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sabato 5 gennaio 2013
La missione di Roma in “The Eagle”
Articolo a cura di Tommaso Oltrabella dell’Associazione Culturale Zenit
<< Nel 140 d.C., vent’anni dopo l’inspiegabile scomparsa dell’intera Nona Legione nei monti della Scozia, il giovane centurione Marcus Aquila giunge da Roma per risolvere il mistero e risollevare la reputazione del padre, comandante della Legione. >>. Questo è l’incipit di The Eagle, film di produzione anglofona, tratto dal libro The Eagle of the Ninth (conosciuto in Italia come “L’Aquila della IX Legione” oppure “La Legione Scomparsa”) di Rosemary Sutcliff, autrice inglese nata negli anni ’20 e vissuta fino al 1992. Dal preambolo made in UK, conscio dell’avversione britannica verso tutto ciò che è diverso, nella fattispecie Romano, mi aspettavo d’avere di fronte una scontata, ripetitiva e noiosa accusa verso l’Impero e le sue presunte mire conquistatrici, in un susseguirsi di luoghi comuni e mistificazioni. Non è stato così, anzi il film, se vogliamo, prende le distanze da tutto ciò che è barbaro, quindi primitivo ed autoctono. Incredibilmente lo spirito inglese, chiuso e indomito, “barbaro” in chiave moderna, rifugge le sue origini per abbracciare la missione di Roma e le Virtù intimamente legate ad essa, riconoscendo l’assoluta superiorità del mos maiorum.… Rimbecillimento da football, troppe birre o ispirazione divina? Chi lo sa, intanto perdonate gli spoiler.
Il centurione Marco Flavio Aquila parte da Roma per assumere il comando di un castrum / accampamento. La giovane età ed il nome che porta non lo aiuteranno ad ottenere facili simpatie, sarà la sua AUTORICTAS unita alla DISCIPLINA dei subordinati a tributargli HONOR e l’affetto tipico dei soldati romani verso il loro capo. Aquila ed i suoi vincano feroci assalti ma il comandante riporta, a seguito di un atto eroico (SACRIFICIUM), una grave ferita che lo obbliga a terminare la carriera militare e lo allontana, momentaneamente, dalla riabilitazione del nome del padre. In questo periodo della sua vita, pieno di inquietudine e SOPPORTATIO, Aquila salva la vita ad Esca, un gladiatore che si rifiuta di combattere nell’arena. Questo episodio è molto significativo. Esca è un britanno catturato in battaglia e figlio di un capo tribù. Secondo la mentalità moderna anti-romana il destino del ragazzo dovrebbe essere già deciso: ucciso perché nemico. Invece non va a finire così. Aquila viene pervaso da varie Virtù romane, tra le quali la IUSTITIA, riconoscendo nel barbaro qualità incompatibili alla sua condizione di auctoratus / gladiatore. Così facendo avvia Esca ad una presa di coscienza “iniziatica” che lo porterà a trasformarsi da barbaro (caos) a cives (ordine). Aquila pertanto incarna la Via Romana al Divino, Eroica e Solare, ed il principio igneo, comune a tutte le tradizioni guerriere Indoeuropee; Esca è il mondo imperante, tellurico, l’uomo indifferenziato destinato ad essere rettificato nell’Età esiodea del Ferro dall’azione ordinatrice di Roma, Città Celeste realizzata con la tutela del nume Mars / Marte, riconducibile all’elemento Ferro in Alchimia. Esca, affrancato dall’offerta rituale di sangue, rettificatrice a modo suo, si lega volontariamente al proprio liberatore divenendone lo schiavo, aderendo al mistero di Roma quando dimostra ABNEGATIO e RASSEGNATIO. L’umido (Esca) sta per essere purificato dal Fuoco (Aquila). Esca ed Aquila dopo aver stretto un vincolante legame cameratesco, seppur rimanendo uno inferiore all’altro, partiranno per un viaggio (il simbolismo del Percorso Iniziatico è qui evidente) che avrà come obbiettivo quello di recuperare l’insegna della scomparsa IX Legione, a suo tempo guidata dal padre di Aquila. Ciò avvenne a nord della Britannia, oltre il Vallo fatto poi costruire dall’Imperatore Adriano per delimitare la terra conosciuta. E’ qui che comincia l’avventura.
I due hanno modo di compenetrarsi, scambiarsi i ruoli (pratica in uso nell’Urbe ritualizzata durante i Saturnalia), scontrarsi, confrontare i canali d’accesso ai rispettivi Dèi e valutarne i relativi effetti sull’Essere Umano. Avviene un vero e proprio “processo alchemico”.
Due episodi su tutti :
- Se il romano rischia la vita per l’onore del padre, il capo clan barbaro non si fa scrupolo ad uccidere il proprio figlio scoperto il suo tradimento o piuttosto la FIDES nei confronti di Esca ovvero la volontà di abbandonare la condizione indifferenziata per accedere a quella ordinata.
- Aquila, ritirato nell’ascesi, invoca Mitra (non ci scordiamo che la storia è ambientata nel II° secolo dell’età volgare), divinità sì orientale ma collegata a Marte nel rango iniziatico del miles / soldato, con tutto ciò che ne consegue. I barbari invece si danno a pratiche druidiche, notturne e lunari, vissute in estasi con al centro la figura del sacerdote.
Qui si capisce il perché dello scontro tra romani e britanni: sono umanizzazione di principi opposti. I popoli celti, insieme ai monoteisti della Palestina, sono i più grandi oppositori della missione di Roma perché, non appartenenti al ceppo iperboreo, a differenza loro, hanno la gerarchia della società rovesciata, con il sacerdote sopra il Re / guerriero. La classe sacerdotale romana è rappresentata dal Pontifex , custode della Sapienza (energia potenziale) pertanto principio passivo incarnato, subordinato a quello attivo dei Flamini incaricati di eseguire i Riti, mettere in Atto la Potenza (energia potenziale trasformata in energia cinetica). Il servizio militare stesso ha un carattere religioso, infatti è una sacrata militia. Tornando a The Eagle, Aquila ed Esca riescano ad impossessarsi dell’insegna militare della IX Legione caduta in mano agli “uomini foca”, tribù selvaggia i cui guerrieri si ricoprono il corpo di terra (mondo tellurico). L’aquila è “animale considerato esso stesso come ‘solare’ dalla antichità. Secondo la tradizione, sotto forma di ‘aquila’ si sarebbe involata dalla pira l’anima imperiale di Augusto” (1) , mentre l’insegna militare è “oggetto di una autentica venerazione religiosa, si può agevolmente riconoscere l’idea romana che l’Ordine supremo di Giove, il cui simbolo è l’Aquila, insegna che sempre precede la legione, si realizza mediante la Guerra, cioè Marte, simboleggiato dai vari signifer quasi terribili Luperci di ogni centuria.” (2)
Detto ciò non è difficile capire il messaggio insito nel dialogo chiave :
Esca : <Per questo sei qui? Per trovare tuo padre?>
Aquila : <No, siamo qui per trovare l’Aquila.>
E. : <Come può un pezzo di metallo contare tanto per voi?>
A. : <L’Aquila non è un pezzo di metallo. L’Aquila è Roma. E’ il simbolo del nostro onore, ogni vittoria ogni singola impresa. Dovunque sia l’Aquila possiamo dire: Roma ha fatto questo.>
Il barbaro Esca, titanico nel suo iniziale respingimento alla rettificazione, trasmuta quando, sciolto definitivamente il vincolo della schiavitù, manifesta SEVERITAS e combatte al fianco del suo ex-padrone, da uomo libero ormai pure lui Principio Fuoco, da romano contro gli “uomini foca” e la sua passata condizione biologica a favore di quella nuova energetica/spirituale. Il Percorso Iniziatico si conclude quando i due consegnano l’Aquila al Senato che insignisce Esca dello status di civis romanus e ristabilisce l’onore del padre di Marco Flavio, caduto in battaglia, da Eroe.
IN MEMORIAM
(1) J. Evola, Simboli della Tradizione Occidentale, p.62, nota n.9
(2) G. Casalino, Il Nome Segreto di Roma, p.91-92
venerdì 28 settembre 2012
Kolberg, la Cittadella degli Eroi
Kolberg, oggi Kolobrzeg in polacco, si affaccia sul Baltico nella Pomeraria occidentale. Punto di scambio del sale già nell’Alto Medioevo, poi divenuta città libera dalla metà del XIII secolo. Città fortificata appartenente all’Ordine dei cavalieri teutonici, al regno di Prussia dopo la conversione al luteranesimo del gran maestro Alberto di Hohenzollern e dei suoi successori. Resa famosa, tanto da assurgere a simbolo tenente colonnello, conte della coscienza collettiva tedesca della difesa della propria identità territoriale, durante le guerre napoleoniche. Infatti, dall’aprile al luglio 1807, seppe fortunatamente resistere all’assedio francese, merito soprattutto del borgomastro Joachim Nettelbeck.(Il grande giurista Carl Schmitt nella Teoria del partigiano non cita direttamente l’episodio, ma furono i riformatori dello stato maggiore prussiano, quali Scharnhorst e Gneisenau, alla cui fonte si abbeverò il giovane von Clausewitz, che indicarono la strada per la costituzione di una milizia territoriale, Landsturm, e ispirarono l’editto reale del 21 aprile 1813. E’ vero che, poco dopo, ci furono significativi ripensamenti e modifiche sostanziali. Rimane, però, l’invito ad armarsi di ‘scuri, forconi, falci fienaie e schioppi’. All’ombra di Kolberg e della sua resistenza vittoriosa).
Con il titolo Cittadella degli eroi, voluto espressamente da Joseph Goebbels, fu girato un film, a colori, fra i più costosi della produzione cinematografica sotto il nazismo. Esso nasceva anche per rispondere all’attentato del 20 luglio del ’44 quando il tenente colonnello, conte Klaus von Stauffenberg, depose sotto il tavolo di Hitler e dei suoi generali una borsa con dentro un ordigno esplosivo a Rastenburg. Nel complotto vi erano implicati alti ufficiali dell’aristocratica élite militare prussiana che aveva sempre avversato Hitler ed ora, volgendo al peggio le sorti del conflitto, ritenevano di poter arrivare ad una pace con gli alleati, eliminando ‘il caporale’… Con rapida e chirurgica reazione tutti coloro che vi furono implicati vennero eliminati. Lo scrittore Ernst Juenger, capitano a Parigi, venne depennato direttamente per mano dello stesso Hitler che era rimasto affascinato dal suo libro Tempeste d’acciaio.
Fu allora che anche nell’esercito divenne obbligatorio il saluto a braccio teso per esprimere, anche in modo visibile, l’unità d’intenti tra il Fuhrer il popolo e i suoi soldati. E fu costituita la Volksturm, una milizia popolare di giovanetti ed anziani male armati, impossibilitati a respingere l’invasione rossa ma capaci, questo sì, di saper ben morire nel difendere il suolo della patria, Blut und Boden…
Il film fu proiettato a Berlino, ormai sotto le bombe, il 30 gennaio del ’45, il giorno stesso in cui Hitler tenne l’ultimo suo radio-messaggio. Fu anche l’ultimo film proiettato in assoluto. Rinnovare il sentimento della difesa del territorio germanico ormai invaso dalle orde sovietiche. E forse non è casuale che, poco dopo, tra il 24 febbraio e il 18 marzo la stessa città di Kolberg venne assediata. In quella disperata e apparentemente vana resistenza, però, fu possibile ad oltre settantamila civili, donne bambini e vecchi, di fuggire per via mare e lungo la costa e sottrarsi così agli orrori allo stupro allo sterminio alla rapina dell’invasore.
Fra gli estremi difensori per tenere aperto quel varco verso occidente, fra le rovine di quella città, fortezza ormai fantasma, vi furono i volontari francesi della divisione Charlemagne. Paradossi della storia, forse. Nel 1807 erano gli assedianti, soldati dell’imperatore borghese alla conquista continentale e in nome dell’egemonia della Francia, nel ’45 a proteggere le macerie, casa per casa, lasciando la gran parte di loro insepolte ossa carne e sangue, perché i suoi abitanti potessero mettersi in salvo. Sarà così a Berlino. Un’altra volta, chissà, mi verrà a mente di raccontare l’attraversamento del muro, eretto pochi anni prima, alla ricerca dei luoghi ove si svolse la battaglia per l’Europa, portandomi come guida il libro I leoni morti di Saint-Paulien.
Fra costoro, involontario sopravvissuto, Robert L., piccolo di statura e minuto nel corpo, due occhi ora ironici ora glaciali dietro un paio di occhiali tondi e montatura di metallo. Si muove di continuo e con sicurezza, sempre in piedi e vigile. Mi ricorda una molla pronta a scattare. Ogni minuto di vita guadagnato è una vita, la sua è per quelli che non hanno avuto la medesima fortuna. Aveva cantato Brasillach: ‘Dietro qualche bastione/ nel profondo dei sobborghi della città/ vicino ai muri nascosti,/ i fucili delle Guardie mobili/ massacrano in un gioco spaventoso/ i fratelli della guerra civile’. Secondo stime attendibili e approssimative, per difetto, furono circa centomila coloro che vennero abbattuti in un ripulisti liberatorio per le troppe compromissioni di Vichy e con Vichy. La Francia del generale de Gaulle si imponeva legittima e vincitrice sulla Germania mentre, nel 1940, era stato il parlamento nella sua quasi unanimità ad affidare i pieni poteri decisionali al maresciallo Petain. La vittoria, unica dea realmente esistente, santifica l’arbitrio e ne fa diritto.
Robert parla rapido e lo seguo a fatica. Non si tira, però, indietro di fronte a noi e a quell’’aria di rivoluzione’, per dirla con Franco Battiato, che illusi pensavamo di respirare… E’ suo tramite che ebbi contatti con l’ambasciata cinese di Berna e con riviste italiane d’impostazione marxista-leninista che si rifacevano al Mao-pensiero, libretto rosso compreso da sbandierare durante gli inutili e noiosi cortei. Queste ultime con furore ideologiche, noi – e i cinesi ne erano consapevoli – perché, citando il padre di Zarathustra, volevamo dal caos veder sorgere ‘una stella danzante’…
















