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mercoledì 3 aprile 2013

Il “Monoteismo Solare” nella tradizione antica





IL “MONOTEISMO SOLARE”

NELLA TRADIZIONE ANTICA

Claudio Mutti








Gli dèi e l’Uno


"La dottrina dell'Unità, cioè l'affermazione secondo cui il Principio d'ogni esistenza è essenzialmente Uno, è - secondo René Guénon - un punto fondamentale comune a tutte le tradizioni ortodosse" (1). In altre parole, sempre secondo Guénon,

"Qualunque vera tradizione è essenzialmente monoteista; per usare un linguaggio più preciso, ogni tradizione afferma innanzitutto l'unità del Principio Supremo, da cui tutto deriva e da cui tutto dipende integralmente, ed è questa affermazione, nell'espressione che riveste specialmente nelle tradizioni a forma religiosa, a costituire il monoteismo propriamente detto" (2).

          Accettando questi presupposti, non può esistere nessuna forma tradizionale autentica che sia propriamente politeistica, ossia che ammetta una pluralità di princìpi considerati completamente indipendenti. Difatti lo stesso Guénon afferma che il politeismo costituisce la "conseguenza di un'incomprensione di talune verità tradizionali, e precisamente di quelle che si riferiscono agli aspetti, o attributi, divini" (3); e prosegue dicendo che "simile incomprensione è sempre possibile in individui isolati e più o meno numerosi, ma la sua generalizzazione, che corrisponde allo stato di degenerazione estrema di una forma tradizionale in procinto di scomparire, è stata senza dubbio più rara di quanto abitualmente si crede" (4).
          Se la legittimità di una forma tradizionale è strettamente determinata dalla sua coerenza con la dottrina dell'Unità, qual è allora il grado di validità delle forme tradizionali dell'antico mondo europeo, che generalmente ci presentano una pluralità di divinità?
          Non potendo affrontare questo problema in tutta la sua estensione, mi limiterò a considerare il caso della civiltà greca, tipica per quanto riguarda la molteplicità di figure divine, aventi per lo più un carattere antropomorfo.
          È noto che la prospettiva politeistica si trova superata dal pensiero filosofico, la quale esordisce nella ricerca di un'arché unitaria e culmina nell'individuazione di una causa causarum, chiamata Sommo Bene da Platone, Motore Immobile da Aristotele, Lògos dagli Stoici. Nella cultura latina, Cicerone definisce questa Causa prima come “il Dio sovrano, che regge tutto il mondo” (4bis).
Tuttavia in Grecia le attestazioni dell'Unità divina possono essere ritrovate anche in ambiti diversi da quello filosofico.

          Nell'Iliade, ad esempio, compaiono tutti gli dèi e le dee dell'Olimpo, spesso in lotta fra loro, perché alcuni sono schierati a fianco degli Achei, altri a fianco dei Troiani; tuttavia non mancano, nella stessa Iliade, episodi che manifestano una visione religiosa in cui la molteplicità delle figure divine viene ricondotta ad un superiore, trascendente principio unitario.
         Così, ad esempio, è nel libro VIII, dove troviamo un brano che costituisce il più antico documento greco relativo all'argomento che abbiamo affrontato. L'episodio è il seguente. Zeus convoca il concilio degli dèi sulla più alta cima dell'Olimpo, per enunciare solennemente il divieto di partecipare alla battaglia, divieto al quale tutti dovranno sottostare. Oltre a formulare una terribile minaccia di ritorsione nei confronti dell'eventuale trasgressore (sarebbe scagliato nelle profondità del Tartaro), Zeus lancia una sfida che intende mettere in evidenza la sua schiacciante superiorità su tutti gli dèi:

"Orsù dunque, provatevi, dèi, perché tutti possiate vedere;
fate pendere dal cielo una catena d'oro
e tutti quanti attaccatevi, dèi e dee:
ma non potrete tirare dal cielo sulla terra
Zeus, consigliere supremo, neppure se vi affaticaste moltissimo.
Invece, qualora io volessi tirare sul serio,
vi tirerei su con la terra e col mare,
e poi la catena a una cima d'Olimpo
legherei, e tutto rimarrebbe sospeso.
Tanto io sono al di sopra degli dèi e sono al di sopra degli uomini". (5)

          La superiorità del potere di Zeus sul potere di cui dispongono tutti gli dèi messi insieme simboleggia l'essenziale nullità della molteplicità degli enti divini di fronte all'unità principiale.
          Ma il potere di Zeus, che pure è supremo in rapporto a quello degli altri dèi, trova il proprio limite nella volontà inflessibile della Moira. La subordinazione di Zeus, dio personale, a questa impersonale volontà risulta chiarissima nei passi dell'Iliade in cui il Padre degli dèi e degli uomini, per conoscere il decreto della Moira, deve pesare le sorti dei contendenti per mezzo di una bilancia cosmica. I passi più espliciti si trovano, rispettivamente, nel libro VIII (vv. 69-75) e nel libro XXII (vv. 209 segg.): nel primo vengono pesate le sorti collettive dei combattenti troiani ed achei, nel secondo le sorti individuali di Achille e di Ettore. Cito dal secondo passo:

"Allora il Padre tese la bilancia aurea
e vi mise le due Chere di morte crudele,
quella di Achille e quella di Ettore domatore di cavalli
e, presala per il punto mediano, la tenne sospesa: precipitò il giorno fatale di Ettore
e andò all'Ade. Lo abbandonò Febo Apollo". (6)

          Apollo abbandona Ettore al suo destino, Atena annuncia ad Achille che la vittoria sarà sua, Zeus rinuncia ad ogni proposito di scampare Ettore dalla morte. Tutti gli dèi si adeguano obbedienti alla volontà di una forza divina che li trascende.
          Una analoga affermazione del supremo valore di Zeus è presente nella parodo dell'Agamennone di Eschilo, dove il Coro, composto da dodici vecchi, dopo avere rievocato l'inizio della spedizione contro la città di Priamo, innalza un inno solenne:

"Zeus, chiunque mai sia, se con tal nome
gli è caro esser chiamato,
con questo lo invoco.
Nulla posso paragonare a lui,
tutto ponderando,
tranne Zeus, se il vano peso derivante dall'angoscia
si deve veramente gettar via". (7)

          Il Coro dice che, per liberarsi dall'angoscia causata dalla predizione di Calcante, secondo cui grande sarebbe stato l'odio di Artemide verso gli Atridi, è necessario ricorrere a Zeus, soltanto a Zeus, perché non c'è nulla e nessuno che possa stare alla pari con lui.
Zeus è il nome al quale ricorrono anche gli Stoici, per designare il Logos che plasma ogni essere e gli dà anima e vita. Espressione della religiosità stoica è l'Inno a Zeus composto da Cleante di Asso (IV-III sec.), che esordisce esaltando Zeus come origine e sovrano di tutto ciò che esiste:

"Gloriosissimo tra gl'immortali, dio dai molti nomi, onnipotente sempre,
Zeus, principio della natura, Tu che governi tutto con la legge,
salve!" (8)

          Appena il filosofo poeta - scrive Max Pohlenz - "invoca Zeus 'dai molti nomi', i fedeli sentono che Zeus, Logos, Physis, Pronoia, Heimarmene non sono se non i nomi diversi dell'unica divinità universale" (9).
Anche Arato di Soli (320-250), nel solenne esordio dei Fainómena, chiama col nome di Zeus il principio della manifestazione cosmica, concepito come spirito onnipresente in ogni angolo del mondo:

"Cominciamo da Zeus! Lui, in quanto mortali, noi non tralasciamo mai
di nominare. Piene di Zeus sono tutte le vie,
tutte le piazze degli uomini, pieno ne è il mare
e i porti; ed a Zeus in ogni circostanza tutti facciamo ricorso" (10).

          Invece Plutarco, per simboleggiare l'Unità e Unicità divina, non ricorre alla figura divina di Zeus, ma a quella di Apollo. Nel dialogo Sulla E di Delfi, dove vengono proposte alcune interpretazioni della lettera E (epsilon) raffigurata all'ingresso del tempio delfico di Apollo, la spiegazione decisiva è quella del maestro di Plutarco, Ammonio, secondo il quale la E, essendo letta eî, coincide con la seconda persona singolare del presente di eimì e quindi significa "tu sei". "Tu sei", detto al dio che esorta l'uomo a conoscere se stesso (gnôthi sautòn era appunto una frase incisa sulla facciata del santuario delfico) è dunque un riconoscimento del dio quale Essere.

"Bisogna dunque rivolgersi a Lui e salutarlo, quando Lo si adora, in questo modo: 'Tu sei'; oppure, per Zeus, dicendo, come alcuni tra gli antichi: 'Sei Uno'. Infatti il divino non è pluralità, come ciascuno di noi, che è fatto di diecimila discordi passioni: cumulo multiforme, orgogliosa mescolanza. L'Essere, invece, è necessariamente Uno, così come l'Uno è necessariamente Essere. (...) Quindi sta bene al dio il primo dei Suoi nomi, nonché il secondo e il terzo. È Apollon, infatti, perché esclude la pluralità e nega il molteplice; è Ieios in quanto Uno ed Unico; Foibos, perché così era chiamato dagli antichi - non è vero? - tutto ciò che è puro e incontaminato". (11)

          Secondo un procedimento ermeneutico basato sul valore simbolico degli elementi di cui un vocabolo è costituito, il nome Apollon viene inteso come composto da a- privativo e da polýs, pollé, polý, "molto"; quindi: "senza molteplicità".  Il nome Ieîos è messo in rapporto con heîs, "uno". Foîbos, etimologicamente connesso con fáos, "luce", significa "lucente, puro", quindi "non misto". La Persona divina di Apollo, insomma, è simbolo del principio uno ed unico della manifestazione universale, è il Supremo Sé di tutto ciò che esiste.
Sulle tracce di Plutarco, Numenio di Apamea (II sec.) interpreta Délphios, epiteto di Apollo, come un antico vocabolo greco che significa "unico e solo" (12).


Il “monoteismo solare”


Nel quadro di quel "monoteismo solare" che con Aureliano (274 d. C.) diventa religione ufficiale dell'Impero romano, la figura di Apollo viene identificata con Helios, il cui stesso nome latino, Sol, riecheggia significativamente l'aggettivo solus, "unico". All'epoca di Costantino le figure del dio solare - Apollo e Sol Invictus - risaltano sulle monete e nei rilievi dell'arco di trionfo.

È noto che nella fortuna del monoteismo solare nell'Impero romano ebbe un ruolo determinante un culto solare già molto diffuso fra i popoli del Mediterraneo orientale, specialmente in Siria. Depurato degli aspetti meno accettabili dallo spirito romano, il culto del cosiddetto "dio solare di Emesa", nato fra le popolazioni nomadi dell'Arabia preislamica, diventò un culto romano di Stato e il dio Sole fu identificato con Giove Capitolino e con Apollo. Questo fatto, che René Guénon avrebbe potuto definire come "un provvidenziale intervento dell'Oriente" a favore di Roma, poté verificarsi per la ragione che il culto solare della tarda antichità rappresentava la riemergenza di una comune eredità primordiale.
          Ed è lo stesso Guénon che conviene citare per quanto concerne il significato del simbolismo solare:

            "Il sole si impone (...) come il simbolo per eccellenza del Principio Uno (Allâhu Ahad): l'Essere necessario, quello che, solo, è sufficiente a Se stesso nella Sua assoluta pienezza (Allâhu es-Samad), e dal quale dipendono interamente l'esistenza e la sussistenza di tutte le cose, le quali senza di Lui nulla sarebbero. Il 'monoteismo' - se con questa parola si può tradurre 'Et-Tawhîd', benché se ne restringa un poco il significato facendo pensare quasi esclusivamente ad un punto di vista esclusivamente religioso - ha dunque un carattere essenzialmente 'solare'. (...) Non si potrebbe trovare un'immagine più vera dell'Unità che si dispiega nella molteplicità, senza cessare di essere se stessa e senza esserne influenzata, e che riconduce a se stessa, sempre secondo le apparenze, tale molteplicità; questa, in realtà, non è mai esistita, dato che non può esservi nulla fuori del Principio, a cui nulla può essere aggiunto e nulla sottratto, rappresentando Esso l'indivisibile totalità dell'Esistenza Unica" (13).

          La dottrina del cosiddetto "monoteismo solare", secondo cui Helios è l'ipostasi del Principio, mentre le numerose divinità del pantheon greco-romano sono solo suoi aspetti specifici e settoriali, si trova esposta nell'inno Al Re Helios (Eis tòn basiléa Hélion) dell'imperatore Flavio Claudio Giuliano. Il riferimento fondamentale è Platone. Giuliano cita un brano della Politèia (508B-C) dal quale risulta che il Sole (Hélios) è, nel mondo sensibile (aisthetòs) e visibile (oratòs), ciò che il Sommo Bene, sorgente trascendente dell’essere, è nel mondo intelligibile (noetòs); in altre parole: l’astro diurno non è che un riflesso di quel Sole metafisico che illumina e feconda il mondo delle essenze archetipiche, le platoniche “idee”.  Ovvero, per dirla con Julius Evola: “Helios è il Sole, non come astro fisico divinificato ma come simbolo di luce metafisica e di potenza in un senso trascendente” (14). Ma tra il mondo intelligibile dell’Essere puro e il mondo delle forme corporee percepibili dalla vista fisica e dagli altri sensi s’interpone un terzo mondo: un mondo che viene definito “intellettuale” (noeròs), ossia dotato di intelligenza.
Ricordo per inciso che il teosofo islamico Mahmûd Qotboddîn Shîrâzî (1237-1311) riassume la dottrina dei tre mondi dicendo che Platone e gli altri sapienti dell’antica Grecia “professavano l’esistenza di un doppio universo: da un lato l’universo del puro soprasensibile, che comprende il mondo della Divinità e il mondo delle Intelligenze angeliche; dall’altro, il mondo delle Forme materiali, vale a dire il mondo delle Sfere celesti e degli Elementi e, tra l’uno e l’altro mondo, il mondo delle Forme immaginali autonome” (15). 
          Ipostasi del Principio supremo (“figlio dell’Uno”) al centro di questo mondo mediano, Helios vi svolge una funzione mediatrice, coordinatrice e unificatrice in rapporto alle cause intellettuali e demiurgiche, partecipando sia dell’unità del Principio trascendente sia della molteplicità contingente della manifestazione fenomenica. La sua posizione è dunque la più centrale che possa essere concepita e giustifica il titolo di Re che gli viene riconosciuto. In termini teologici: tutti gli dèi dipendono dalla luce di Helios, che è l’unico a non essere sottoposto alla necessità costrittiva (anánke) di Zeus, con il quale, in realtà, egli si identifica.
          Sulla scia di Henry Corbin, che include i "neoplatonici cosiddetti tardivi" (e quindi anche l'imperatore Giuliano) tra le coraniche Genti del Libro (16), uno studioso italiano ha suggerito che Helios "equivale a ciò che nell'Islam è chiamato an-nûr min 'amri-llâh, 'la luce che procede dal comando divino'", per cui la divinità solare "non è altra cosa da quella 'nicchia delle luci' dalla quale (...) è attinta ogni sapienza" (17).
          Giuliano viene poi a trattare dei poteri (dynámeiai) e delle energie (enérgheiai) di Helios, cioè, rispettivamente, delle sue potenzialità e delle sue attività in relazione ai tre mondi. L'aspetto più considerevole di questa parte dell'Inno (143b-152a) consiste nel tentativo di ricondurre la molteplicità degli dèi ad una Unità principiale rappresentata per l'appunto da Helios, cosicché le varie figure divine ci appaiono come suoi aspetti, ovvero come Nomi corrispondenti alle sue innumerevoli qualità. Una dottrina analoga, d'altronde, era stata formulata da Diogene Laerzio, il quale interpretava Zeus, Atena, Era, Efesto, Posidone, Demetra come appellativi corrispondenti ai “modi della potenza” dell’unico Dio (18). 
In Helios, dunque, confluisce il potere demiurgico di Zeus; né d’altronde esiste alcuna reale differenza tra i due. Atena Prónoia è scaturita, nella sua integralità, dalla totalità di Helios; essendo l’intelligenza perfetta di Helios, essa riunisce gli dèi che lo circondano e realizza l’unione con lui. Afrodite rappresenta la fusione degli dèi celesti, l’amore e l’armonia che caratterizzano la loro essenziale unità. Ma soprattutto, in quanto racchiude in sé i principi della più armonica sintesi intellettuale, Helios viene identificato con Apollo, il quale, date le sue qualità fondamentali di immutabilità, perfezione, eternità, eccellenza intellettuale, è la personificazione dell’unità divina esprimentesi come intelligenza pura ed assoluta. 
          L’ultima parte dell’Innocontiene una rassegna dei doni e dei benefici dispensati da Helios al genere umano, che da lui trae origine e da lui riceve sostentamento. Padre di Dioniso e signore delle Muse, Helios elargisce agli uomini ogni saggezza; ispiratore di Apollo, di Asclepio, di Afrodite e di Atena, egli è il legislatore della comunità; infine è lui, Helios, il vero fondatore e protettore di Roma. È dunque a questo dio, creatore della sua anima immortale, che Giuliano rivolge la richiesta di accordare all’Urbe un’esistenza parimenti immortale, identificando così “non solo la sua missione personale sulla terra, ma anche la sua salvezza spirituale, con la prosperità dell’Impero” (19).
Il discorso è suggellato da una preghiera finale a Helios, la terza contenuta nell’Inno: che il Re dell’universo conceda al suo devoto celebrante una vita virtuosa e un più perfetto sapere e, nell’ora suprema, lo faccia ascendere in alto fino a Sé.
Giuliano dedica l'Inno al Re Helios a quel Salustio che nel trattatello Sugli dèi e il mondo formula la dottrina dell'Unità nei termini seguenti: "La causa prima conviene che sia una, poiché l'unità precede ogni molteplicità e supera tutto in potenza e bontà; e per questo è necessario che tutto partecipi di essa, poiché nient'altro la ostacolerà, data la sua potenza, né la allontanerà, data la sua bontà" (20).
 Considerata in un quadro storico, la teologia solare di Giuliano si colloca in una fase matura del neoplatonismo, nella quale i cardini dottrinali di questo movimento spirituale si trovano già definitivamente fissati e consolidati. Se il fondatore della scuola, Plotino (204-270), aveva riconosciuto nell’Uno il principio dell’essere ed il centro della possibilità universale, il suo successore Porfirio di Tiro (233-305) aveva dedicato alla teologia solare un trattato Sul Sole, andato perduto (21). Ne sussiste una citazione nei Saturnalia, là dove Macrobio, riconducendo al principio solare Apollo, Libero, Marte e Mercurio, Saturno e Giove, dice che secondo  Porfirio "Minerva è la forza del Sole che dà prudenza alle menti umane" (22). D'altronde nel trattato Sulla filosofia degli oracoli(23), Porfirio aveva citato un responso apollineo secondo il quale c’è un solo dio, Aiòn (“Eternità”), mentre gli altri dèi non sono altro che i suoi angeli.
Dopo Giuliano, è possibile seguire la tradizione “solare” fino a Proclo (410-485), autore fra l’altro di un Inno a Helios in cui Helios è invocato come “re del fuoco intellettuale” (pyròs noeroû basileû, v. 1) e “immagine del dio generatore di tutte le cose” (eikôn panghenétao theoû, v. 34) (24), cioè come epifania del Dio Supremo. Per quanto riguarda la pluralità degli dèi della religione, Proclo la risolve riportandola all’Uno; e l’Uno è Dio, perché, argomenta, il Bene e l’Uno sono la stessa cosa e il Bene si identifica con Dio (25). Si capisce allora perché Henry Corbin abbia caldamente auspicato il confronto tra la teologia di Proclo e le dottrine dello Pseudodionigi e dello Shaykh al-Akbar. In particolare, egli scrive, sarebbe molto istruttiva

“una comparazione approfondita fra la teoria dei Nomi divini e delle teofanie che sono i Signori divini: voglio dire dal parallelismo tra Ibn ‘Arabî da una parte – l’ineffabilità del Dio, che è Signore dei Signori e le molteplici teofanie costituite dallan gerarchia dei Nomi divini – e Proclo dall’altra – la gerarchia che si origina nell’enade delle enadi manifestata da queste stesse enadi, e che si propaga attraverso tutti i gradi delle gerarchie dell’essere” (26).   

          Ma quella che è stata definita “l’ultima attestazione del sincretismo solare in Occidente” (27) è la preghiera di Filologia al Sole (28), "documento notevole della ‘teologia solare’ del tardo neoplatonismo” (29) dovuto ad un contemporaneo di Proclo, Marziano Capella. Ultima attestazione, perché verso il 531, con la fuga in Persia dello Scolarca Damascio (470-544) e degli altri neoplatonici, la tradizione “solare” continuerà la propria esistenza negli stessi luoghi dai quali si era irradiato, diffondendosi in tutta l’Europa, il culto di Mithra.

A parere di Franz Altheim, la teologia solare elaborata dai neoplatonici non fu priva di relazione col monoteismo islamico, tutt'altro. "Il messaggio di Maometto - egli scrive - era infatti incentrato sul concetto di unità ed escludeva che la divinità potesse avere un 'compagno', ricalcando così le orme degli antecedenti e conterranei Neoplatonici e Monofisiti. L'impeto religioso del Profeta riuscì quindi a far emergere con accresciuta forza ciò che prima di lui altri avevano sentito e anelato" (30).





1. R. Guénon, Aperçus sur l'ésotérisme islamique et le taoïsme, Gallimard, Paris 1973, p. 38.
2. R. Guénon, Monothéisme et angélologie, "Études Traditionnelles", n. 255, ott.-nov. 1946.
3. Ibidem.
4. Ibidem.
4bis. “Princeps deus, qui omnem mundum regit” (Cicerone, Somnium Scipionis, 3).
5. Omero, Iliade, VIII, 23-27. (La traduzione di questo brano è stata eseguita da me, così come quelle degli altri testi greci e latini, ad eccezione del passo di Proclo che riportato nella versione di Michele Losacco).  
6. Omero, Iliade, XXII, 209-213.
7. Eschilo, Agamennone, 160-166.
8. Cleante, Inno a Zeus, I Powell, 1-3.
9. M. Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, La Nuova Italia, Firenze 1967, I, p. 218.
10. Arato, Fenomeni, 1-4.
11. Plutarco, De E apud Delphos, 393 b-c.
12. "Apóllona Délphion vocant, quod (...), ut Numenio placet, quasi unum et solum. Ait enim prisca Graecorum lingua délphon unum vocari" (Macrobio, Saturnalia, I, 17, 65).
13. R. Guénon, Et-Tawhîd, "Le Voile d'Isis", luglio 1930.
14. J. Evola, Ricognizioni. Uomini e problemi, Edizioni Mediterranee, Roma 1974, p. 140.
15. H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall'Iran mazdeo all'Iran sciita, Adelphi, Milano 1986, p. 140.
16. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 70.
17. R. Billi, L'Asino e il Leone. Metafisica e Politica nell'opera dell'Imperatore Giuliano, tesi di laurea, Università di Parma, anno acc. 1989-1990, pp. 79-80.
18. Diogene Laerzio, VII, 147 (Stoicorum Veterum Fragmenta, II, fr. 1021).
19. M. Mazza, Filosofia religiosa ed "Imperium" in Giuliano, in: AA. VV., Giuliano Imperatore, Atti del Convegno della S.I.S.A.C. (Messina, 3 aprile 1984), a cura di B. Gentili, QuattroVenti, Urbino 1986, p. 90.
20. Sallustio, Sugli dèi e il mondo, a cura di C. Mutti, Edizioni di Ar, 2a ed., Padova 1993, pp. 27-28.
21. Il trattato di Porfirio è citato da Servio (Commento alle Ecloghe, V, 66) ed è forse da identificarsi col trattato Sui nomi divini; o, forse, faceva parte della Filosofia degli oracoli. Cfr. G. Heuten, Le "Soleil" de Porphyre, in Mélanges F. Cumont, I, Bruxelles 1936, p. 253 sgg.
22. "et Porphyrius testatur Minervam esse virtutem Solis quae humanis mentibus prudentiam subministrat" (Macrobio, op. cit., I, 17, 70).
23. G. Wolff (a cura di), Porphyrii de philosophia ex oraculis haurienda librorum reliquiae, Springer, Berlin 1866.
24. Proclo, Inni, a cura di D. Giordano, Fussi-Sansoni, Firenze 1957, pp. 20-25.
25. Proclo, Elementi di teologia, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1983, pp. 94-95.
26. H. Corbin, Il paradosso del monoteismo, cit., p. 8.
27. R. Turcan, Martianus Capella et Jamblique, "Revue des Études Latins", 36, 1958, p. 249.
28. Marziano Capella, De nuptiis, II, 185-193.
29. Martiani Capellae De nuptiis Philologiae et Mercurii liber secundus, Introduzione, traduzione e commento di L. Lenaz, Liviana, Padova 1975, p. 46.
30. F. Altheim, Deus invictus. Le religioni e la fine del mondo antico, Edizioni Mediterranee, Roma 2007, pp. 115-116.



  

sabato 30 marzo 2013

Chaos



di Claudio Mutti



Una volta constatato che nell'arco storico della tradizione greca, da Omero fino al cosiddetto "monoteismo solare", la dottrina dell'unità divina si trova variamente ma chiaramente attestata (1), è possibile porre una nuova questione, che a quella della dottrina dell'unità è strettamente collegata: è presente, nel pensiero greco, la nozione di un principio supremo al di là dell'unità stessa? In altre parole: è esistita presso i Greci la concezione secondo cui l'unità dell'essere, che trascende ogni apparente molteplicità, è a sua volta trascesa da un principio non determinato, così come secondo la dottrina taoista lo yu (l'essere) proviene dal wu, termine che non equivale ad un negativo "non essere", bensì ad un vuoto che è pienezza perfetta ed assoluta? E' questo principio non determinato che Anassimandro, "il primo metafisico" (2), ha voluto indicare sostantivando il neutro dell'aggettivo apeíron, -on? 

A quanto risulta da una testimonianza di Teofrasto, Anassimandro "ha detto che principio ed elemento (archén te kaì stoicheîon) degli enti è l'infinito (tò ápeiron), introducendo per primo questo nome di 'principio'; e dice che questo non è né l'acqua né alcun altro dei cosiddetti elementi, ma una certa natura infinita (tinà phýsin ápeiron), altra da essi, dalla quale nascono tutti i cieli e i mondi che in essi sono" (3). Sotto il profilo etimologico, ápeiron può essere messo in relazione con péras, "limite", per cui si applica a ciò che è "privo di limiti"; anche facendolo derivare dalla radice verbale *per (peíro, peráo ecc.), si ha il significato di "non attraversabile, inesauribile", sicché, in ogni caso, l'ápeiron è l'"infinito".  Non risulta strano perciò che l'ápeiron anassimandreo sia stato accostato al cháos della Teogonia di Esiodo (4). Secondo la teologia esiodea "invero primamente fu il Caos" ("étoi mèn prótista Cháos ghénet'") (5), da cui nacquero successivamente Gea, il Tartaro, Eros, l'Erebo, la Notte e da loro, a mano a mano, tutte le generazioni degli dèi. Con Esiodo, informa Platone, "concorda anche Acusilao, dicendo che questi due, Gea ed Eros, nacquero dopo il Caos" (6). Lo stesso concetto ricorre in Aristofane: "In principio era il Caos e la Notte e il nero Erebo e il vasto Tartaro" ("Cháos ên kaì Nýx Erebós te mélan prôton kaì Tártaros eurýs") (7). Nel libro XIV della Metafisica aristotelica leggiamo che secondo gli antichi teologi "regnano e governano (basileúein kaì árchein) non gli dèi primordiali (toùs prótous), come la Notte e il Cielo o il Caos o l'Oceano, bensì Zeus" (8).  Usato da questi autori per designare il principio non formale degli dèi e di tutto ciò che esiste, il sostantivo neutro cháos acquista il significato estensivo di "spazio vuoto, distesa dell'aria" (9), come ad esempio in Bacchilide: "en atrýtoi cháei" (10) e in Aristofane: "tò cháos toutí" (11), "diapétei - dià tês póleos tês allotrías kaì toû cháous?" (12). Da questa accezione si passa a quella di "abisso sotterraneo, tenebra" (13), come nell'Assioco platonico, dove cháos indica il tenebroso ventre della terra: "ep'érebos kaì cháos dià Tartárou" (14); il vocabolo ha lo stesso significato nell'Antologia Palatina, dove Cerbero è "il cane del Caos" (15). Si ha così, per estensione, l'"ouranóthen mélan cháos" di Apollonio Rodio (16), reso da F. Vian con "noire béance émanée du ciel" (17). Erebo e Caos sono evocati congiuntamente anche da Virgilio e da Ovidio: "Erebumque Chaosque" (18), "Ereboque Chaoque" (19). Tuttavia Ovidio, il quale chiama Chaos l'immenso regno d'abisso attraversato da Orfeo (20), restituisce al termine il significato che ad esso compete nel contesto della teogonia:


Ante mare et terras et, quod tegit omnia, caelum,
unus erat toto naturae vultus in orbe,
quem dixere Chaos, rudis indigestaque moles
nec quicquam nisi pondus iners congestaque eodem
non bene junctarum discordia semina rerum. (21)


Massa informe e confusa, peso inerte, mucchio di semi scombinati: è il "chaos antiquum" in cui ritornerebbe l'universo qualora si confondessero mare, terra e cielo (22). È la materia informe, oscura e confusa ("aphanès kaì kechyméne amorfía"), che un Eros generato dal Principio ("he protospóros arché"), dopo averne estratto il tutto ("tò pân") come da un sepolcro, costringe a rifugiarsi nei recessi del Tartaro (23). Mentre questo valore "principiale" di cháos è recuperato dai Pitagorici, i quali ne fanno un simbolo dell'unità (24), lo stoicismo antico fa derivare cháos da chéo, "versare, fare scorrere", e gli attribuisce il significato di "acqua": "Nam Zenon Citieus sic interpretatur, aquam cháos appellatum apò toû chéesthai" (25). 
Stesso significato nel breve scritto plutarcheo Aquane an ignis sit utilior (26).  
Più interessante appare l'etimologia di tipo varroniano che pone Chaos in relazione con Hianus (Ianus), nome del dio primordiale nella religione romano-italica: "Me Chaos antiqui - nam sum res prisca - vocabant" (27). Questa sorta di nirukta latino, oltre a restituire il nome Chaos alla divina realtà principiale (res prisca), liberandolo dalle seriori accezioni di significato infero, rivela l'essenziale rapporto del Principio col "vuoto", essendo Giano il dio delle aperture: se Ianus rinvia a ianua, la forma Hianus contiene la radice di hio e hi(a)sco, "aprirsi", che è la stessa di cháos. Infatti, secondo l'etimologia accettata dai linguisti, cháos proviene da una radice indoeuropea che in greco ha prodotto anche i verbi chásko e cháino, "aprirsi, spalancarsi"; in latino ha prodotto hio e hi(a)sco, "aprirsi"; in sanscrito (vi)haya- "campo aperto"; in norreno gina; in alto tedesco gien, ginen; in lituano zhiòju, "apro"; in serbocroato zjam, "apro la bocca"; rimane nel verbo romeno a căsca, "aprire la bocca". Alla medesima radice è riconducibile in sanscrito il sostantivo neutro kha, che riveste i seguenti significati: "cavità, buco, caverna, organo di senso, cielo, Brahma" (28); e ancora: "spazio, spazialità interna; il 'cielo' della pura coscienzialità, non condizionata dalle contingenze" (29). Nel Rg Veda, ad esempio, il termine kha designa "il buco del mozzo attraverso cui passa l'asse di una ruota" (30); secondo Ananda Coomaraswamy "il kha vedico (...) in origine era il chasma ('apertura', n.d.r.) rappresentato dalla Porta del Sole e dalla Porta del Mondo" (31).  Nelle Upanishad viene chiamato kha lo spazio etereo primordiale che si identifica col brahman: "kham brahma, kham purânam, vâyuram kham" (32). Ma il brahman non è soltanto il vuoto, esso è anche il pieno (pûrna): "pûrnam adah, pûrnam idam, pûrnât pûrnam udacyate..." (33). Infatti l'opposizione tra il vuoto e il pieno "è meramente apparente, in quanto nel 'vuoto' di determinazioni e qualificazioni v'è infinita 'pienezza' di possibilità. Shûnya (altra parola per indicare il vuoto, n.d.r.) non è dunque un 'nulla' né esprime un carattere negativo o di annichilimento" (34). È detto shûnya anche il segno matematico indiano dello zero, che, identificato con l'akâsha ("spazio", "etere"), "venne in origine concepito come simbolo del brahman e del nirvânam" (35). Lo zero viene dunque designato sia con le parole corrispondenti a "vuoto" (kha, shûnya) sia con quella corrispondente a "pieno" (pûrna); e questo perché "tutti i numeri sono virtualmente o potenzialmente presenti in ciò che è senza numero" (36), secondo quanto osserva Coomaraswamy. Il quale prosegue argomentando così: "Se si esprime questa idea con l'uguaglianza 0 = x - x, risulta evidente che lo zero è per il numero quello che la possibilità è per l'attualizzazione. L'impiego del termine ananta ("senza fine", n.d.r.) col medesimo riferimento implica l'identificazione dello zero con l'infinito, sicché l'inizio di ogni serie si identifica con la sua fine" (37). 
Lo zero matematico, dunque, è segno di possibilità infinita, cosicché esso ci rinvia immediatamente a quello Zero metafisico di cui René Guénon scrive: "lo Zero metafisico, che è il Non-Essere, non è lo zero di quantità più di quanto l'Unità metafisica, che è l'Essere, non è l'unità aritmetica; quel che così è designato da questi termini non può esserlo che per trasposizione analogica, poiché, per il fatto che ci si pone nell'Universale, si è evidentemente al di là di ogni dominio speciale come quello della quantità" (38). Guénon sviluppa ulteriormente il concetto dell'analogia tra zero matematico e Zero metafisico, affermando che quest'ultimo è principio dell'Unità e che il Non-Essere è principio dell'Essere. "Come il Non-Essere, o il non-manifestato, - egli scrive - comprende ed ingloba l'Essere, principio della manifestazione, così il silenzio comporta in sé il principio della parola; in altri termini, come l'Unità (l'Essere) non è altro che lo Zero metafisico (il Non-Essere) affermato, la parola non è altro che il silenzio espresso; ma inversamente, lo Zero metafisico, pur essendo l'Unità non affermata, è anche qualcosa di più (e diremo meglio, qualcosa di infinitamente più)" (39). Come è noto, l'ideogramma numerico corrispondente allo zero si presenta storicamente in due varianti, quella circolare e quella puntiforme; se nel primo caso esso rappresenta l'immagine dello spazio vuoto, nel secondo abbiamo invece un vero e proprio simbolo principiale ed assiale. Infatti il punto, l'unica figura priva di dimensioni, è il nihil che costituisce l'arché del tutto e su cui il tutto impernia la propria esistenza, come risulta particolarmente evidente se consideriamo la funzione di "motore immobile" (akíneton kinoûn) svolta dal punto al centro dello svastika.

Altrettanto evidente è il valore principiale connesso al simbolo del punto - immagine dell'arché in cui "era il Logos" - se consideriamo che secondo un celebre detto dell'Imam Alì il Verbo divino è contenuto nel puntino diacritico della bâ', la lettera araba con la quale comincia il primo versetto (la basmalah) della prima sura coranica (la Fâtihah): "Sappi - dice l'Imam - che tutti i segreti dei Libri celesti sono nel Corano; e tutto ciò che è nel Corano è nella Fâtihah; e tutto ciò che è nella Fatiha è nella basmalah; e tutto ciò che è nella basmalah è nella bâ'; e tutto ciò che è nella bâ' è nel punto; e io sono il punto sotto la bâ'" (40).

(Saggio pubblicato anche sulla pagina personale www.claudiomutti.com)

Ereticamente ringrazia l'Autore per il Suo contributo esclusivo e l' Amico Luca Valentini che ha coordinato l'attività

Note:

1. Cfr. C. Mutti, La dottrina dell’unità divina nella tradizione ellenica (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=1&id_news=204).
2. G. B. Burch, Anaximander the first Metaphysician, in "Review of Metaphysics", III, 1949-1950, pp. 137-160.
3. Theophr., Fragm. 12 A 9 D.-K.
4. F. Solmsen, Chaos and Apeiron, in "Studi Italiani di Filologia Classica", XXIV, 1950, pp. 235-248.
5. Hes., Theog. 116.
6. Plat., Symp. 178b.
7. Aristoph., Aves 693.
8. Aristot., Metaph. XIV, 4, 1091b6.
9. F. Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino 2004, s. v.
10. Bacchil., Epin. 5.27.
11. Aristoph., Nubes 424.
12. Aristoph., Aves 1218.
13. F. Montanari, ibidem.
14. Plat., Axioch. 371.
15. Anth. Pal. 16, 91.
16. Apoll. Rh., Argon. IV, 1697.
17. Apollonios de Rhodes, Argonauthiques, tome III, Paris 1981, p. 142.
18. Verg., Aen. IV, 510.
19. Ov., Metam. XIV, 404.
20. Ov., Metam. X, 30.
21. Ov., Metam. I, 5-9.
22. Ov., Metam. II, 299.
23. Luc., Erotes, 32.
24. Ps. Iambl., Theolog. arithm., 6.
25. Zen. Cit., Stoic. Vet. Fragm., I, p. 29.
26. Plut., Aquane an ignis sit utilior, 955.
27. Ov., Fasti, I, 103.
28. Dizionario sanscrito-italiano, Milano 1993.
29. Asram Vidya, Glossario sanscrito, Roma 1988.
30. M. Williams, cit. in: A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero" in Connection with the Indian metaphysics of space, "Oriens", vol.VII, 7-9, Summer 2010, p. 1.
31. A. K. Coomaraswamy, Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, Milano 1987, p. 488.
32. Brihad. Up., V, 1.
33. Brihad. Up., ibidem; cfr. Ath. Veda, X, 8, 29.
34. Asram Vidya, Glossario sanscrito, cit.
35. B. Heimann, Facets of Indian Thought, London 1964, p. 24.
36. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", cit., p. 1.
37. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", ibidem.
38. R. Guénon, La metafisica del numero. Principi del calcolo infinitesimale, Carmagnola 1990, pp. 86-87.
39. R. Guénon, Gli stati molteplici dell'essere, Torino 1965, p. 41.
40. Al-Qandûzî al-Hanafî, Kitâbu yanâbî'i 'l-mawadda, p. 79