Visualizzazione post con etichetta Codreanu. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Codreanu. Mostra tutti i post
lunedì 28 gennaio 2013
Sofferenza e Amore per la...buona battaglia!
di Mario M. Merlino
Credo di aver già scritto come gradisca poco intromettermi nelle vicende politiche, soprattutto in vista delle elezioni e di un ambiente (mio? nostro? Ormai distante e perduto?) che ha nessun senso del ‘pudore’ proponendosi con tre o quattro sigle alla destra della destra. Prevedo, senza scomodare il mio fantasioso antenato, che potremo utilizzare le varie percentuali di ciascuno quali prefissi telefonici. Non è, però, mia intenzione, nè qui nè altrove, sostituirmi agli uffici competenti di statistica o alle compagnie rivali delle telecomunicazioni. O, se volete, memore della canzone di Giorgio Gaber, mitico, ‘Al caffè Casablanca’ dove si beve si mangia il gelato e si parla di rivoluzione con i giornali di Lotta continua sotto o sopra i tavolini. Ovviamente senza più intrattenersi su rivolte bastoni e barricate che darebbe il legittimo, pur se auspicabile mi viene a volte la tentazione di pensare, sapore triste dell’amarcord, come intitolava Fellini un suo film e come si dice in dialetto di Romagna dove sono cresciuto.
Sabato pomeriggio sono stato al convegno, organizzato da una giovane comunità locale, su Codreanu e la Guardia di ferro in un agriturismo nei pressi di Fiuggi, di cui ho anticipato l’evento in precedente mio intervento. Fra l’altro erano presenti tre esponenti dell’Asociatia Noua Dreapta, uno dei quali rientrato in Italia dalla Spagna dove, ogni anno, si rinnova il ricordo della morte in combattimento di Ian Motza e Vasile Marin, volontari nella guerra civile, a Majadahonda, nei pressi di Madrid ai primi del 1937. Qui dal 1970 è stato eretto, con gli esclusivi fondi degli esuli, un monumento. Diversi gli interventi, tutti ad alto livello, tutti appassionati, rigorosi, tutti capaci di confermare quanto già aveva rilevato Maurice Bardéche essere, cioè, ‘la più originale e affascinante prova compiuta e più pura della grandezza morale a cui può condurre l’idea fascista’.
Hanno chiesto, i giovani organizzatori, che fossi io a concludere, magari per rispetto ai capelli bianchi più che per l’autorevolezza del sapere. E – modestamente, mai – non li ho delusi… Tutta questa premessa per riportare una affermazione del Capitano, risposta al magistrato che, malevolo e subdolo, gli chiedeva quali fossero i criteri per entrare nella Legione e accedere alle gerarchie e competenze funzionali: ‘E’ la quantità di sofferenza e di amore’. Ed ho voluto sottolineare il termine ‘amore’ perché ciò che colpisce, mi colpisce, è l’assoluta convinzione di Codreanu che non è sufficiente essere predisposti ad affrontare la ‘buona battaglia’, bisogna essere capaci di viverla, renderla azione. Attraverso i campi di lavoro, il commercio legionario, la doppia gerarchia e, va da sé, il sacrificio perché il sangue versato alla terra dei padri dà allo spirito la forza d’affermarsi…
Sappiamo quanto feroce fu la repressione operata ai danni del movimento legionario e quanta forza spirituale seppero dimostrare nella tormenta i suoi aderenti. Sappiamo anche quanto i Fascismi al potere faticarono ad intenderne il valore, diffidarono, preferirono il governo militare del generale Antonescu più che il successore di Codreanu, Horia Sima. Politica e iniziazione spirituale, la tensione mistica del radicalismo romeno apparivano collocarsi ben oltre a quanto, pur presente e significante, vi era nella religiosità del fenomeno fascista…
Sono gli anni ’70 che, nelle realtà giovanili della destra di partito e radicale, scoprono Codreanu e trasformano ‘Il Capo di Cuib’ in una lettura di formazione del militante. Davanti all’invadenza di un mondo giovanile votato alla sinistra, con i cortei di migliaia di partecipanti, con slogan e referenti di un marxismo nei suoi molteplici rivoli, nell’arroganza di uno spirito illuminista e giacobino che si arrogava, come cantava Francesco Guccini, di stare sempre dalla parte della ragione e mai del torto, con la ferocia la brutalità la sicumera d’essere in tanti, rivendicare la superiorità dell’ardua scelta ove tutto donare e donare anche se stessi. Quando Franco Anselmi bagna il proprio passamontagna con il sangue ancora caldo di Stefano Recchioni sull’asfalto, egli compie – consapevole o meno, ben poco importa – un gesto ‘legionario’. Di quei legionari che, dopo aver compiuto l’esecuzione di Calinescu, l’uomo dal ‘monocolo nero’, artefice dell’assassinio del Capitano e dei tanti camerati, si consegnano o danzano e cantano intorno al letto del traditore giustiziato in attesa d’essere arrestati e inviati nelle miniere di sale o direttamente strozzati nelle celle.
‘La quantità di sofferenza e di amore’, appunto…
Poi, poi… per molti, troppi, ‘il tradimento dei chierici’ al lavoro, inteso non come strumento ma finalizzato al guadagno, i miti consumistici macchina sportiva cellulare d’ultima generazione, abito firmato, ostriche e champagne. E la politica come carriera. Che ciò sia avvenuto anche ‘a sinistra’ perché dovrebbe scandalizzarci, lasciare l’amaro in bocca? Non pensammo – e così ci educarono i nostri maestri, ad esempio Julius Evola o Drieu la Rochelle – che americanismo e bolscevismo erano le facce d’un medesimo conio? E, proprio contro di loro, ritenemmo che il Fascismo ‘immenso e rosso’, la ‘guerra del sangue contro l’oro’ aveva combattuto una lotta mortale e noi, eredi di quell’avventura, con lui.
Oggi quei giovani di allora, molti, troppi di loro, sono fra coloro che selezionano o sono candidati alle prossime elezioni e alla ‘quantità di sofferenza e di amore’ hanno sostituito ruffianeria corruzione e denaro… mentre le ali dell’Arcangelo Michele, le sue piume sono state disperse e calpestate…
martedì 8 gennaio 2013
C.Z.Codreanu e dintorni...
Il 26 di gennaio sarò nei pressi di Frosinone partecipe ad un convegno su Corneliu Zelea Codreanu e la Guardia di Ferro, organizzato da una realtà giovanile del territorio e con la significativa presenza della comunità romena. Alla parete, tra un Don Chisciotte disarcionato da cavallo, opera di un caro amico, e gli scudetti commemorativi del raduno dei reduci dell’Africakorps (Bundestreffen Mainz 1972 e 1978), ho appeso in gesso il volto di Vlad Tepes III, reso famoso dal romanzo di Brian Stokes e da innumerevoli film. Quel Draculea, cioè figlio di Dracul (il diavolo, soprannome del padre), noto come l’Impalatore (Tepes, appunto), nato in Valacchia nel 1431. Eroe contro il tentativo di dominio ottomano, così presente nell’immaginario collettivo del popolo romeno tanto che il grande poeta Mihai Eminescu, nel XIX secolo, poteva scrivere: ‘Dove sei Tepes, ora che abbiamo bisogno di te?’. E varrà la pena ricordare come, sotto la dittatura di Ceaucescu, il libro di Stokes fosse vietato, considerato offensivo verso uno dei miti fondanti l’identità nazionale.
Alcuni anni fa un avvocato di Avellino ha voluto regalarmi un quadretto con l’icona dell’Arcangelo Michele, proveniente direttamente dalla terra del Capitano. Jérome e Jean Tharand, due fratelli francesi, raccontano del loro incontro con Codreanu nel libro L’inviato dell’Arcangelo, anno 1939 e mai edito in Italia. Con malanimo e sarcasmo. Lo descrivono circondato alle pareti da riproduzioni di San Michele, una particolarmente grande alle sue spalle, le ali ripiegate sembrano aderire al Capitano, dandogli volutamente qualcosa di sacrale, di magico. Ed ancora: il tratto aquilino, gli occhi azzurri dallo sguardo gelido, la voce lenta e studiato il tono, quasi a ricercare le parole. Eppure, sono costretti ad ammetterlo, possiede un oscuro e sicuro carisma capace di rendere attorno a sé una comunità di ‘credenti e combattenti’, donando loro una visione mistica e guerriera. Per gli erede dell’Illuminismo e della Rivoluzione dell’89 tutto questo rimane incomprensibile e, dunque, meglio ripiegare sull’ironia, indagini sociologiche, risposte economiche.
Inoltre possiedo un flauto di canne che risale – quarant’anni e passa! – all’estate del 1969. Con Riccardo eravamo arrivati a Vienna, rigorosamente con l’autostop, io con un bagaglio minimo, Riccardo con uno zaino militare da spezzare le ossa. L’anno precedente eravamo andati insieme a Praga, la Praga della primavera, e avevamo visto i carri armati del Patto di Varsavia offendere gli antichi splendori di piazza San Venceslao, le ragazze dalle minigonne e giovani con i capelli lunghi piangere ed inveire. Nel primo anniversario, ci siamo detti, si torna e, se c’è da far le barricate, non possiamo certo mancare… Al consolato, però, niente visto a giornalisti e studenti. E, siccome tornare in Italia sconfitti e delusi non se ne parla, un treno fino ad Arad e il resto della Romania con il pollice levato. Ultimo mio viaggio a cielo aperto, poi infiniti percorsi sulle ali del sogno ad occhi aperti e a confine sbarre e chiavistelli.
Alla guerra civile di Spagna, sul fronte nazionalista, parteciparono una dozzina di giovani romeni della Guardia di Ferro. Due di loro, Ian Motza e Marin, caddero in battaglia. In Spagna una stele ne ricorda il sacrificio, un tempo luogo di annuali commemorazioni, oggi probabilmente deserta e dismessa. I loro corpi furono riportati in patria. L’11 febbraio del 1937 fu l’occasione della più imponente manifestazione realizzata dal movimento legionario. Dietro il feretro Corneliu Zelea Codreanu, il Capitano, con indosso un impermeabile fino alle caviglie, alla moda hitleriana, seguito dai suoi indossanti la camicia verde. A passo lento e cadenzato per le vie di Bucarest, ai lati e alle finestre oltre duecentomila persone, salutando con il braccio levato. Al corteo quattrocento tra vescovi e sacerdoti, alti funzionari dello Stato e ufficiali in uniforme, i rappresentanti delle ambasciate d’Italia e di Germania, studenti con l’abito tradizionale e icone e bandiere. Quella ritualità, religione di massa e immanente nelle forme, di cui i movimenti ‘fascisti’ intesero la suggestione il richiamo il far corpo unico, ma che voleva essere anche il cammino dello spirito della rivoluzione delle idee della trascendenza dell’uomo nuovo e rigenerato.
Riccardo ed io siamo fortunati. Dopo una notte in sala d’attesa della stazione, impossibile dormire, poltrone rigide sdrucite sporche puzzo di sudore e cipolla, sul marciapiede contadini e zingari sono stesi a terra o fumano bevendo un liquore giallo e dolce che non possiamo rifiutare sebbene siamo a stomaco vuoto. Dei ragazzi su un furgone targato Bologna ci danno un passaggio, la mattina dopo, fino a Bucarest. Alloggiamo all’università. In giro molti portano la spilla con il faccione sornione di Mao, a cui il regime romeno guarda per tentare di spezzare i vincoli troppo stretti con l’Unione Sovietica. Non è difficile. I romeni si sentono un’isola di latinità circondata dal mare slavo. Il regime, con il popolo ridotto alla fame alla borsa nera a ogni possibile traffico, gioca la carta del nazionalismo. Quale patina di fango s’è raggrumata sull’ideale di Codreanu e sul suo sogno di rigenerazione, attraverso la romanità, della razza dalle contaminazioni slave e giudaiche?
Alle elezioni del ’37 la Guardia di Ferro supera il 16% ottenendo così una brillante affermazione. Una minaccia. Incarcerato per un articolo contro il governo, Codreanu viene condannato dalla corte marziale a dieci anni di lavori forzati nelle miniere di sale. Equivale a una condanna a morte, essendo egli affetto da tubercolosi. L’esecuzione va, però, affrettata. Nella notte tra il 29 e 30 novembre ’38, insieme a diciassette legionari, viene prelevato dalla prigione con il pretesto del trasferimento in altro carcere. Lungo una foresta saranno tutti ammazzati, corrosi i corpi con l’acido. La moglie lo riconoscerà dalla fede che portava al dito.
Ricorda Julius Evola di quando aveva incontrato Codreanu durante un suo viaggio in Romania. Una visita inaspettata il giorno stesso che egli aveva interrotto il digiuno di cui era solito sottoporsi quale atto di purificazione. Nonostante che la moglie gli avesse fatto presente come in casa vi erano solo dei fagiolini, egli aveva voluto invitarlo lo stesso a pranzo quale atto d’ospitalità. Beh, di questo tipo umano, di combattente dello spirito, parlerò il 26 prossimo. Di questi uomini che non ci hanno dato l’Europa che sognavano e di cui preserviamo inguaribile nostalgia. Ci hanno, però, donato l’essere testimoni che d’altro e di più alto può essere l’uomo, magari in piedi fra le rovine.
















