiguo frate cappuccino, tale Celestino da Verona, a sua volta imprigionato per eresia e collaboratore di giustizia ante litteram, per salvarsi la pelle (la delazione però gli servirà a poco: finirà anch’egli sul rogo, e per giunta cinque mesi prima della sua illustre vittima, il 16 settembre 1599).
 
Per ascoltare la sentenza di condanna a morte, ormai irrevocabile, Giordano Bruno viene condotto nell’abitazione del cardinal Madruzzi, che sorge in piazza Navona proprio accanto alla chiesa di sant'Agnese; duramente provato da sette anni di prigionia, di torture, di isolamento e di fermenti intellettuali inespressi, Giordano Bruno si erge tuttavia dignitoso e fiero di fronte ai suoi carnefici: terminata la lettura della sentenza, fatta nel grave silenzio di tutti gli astanti, la commenta con queste parole, le ultime di cui si abbia testimonianza: «Forse avete più timore voi nel pronunziare la mia sentenza, che io nel riceverla!». Non parlerà più con nessuno.

Il 17 febbraio 1600, in Campo dei Fiori, sotto gli occhi di una folla innumerevole e strepitante, Giordano Bruno viene condotto al rogo. Gli viene imposta anche l'onta della mordacchia, uno strumento che, introdotto in bocca, impedisce di gridare o parlare — la Chiesa di Roma esige l’ultima parola. Come da copione, un monaco si avvicina al condannato e gli accosta al volto un crocifisso: Giordano Bruno si gira sdegnoso dall'altra parte, deciso a morire solo — come solo, nella sua incompresa grandezza, è vissuto.

Impossibile tracciare qui, sia pure per sommi capi, un quadro appena esauriente della vita e delle opere di Giordano Bruno: del resto, qualsiasi buon manuale di storia del pensiero ne è prodigo, e la rete rigurgita di testi e analisi sul pensatore di Nola.
Allo stesso modo è impossibile riassumere l'essenza della costruzione ideale di Bruno, tutta incentrata sulla libertas philosophandi, cioè sulla libertà del pensiero che cerca la verità senza compromessi o accondiscendenze nei confronti degli "altri" — gli stessi di cui il filosofo dichiara orgogliosa mente, nell'epistola Adversus Mathematicos, di non voler essere «né scherano né servo». Proprio questa cerca assidua e radicale del Vero ad ogni costo è l’«heroico furore» che pervade il Bruno, assorbito nella sua missione al punto di giocarsi la vita per essa — più di due secoli dopo lo imiteranno (con esiti diversi) Hölderlin e Nietzsche, resi folli il primo dall'estasi poetica e il secondo da un filosofare "a colpi di martello".

Vale piuttosto la pena di soffermarsi sull'accanimento (certo degno di miglior causa) con cui la Chiesa perseguitò un pensatore non comune, un ingegno acutissimo e raffinato, una sensibilità sicuramente molto distante da quella del suo tempo. E, per farlo, partiamo proprio dalle accuse di quel fra Celestino da Verona che pagò con la vita la sua infamia.
La denuncia  di questo “pentito” si articola in 13 capi, alcuni dei quali non sono altro che mere bestemmie fine a se stesse, e che difficilmente un personaggio della levatura di Giordano Bruno avrebbe potuto pronunciare se non in un contesto ben preciso che naturalmente il disgraziato Celestino da Verona non riferisce — né avrebbe potuto farlo, viste le difficoltà d'interpretazione che certi testi del filosofo continuano a presentare anche per i più attenti esegeti. Altri, invece, svariano dal campo teologico a quello etico, sollevando interrogativi ai quali ancora oggi la Chiesa non sa dare risposta (come hanno ben dimostrato le acrobazie dialettiche con cui nel Duemila, a quattro secoli di distanza dal rogo di Campo de’ Fiori, il Vaticano ha chiesto scusa per quell’assassinio cercando di dare un'impossibile "giustificazione" del suo operato). Vediamoli.

Celestino da Verona, dunque, «denunciò che Giordano aveva detto: 1) Che Christo peccò mortalmente quando fece l'orazione nell'orto recusando la volontà del Padre, mentre disse: “Pater si possibile est, transeat a me calix iste”. [...] 5) Che si trovano più mondi, che tutte le stelle sono mondi, ed il creder che sia solo questo mondo è grandissima ignoranza. 6) Che, morti i corpi, l'anime vanno trasmigrando d'un corpo nell'altro. 7) Che Mosè fu mago astutissimo [...] e ch'egli finse aver parlato con Dio nel monte Sinai, e che la legge da lui data al popolo ebreo era da esso imaginata e finta. [...] 9) Che il raccomandarsi ai santi è cosa redicolosa e da non farsi. 10) Che Cain fu uomo da bene, e che meritamente uccise Abel suo fratello, perché era un tristo e carnefice d'animali. [...] 13) Che quello che crede la Chiesa, niente si può provare».

Non c’è bisogno di essere raffinati teologi per capire che all’epoca (ma non soltanto allora….) simili affermazioni costituivano uno scandalo gravissimo e una seria minaccia alla solidità dell’edificio cattolico: al punto 1, da quell'abbozzo di rifiuto della volontà del Padre affiora tutta la dolente umanità del Cristo, capace di peccato e quindi non tanto figlio di Dio quanto piuttosto figlio dell'uomo; il punto 5 mette in discussione l’intera cosmologia creazionista con tanto di annessi e connessi; nel punto 6, sono la psicologia e la metafisica cattoliche a diventare oggetto di dubbio (per non parlare dell’implicita messa in discussione del Giudizio Universale);  al punto 7 si attacca uno dei capisaldi della religione cristiano-cattolica, che vede nelle Sacre Scritture la Verità rivelata; col punto 9 si condanna senza appello la superstizione accettata in tempi remoti dalla Chiesa trionfante per aver ragione del politeismo spicciolo professato dal popolino e conquistarsi il consenso delle masse più o meno convertite (a forza o spontaneamente, poco importa); il punto 10, se è vero (il che, per quanto riguarda la scrivente, basterebbe da solo a fare di Giordano Bruno un gigante) riprende in modo forse un po' radicale la squisita sensibilità di Leonardo da Vinci (che già cent’anni prima vagheggiava un tempo in cui l'uccisione d'un animale sarebbe stata considerata e punita come quella di un uomo) e attacca pesantemente l'antropocentrismo cristiano-cattolico. Il punto 13, poi, dà il colpo di grazia all'edificio ideologico della Chiesa di Roma e ne mina dalle fondamenta il potere temporale — c’era bisogno d’altro?
Naturalmente non fu soltanto sulla base di queste accuse (vere o presunte) che Giordano Bruno, definito nell’atto d’accusa «... heretico impenitente, pertinace et ostinato» venne incarcerato, riconosciuto colpevole e consegnato al braccio secolare dall'ipocrisia della Chiesa.

Nel Duemila la Chiesa — s’è accennato — ha chiesto perdono per la sua uccisione, dichiarandosi «in debito con lui per averlo privato del bene più grande: la vita»: così monsignor Pietro Nonis, vescovo di Vicenza e già prorettore dell'Università di Padova, in un'intervista rilasciata all’ “Avvenire” il 16 luglio 1998, in previsione dell'anniversario ormai imminente.
Eppure proprio in quel XVI secolo che sarebbe trapassato nel XVII in un divampar di fiamme il teologo francese Sebastiano Castellione aveva compreso che «Uccidere un uomo non è difendere una dottrina. È semplicemente uccidere un uomo». La Chiesa non lo capì allora, e forse non lo capirà mai.

Alessandra Colla


mercoledì 26 gennaio 2011

Intervista ad ALESSANDRA COLLA


Alessandra Colla è nata a Milano nel 1958; sposata, ha un figlio.

Laureata (cum laude) all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, giornalista pubblicista, si occupa da sempre di scienze umane.
È stata fra gli animatori delle Edizioni Barbarossa (1980, poi Società Editrice Barbarossa dal 1989) e del mensile "Orion", che ha contribuito a fondare (1984). Da qualche anno collabora con le riviste "Eurasia" e "Terra insubre"; dal 2004 ha aperto diversi blog (quello attuale è alessandracolla.net).

Nella sua produzione trentennale (articoli, saggi, conferenze, traduzioni) si segnalano «Quella femmina... fatta a pezzi» (“Risguardo IV”, Ar, Brindisi 1985); L'uomo (eco)illogico (Società Editrice Barbarossa, Milano 1994); «Donne, streghe, ribelli: il caso o la necessità?», in: AA.VV., Rivolte e guerre contadine (Società Editrice Barbarossa, Milano 1994); traduzione e cura del saggio di Roger Stéphane Ritratto dell'avventuriero (Società Editrice Barbarossa, Milano 1994).

Intervista a cura di Steno Lamonica


1)      Una donna, colta ed affascinante, di destra. Uso tale termine solo per comodita’, lei non ama etichette. Raro una donna con noi, unici ribelli

Se, come dice Umberto Eco, «la persona colta non è quella che sa quando è nato Napoleone, ma quella che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui le serve e in due minuti», allora probabilmente è vero, sono colta. Affascinante non so, lascio il giudizio a chi mi conosce.
La prego con tutto il cuore di risparmiarmi il “di destra”. La dicotomia destra/sinistra ha fatto più danni e più morti dell’ira di Achille… È verissimo che non amo le etichette: la definizione è sempre un limite, e uccide la complessità.
Oggi come oggi, poi, per un movimento la rarità mi sembra consistere non tanto nell’annoverare tra le proprie file delle donne, quanto piuttosto delle persone veramente libere.
 

 2)      L’impero USA, una catastrofe per l’umanita’. Chi lo vincera’? 

Per certi versi è intrigante attribuire agli Stati Uniti la qualifica di “impero”: è come se ci si trovasse ancora in un tempo grandioso e squassato da scontri titanici. In realtà quello americano, a mio avviso, è un brutale imperialismo aggravato da delirio paranoico. E poiché certe patologie si risolvono soltanto con la morte del paziente, suppongo che occorrerà aspettare la fine degli Usa così come li conosciamo noi adesso. Non mi sento di fare previsioni: credo sia impossibile, oltre che inutile. Poiché siamo in piena globalizzazione, e poiché tutto ciò che (almeno a livello macroscopico) accade in una parte del pianeta si ripercuote altrove, non mi sento di escludere che i molti imprevisti che si verificano giornalmente dovunque nel globo rappresentino di fatto altrettanti contraccolpi sul sistema Usa, che già mostra la corda — anche se qui da noi resiste l’immagine del sogno americano. Naturalmente, se davvero si riuscisse a costituire un fronte comune eurasiatico in grado di contrastare l’unipolarismo statunitense sia a livello economico che a livello culturale si aprirebbero nuovi scenari ancora parzialmente da descrivere: ma ho la sensazione che la fine della potenza americana potrebbe arrivare prima di quanto si pensi, e forse non nei modi che molti, poco caritatevolmente, si aspettano.


 3)      Nietzsche e la politica. L’ellenico “farmaco” per l’orribile presente?

Credo che Nietzsche abbia a che fare col Politico più che con la politica. Così sui due piedi, di ellenico mi viene in mente soltanto un termine: e precisamente l’apolitìa di cui diceva Evola. Aggiungo, parafrasando proprio Evola, che il senso del Politico (come la religione) è un’equazione personale.


 4)      Sono irrispettoso se le rubo del tempo chiedendole un parere su…Gianfranco Fini? Quali forze dietro di lui?

Non irrispettoso: sfortunato. Perché non ho niente da dire su Fini. Personalmente non credo che sia manovrato o agito da forze occulte: sono più propensa a credere che da tempo porti avanti un percorso personale volto al raggiungimento di un obiettivo ben preciso. Adesso come adesso, sembra che il suo progetto abbia subito una battuta d’arresto: lui stesso, se non ricordo male, ha dichiarato di aver perso una battaglia ma non la guerra.

5)      Le “ministre con i tacchi a spillo”. Aspetto della cachistocrazia o ginecocrazia?

Cachistocrazia con la “c” maiuscola, direi. E un pessimo servigio reso alle donne.


 6)      Alessandra Colla, Pierangelo Buttafuoco, Massimo Fini; silenzio televisivo su di voi. Vendetta rancorosa della plutocrazia?

Troppo onore… La ringrazio del lusinghiero accostamento. Ma devo dire che non mi pesa l’indifferenza mediatica: la televisione ovvero la visibilità di cui essa è mezzo è un’arma a doppio taglio. Diciamo che preferisco poche persone che leggono quello che scrivo, meditando le mie parole e dedicando un po’ del loro tempo soltanto al mio pensiero, a una folla di spettatori che fanno altro mentre parlo, sono distratte da quello che vedono ed equivocano su quello che dico. L’ideale sarebbe una via di mezzo fra lo stile pitagorico e la radio, insomma.


 7)      I giovani, bevono molto, si abbronzano alquanto, fumano tanto, consumano troppo, leggono poco. “Fiamma Futura” pone la cultura in primissimo piano. Ha dei suggerimenti?

Credo che spesso, quando si parla di cultura, ci si dimentichi della sua etimologia, che rimanda al coltivare. E coltivare è un’attività sicuramente capace di dare grandi soddisfazioni, ma altrettanto sicuramente faticosa e dall’esito incerto, a causa delle molte variabili in gioco. Allo stesso modo, fare cultura è un’impresa grandiosa, ma non necessariamente destinata al successo: in buona  sostanza si investe sul futuro, e le gratificazioni immediate sono rare e difficili da conseguire. Così, risulta infinitamente più semplice e comodo lasciare che il germoglio cresca per suo conto, assecondandone l’inclinazione anziché cercare di orientarlo correttamente. La tendenza, negli ultimi decenni, è stata esattamente questa, e mi sembra un segno dei tempi: nel senso che non è una peculiarità di questo Stato il quale, non essendo più sovrano, non ha più autentici valori da trasmettere; bensì è un atteggiamento riscontrabile praticamente dovunque vi siano delle realtà giovanili in aggregazione — si preferisce catturare, non importa come, il consenso immediato delle giovani generazioni piuttosto che impegnarsi sul lungo periodo in un’opera di sincera educazione: nel senso stretto di e-ducere, cioè condurre la persona fuori dalla condizione di primitiva ignoranza per aiutarla a conseguire l’integralità e la pienezza della dimensione umana nella sua accezione più alta.
Comprendo benissimo che invertire la tendenza è, se non impossibile, sicuramente arduo: tuttavia credo che sia un preciso dovere, per chi ancora riconosce certi valori, applicarsi a mantenerne la vitalità e a trasmetterne il messaggio alle generazioni che verranno. Evangelicamente, di tanti semi ne andrà qualcuno a buon fine…


 8)      Nel suo sito (www.alessandracolla.net ) tra le cose che ama cita gli animali e tra quelle che detesta lo “stato pontificio”. Ci spieghi.

A voler essere pignola, dico precisamente che mi piacciono i primi e non mi piace il secondo: ma il senso, ne convengo, è lo stesso. La spiegazione potrebbe andare molto per le lunghe, ma cercherò di compendiare.
Gli animali, o come preferisco dire i senzienti non umani, giocano un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità: tutte le civiltà precristiane tributavano agli animali un riconoscimento ontologico e metafisico che i monoteismi hanno, nella migliore delle ipotesi, ignorato; per converso, nessuna civiltà precristiana ha mai investito l’essere umano di quel diritto d’arbitrio sul pianeta che costituisce, invece, la cifra del monoteismo giudaico-cristiano. Ho cominciato ad occuparmi di questioni inerenti al cosiddetto animalismo (uso il termine per pura comodità, La prego di accettare la convenzione) quando ero una ragazzina — parliamo di trentacinque anni fa — prima in modo “viscerale”, e poi spostandomi su di un piano più strettamente filosofico: il che ha comportato il necessario ripensamento della posizione dell’uomo sul pianeta e in relazione agli altri viventi. Poiché ho studiato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ho avuto modo di approfondire il pensiero cattolico (quindi giudaico-cristiano) in relazione non solo a questo argomento, bensì anche alla costruzione dell’edificio ideologico che ha permesso alla Chiesa di Roma di colonizzare, devastandoli, terre e spiriti nel corso di duemila anni: e sono approdata alla convinzione che nel mio personalissimo orizzonte metafisico nulla di ciò che attiene al cattolicesimo può trovare posto. È una questione di etica, direi; ma soprattutto di Weltanschauungen assolutamente irriducibili.


 9)      Lei ha il merito di essere stata tra le prime persone in Italia ad interessarsi di Ipazia. Avremo il piacere di un suo libro su questa affascinante filosofa trucidata dall’intolleranza?

La figura di Ipazia non è soltanto affascinante, come dice bene Lei, ma incute rispetto: il momento storico in cui si svolge la sua vicenda, la sua storia e la sua terribile fine meritano più di una pellicola non particolarmente riuscita e di qualche narrazione troppo romanzata. Continuo a raccogliere materiale e a studiare: può darsi che prima o poi, se e quando riterrò di esserne all’altezza, mi provi a cimentarmi nell’impresa…


 10)  113 basi NATO in Italia,alcune in odore di atomica. Noi chiediamo la fine dell’occupazione militare straniera. La sua opinione?

Credo che si potrebbe ripescare un vecchio slogan: “via l’Italia dalla Nato, via la Nato dall’Italia”. Di fatto, la posizione di sudditanza della nostra nazione rende al momento impossibile non dico progettare un futuro, ma anche soltanto riappropriarsi di un presente assai critico. Naturalmente, sui motivi che hanno portato l’Italia a diventare una colonia statunitense ci sarebbe da dire parecchio: mi limito a ricordare che Mussolini, profeticamente, aveva definito l’Italia “una portaerei nel Mediterraneo”: gli americani hanno capito tanto bene la lezione da metterla in pratica con estrema concretezza. Sulla fattibilità di una liberazione dall’occupazione militare sono un po’ scettica: non vedo, per il momento, un popolo italiano in grado di lottare compatto per questo obiettivo; e, come diceva l’amico e maestro Carlo Terracciano, “guai a chi non sa portare le sue armi, perché dovrà portare quelle degli altri”.


 11)   Lei onora l’Ellade e la Magna Grecia. In un “Manifesto Politico Nazionale” potrebbe comparire questo asse culturale per rinsanguare le radici nazionali e paneuropee mentre assistiamo allo scempio dell’invasione clandestina planetaria?

In tutta sincerità, credo che l’immigrazione (clandestina o no) sia un effetto più che una causa. E temo di più l’omologazione culturale ai modelli d’oltreoceano che la perdita d’identità per colpa degli extracomunitari. Visto che in questa chiacchierata aleggiano spiriti antichi, vorrei ricordare che ogni Impero, a partire da quello romano, è per sua natura multiculturale. Ora, è chiaro che non ci troviamo per nulla al cospetto di un impero: ma la multiculturalità è un dato di fatto. L’importante, invece, è mantenere le singole specificità: e se le radici sono profonde, non c’è commistione o contiguità che possano cancellare una memoria salda e consapevole. Il problema vero, a mio avviso, è: abbiamo noi questa memoria? La possediamo al punto di poterla trasmettere, vivificata, a quelli che verranno? Solo dalla risposta a questa domanda, credo, dipenderà una scelta di destino.