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martedì 12 marzo 2013
La lunga marcia del ’68 – da Valle Giulia a piazza San Giovanni
di Mario M. Merlino
Drieu la Rochelle invitava l’intellettuale a collocarsi là dove non vi è arrivato ancora nessuno. Una sorta di apripista in un territorio infido sconosciuto predisposto ad ogni insidia. Come nei romanzi di Emilio Salgari dove il battitore che stana la tigre è, sovente, il primo ad esserne sbranato. E, ma credo che si sia già usata questa similitudine, il rimando doveroso è al funambolo dello Zarathustra. Non solo, del resto, ciò impegna colui che va, attraverso la parola, a costruire nuovi scenari. Il passaggio da ciò che è noto a ciò che è ignoto può aprirsi al rischio dell’abisso o, per dirla con i miei ‘amici’ filosofi, trovarsi davanti il nulla invece dell’essere. Martin Heidegger intitola Sentieri interrotti una raccolta di saggi, Holzwege (‘Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco ci sono sentieri che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto’, come lo stesso filosofo ci spiega). E siamo, allora, costretti a deviare il percorso per raggiungere la radura o uscire dal bosco stesso se non vogliamo perderci in esso.
Era mia intenzione prendere le mosse dall’affermazione di Drieu per introdurre quanto, suppongo, andrò a illustrare al convegno dal titolo ‘La lunga marcia del ’68 – da Valle Giulia a piazza San Giovanni’ dove, invitato a tenere una relazione, l’ho intitolata ‘Anarcofascismo nella cultura di destra’ (e i francesi, quali Drieu la Rochelle e Robert Brasillach e Louis Ferdinand Céline ci sguazzano comodamente, e non solo loro anche se non a tutti si può applicare la definizione a me cara). Forse ai lettori di Ereticamente potrebbe interessare di più rispetto alle divagazioni che, al contrario, mi accingo a scrivere. Appunto deviato nell’errare di qua e di là (sempre Heidegger: ‘Wer gross denkt muss gross irren’. E, va da sé, questo mi consola giustifica gratifica)…
Una domenica d’inverno – il termometro è sceso abbondantemente sotto zero – prendo il tram fino al capolinea, all’estrema periferia. Da qui parte una strada asfaltata che, con ampie curve, sale in cima al monte Taunus. In effetti si tratta di un rilievo montuoso, il Grosser Feldberg non raggiunge i 900 metri , che si estende ad est del Reno e raggiunge il basso corso del Meno. In automobile è una passeggiata e, nel piazzale in alto, vi è una Gaststaette in legno, modello baita alpina, con la birra di Francoforte, la Binding , panini imbottiti di wuerstel caldi caffè con tanta panna e fette di torta alla crema di burro. Vi sono anche diversi sentieri nel bosco, contrassegnati da cerchi o quadrati bianchi e rossi su pietre e tronchi. E’ mattina presto, umida e nebbiosa. Gli scarponi affondano nel terreno reso scivoloso dalla pioggia, da strati di foglie marce. Qua e là macchie di neve. C’è una atmosfera da fiaba, di gnomi nascosti in qualche anfratto e di elfi addormentati in attesa di ridestarsi con la natura in primavera. Ritrovo il gusto del camminare, della solitudine, della montagna. Fa parte della mia pelle. L’animo si spaura e, al contempo, respira la presenza del mistero nel silenzio, rotto solo dal vento sibilante tra i rami. Non dico di Dio che, come avvertiva Drieu la Rochelle , rimanda a figure antropomorfe, a debolezze e bisogni umani troppo fragili e precari. Ci si sente svincolati da ogni forma di razionalità da ogni elaborata riflessione, in uno stato di identificazione elementare e immediata con le cose, manifestazione di energia e musica e colori di una Totalità (o Nientità che sia) ben oltre ogni sforzo di trovarle un nome.
Ho sfogliato di recente Tibet ignoto di Giuseppe Tucci fra i più illustri e stimati conoscitori della cultura indiana e, nello specifico, di quella tibetana. Giovanni Gentile lo volle alla guida del costituitosi Istituto di studi del medio ed estremo oriente. Trovo scritto: ‘L’uomo… è soprattutto l’immenso tumulto dell’irrazionale da cui salgono improvvise le fantasie e le immaginazioni, dove egli ritrova se stesso e abbraccia l’infinito…’ (Poco più che adolescente accompagnai, in un pomeriggio di tarda primavera, mia zia Ada al Colle Oppio, che voleva presentarmi un anziano professore, secondo lei un po’ strampalato con tutte le storie che raccontava di viaggi in Oriente. Era appunto Giuseppe Tucci che portava a spasso una coppia di aristocratici levrieri afghani. Un giorno volle mostrarci la sua abitazione all’interno di palazzo Brancaccio, sede dell’ISMEO e del relativo museo. Una sorta di museo, essa stessa, con oggetti sparsi, frutto dei suoi innumerevoli viaggi in Tibet negli anni Trenta. Allora poco ne capivo e poco erano capaci di destare la mia curiosità. Gli occhi, però, hanno la straordinaria capacità di raccogliere e proteggere, attraverso oscure e insondabili vie, i tesori per il tempo a venire…).
Comincio a salire, un’ora, forse due, il fiato si addensa in piccole forme grigie e disperse nell’aria, le gambe si fanno pesanti, mi perdo fra alberi rugosi e cespugli invadenti. Anche la vista si appanna con gli occhiali che trasudano umidità. Ho voglia di darmi dello ‘stronzo’, brutto segno, sto forse andando in paranoia? Mi fermo, regolo il respiro, ritrovo il giusto equilibrio… Mi trovo a fianco un vecchio signore dal cappello a visiera, feldgrau. Comparso all’improvviso, silenzioso, ad ispirare immediato calore, fiducia. Egli conosce con passo sicuro il percorso, m’accompagna fino al limitare del bosco. Mi giro per ringraziarlo. Se n’è andato svanito nel gioco delle ombre, nel grigiore di una domenica d’inverno. Dopo una sosta, un panino, ridiscendo costeggiando, questa volta, la strada.
giovedì 26 luglio 2012
L’anarcofascismo tanto caro ai francesi e non solo… (quinta parte)
Di Louis Ferdinand Destouches, in arte Céline, si conosce tutto o quasi. Nei suoi romanzi, anche quando utilizza il personaggio di Bardemu, altri non è che egli stesso, magari più sprezzante iroso disperato folle. C’è un Io che non può nascondersi; esso trasborda come un bicchiere riempito troppo e troppo in fretta; un Io che vorrebbe essere un revolver pronto a sputare fuoco contro tutto e tutti, ma che si deve accontentare d’essere foglio ed inchiostro e punto esclamativo e, soprattutto, quei tre puntini di sospensione che hanno partecipato alla grande rivoluzione culturale del ‘900. Essi non stanno a risolvere soltanto lo spazio muto tra le parole, quando s’attardano a darsi voce; quando l’arrancare del pensiero fatica ad aprirsi nuove percorrenze e divenire altrui ascolto. Essi scavano oltre ciò che è il dicibile, l’incontrollato oscillare tra il signoreggiare dell’uomo tramite il concetto e le parole stesse che si rendono dominatrici di se stesse e di colui che le pronuncia. Forse per questo Platone si scaglia contro il dio egizio Toth, artefice della scrittura, e dice, nella VII Lettera di non aver scritto nulla… E il non-dicibile è, appunto, quanto si offre al termine della notte, dopo un viaggio che privilegia la condizione del vagabondo più che il darsi una meta sicura.
‘Lontano, un rimorchiatore ha fischiato; il suo appello ha passato il ponte, lontano, più lontano… Chiamava a sé tutti i barconi del fiume, tutti, e la città intera, e il cielo e le campagne, e noi e tutto trascinava, anche la Senna, tutto, e che non se ne parli più’. Estate 1966, l’edicola di Corrado all’angolo di viale Gramsci, a Riccione. Acquistai Viaggio al termine della notte, edizione dall’Oglio, 450 lire. I Mulazzani, famiglia di anarchici, povera gente che s’era fatta l’edicola di giornali con il contrabbando di sigarette e qualche anno di carcere. Antifascisti al tempo in cui il Duce si mostrava sulla spiaggia della riviera romagnola; contro i comunisti e la gestione ‘allegra’ e onnivora al comune di Riccione. Amici di mio nonno, monarchico liberale interventista; amici di mio padre, avvocato uomo di straordinaria cultura storica legato alla tradizione risorgimentale e alle sue origini piemontesi. Quando venni arrestato, si presentarono dai miei con un pacco di libri… ‘Mario, fascista o meno, sta in galera e chi sta dentro ha sempre la nostra simpatia’ (traduco dal dialetto romagnolo quanto, grosso modo, mia madre mi riferì in uno dei colloqui del martedì mattina)…
Quando pubblicammo con Rodolfo, anno 2004, Inquieto Novecento, ricevemmo le lodi di Giano Accame che vi riconosceva un libro che si necessitava da sessant’anni. A parte questo, con estrema sintesi: Filippo Tomaso Marinetti con il futurismo rivoluziona le tecniche nelle varie forme espressive, le cui eco si avvertono nelle varie avanguardie; Ezra Pound trasforma la poesia da una inaccessibile torre d’avorio nella capacità di costruire un universo dove possono coabitare antiche tradizioni secolari, teorie economiche contro l’usura e la guerra sua espressione tragica e brutale, il quotidiano esperire di ciascuno di noi; di Céline si sta dicendo; Martin Heidegger nel campo della filosofia getta il sasso di una ridefinizione di tutta la sua storia a partire dalla metafisica quale ottenebramento del problema dell’Essere… pochi nomi, accanto a tanti altri qui omessi, e – sarà casuale? – tutti ‘tentati’ dal fascismo…
C’è una insofferenza che pervade l’esistenza di Céline. Fin dalla fanciullezza in conflitto con il padre e rimproverando la madre di non aver mai preso le sue difese. Solo la figura della nonna si preserva integra – e non è casuale che egli prenda il suo cognome come pseudonimo per comporre le sue opere. Vi è poi l’esperienza della Grande guerra nei corazzieri. Combatte nelle Fiandre e si offre volontario per una operazione rischiosa che lo invaliderà per sempre, facendogli odiare in modo viscerale la guerra e gli ebrei che tramano dietro di essa. Contro lo erano, con motivi certo difformi, ad esempio, Ezra Pound e Brasillach e Drieu la Rochelle, che non nasconde la paura provata e la fuga abbandonando fucile e zaino nella foresta di Charleroi. E’ una vecchia trappola per i creduli che il fascismo sia ‘guerrafondaio’. Esso esprime valori virili, misura le prove che cementano il carattere, trova inevitabile il conflitto, ma questo non vuol dire volere la guerra. Semmai sono le democrazie e il liberismo ad essere aggressive per la conquista di nuovi mercati, per esportare il proprio modello di vita, per favorire il tasso di sconto…
Al termine del conflitto si dedica agli studi di medicina, si sposa con la figlia del direttore della scuola di medicina a Rennes, discute la tesi di laurea su La vita e l’opera di Ignazio Filippo Semmelweis, che secondo Pol Vandromme racchiude in nuce tutto quanto sarà nella vita e nell’opera lo stesso Céline. Una carriera sicura, una vita rispettata e tranquilla, no!, gira per gli Stati Uniti e in Africa, poi nel 1928 apre uno studio a Parigi, in una delle zone più povere tanto da potersi considerare ‘medico dei cadaveri’… Nel 1932 l’imprevisto successo del Viaggio, che fa lanciare gridolini di libidine proletaria dalla critica e dai tanti, troppi circoli culturali. Denaro e fama non bastano ad anestetizzare il ribelle, quell’aristocratico anarchico che veglia in lui. Nel 1936 va in Russia, con Stalin che lo legge con passione, stendendo la sua ombra protettiva su di lui. Torna e… inizia la fase dei pamphlets prima contro l’esperienza sovietica – Mea Culpa – e, successivamente, con Bagatelle per un massacro e La scuola dei cadaveri, attirandosi l’odio insanabile dell’ebraismo internazionale, di ogni benpensante e progressista…
Eppure in Céline c’è una fame di vita autentica, la consapevolezza che ‘solo la gioia ci salverà’, il fascino delle ballerine che sembrano vincere lo spirito di gravità… la danza, come già nel Dioniso di Nietzsche… contro i nemici dell’esistenza, quell’esistenza di cui s’era fatto carico come medico, povero fra i poveri… niente illusioni, niente inganni… E, qui, lascio la tastiera. Dalla finestra aperta vedo un tremolio di stelle… ‘Auf einen Stern zugehen, nur dieses’, aveva scritto Heidegger in L’esperienza del pensiero, ‘in cammino verso una stella, soltanto questo’. Una stella uno spazio del cielo noi che del fascismo abbiamo accolto errori ed orrori, sempre scegliendo quel verso di Rilke ‘e noi viviamo per dire sempre addio’, ereticamente va da sé…
giovedì 19 luglio 2012
CELINIANA da un'idea di Mario M. Merlino
A poco più di cinquant’anni dalla morte dello scrittore francese Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis-Ferdinand Auguste Destouches, avvenuta nell’indifferenza generale il 1º luglio 1961, il Laboratorio Teatrale “SetteCinqueTre”, nato all’interno del movimento Foro753, intende offrire un contributo alla sua memoria attraverso un’originale trasposizione teatrale dal titolo “Céliniana”.
Rappresentazione teatrale che nasce, dunque, tanto quale strumento evocativo della vita e delle opere dello scrittore francese, tradotto ed apprezzato in tutto il mondo e da diverse generazioni, quanto come tentativo di riuscire a ricordare degnamente uno dei più grandi scrittori del ’900 europeo, che più di altri ha saputo raccogliere nelle sue opere, talvolta precorrendoli, tutti i temi portanti dei nostri giorni.Mediante un vivo incontro di parole e musica, si tenterà così di rievocare – audacemente – la profonda cultura e la fiammante sensibilità di Céline, capace di affrontare già tutti i temi più importanti del ventesimo secolo: la guerra, l’’industrializzazione, la decadenza coloniale, l’impoverimento e l’aridità spirituale delle coscienze. “Viaggio al termine della notte” è il primo, ed indubbiamente il più famoso, romanzo di Louis-Ferdinand Céline: scritto in interminabili notti insonni e pubblicato nel 1932, è un vero e proprio affresco della natura umana, certamente uno dei romanzi che meglio ha saputo capirla e rappresentarla in profondità.
Ieri a Roma, domani in Trinacrìa, da sempre crocevia di nobili esperienze artistiche, culturali e spirituali, arteria vitale della civiltà europea: grazie a Céline far rivivere le energie più vere dell’Uomo. Oltre a qualsiasi notte. Oltre a qualsiasi crisi.
venerdì 27 luglio 2012 a MAGMATICA
per info
www.facebook.com/events/182585615205123/
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magmatica2012@gmail.com
3493612670
3493612670
CELINIANA
----testo di Mario Michele Merlino---
Gabriele – (con vicino un trespolo e un pappagallo di pezza)
–‘Tutti lo conoscono con il nome d’arte di Cèline. Per me era un amico, il mio migliore amico, come mi aveva definito. Ora vi racconto dove egli ha vissuto gli ultimi dieci anni, solo ed offeso, dove egli è morto )
Meudon, piccolo centro a 10 km da Parigi, direzione Versailles. Lucette Almanzor, ballerina, di vent’anni più giovane, sposata nel 1943, acquista una piccola casa, tutta sbrecciata, con uno spiazzo per cani e gatti, recintata dal filo spinato.
1951, da poco ritornati dall’esilio in Danimarca, sottratti i diritti d’autore sui libri, quelli pubblicati e gli eventuali futuri. Compreso ogni compenso, va da sé.
Misera pensione di guerra, professione medico con zero clienti, lezioni di danza di Lucette.
All’arrivo, cartelli e manifesti. “Non vogliamo il nazista Cèline!”.
Gli tirano sassi contro il cancello, minacce, tentativi di avvelenargli gli animali.
Per 10 anni sarà la sua oasi, il suo zoo. Uscirà non più di una ventina di volte.
Nella stanza dove scrive la finestra mostra in lontananza Parigi, la città un misto d’amore e odio.
Sul tavolo alla rinfusa carte, libri, oggetti, una tazza e Toto, il pappagallo, che zampetta fedele e indifferente.
1 luglio 1961 termina di scrivere il libro che sarà edito postumo, titolo “Rigodon”, danza del 1600, dedicato ‘agli animali’. Ormai ha chiuso ogni relazione con l’umano.
Si sente male, si sdraia sul letto tutto nudo, aneurisma cerebrale. Lucette vorrebbe chiamare un dottore. “Io sono il medico!” e poi “Lasciatemi crepare in pace. Non voglio più niente…”.
“E che non se ne parli più”. Così si conclude “Viaggio al termine della notte.” Come un cerchio l’esistenza, un eterno ritorno, “nell’inverno e nella notte/ cerchiamo il nostro passaggio/ in un cielo senza luce”, senza meta forse, dubbio l’esito… “Il viaggio è la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine da coglioni”, ma anche “l’unica cosa che conta, tutto il resto è delusione, è fatica”…
Ultima offesa. Il prete gli nega la benedizione; la sepoltura in terra consacrata. Sulla lapide un veliero.
Musica jazz e rigodon…
( Tre giovani siedono ad un tavolo, all’interno del foro 753, sul tavolo una candela accesa, tre boccali di birra in parte consumata, un libro aperto, “Viaggio al termine della notte”, fogli sparsi e matite. Dietro il bancone un quarto personaggio. Gli spettatori siedono tra il tavolino e il bancone, lungo le pareti. Un cane al guinzaglio ai piedi di uno dei tre ).
(I tre giovani, fintanto che viene recitato il prologo, restano fermi, come congelati. Appena il prologo ha termine, di colpo la scena si anima)
Alberto: (scuotendo lentamente la testa, con le labbra serrate, come se disapprovasse lei stessa quello che sta per dire. Tra le mani tiene un foglio, dal quale legge. Il tono è disincantato, un po’ strascinato) – infinito qua e infinito di là, eternamente tua, due cuori e una capanna, la parola sempre a vincere il tempo… : “è buio il mattino che passa senza la luce dei tuoi occhi”,
(a questo punto fa una piccola pausa, scuote la testa lentamente, in atteggiamento di disapprovazione per quello che ha appena letto)
…mah!... mi sembra che se la canti così quel ridicolo, sfigato, poeta mezzo impotente… non ne posso più di questo ripetere ogni giorno, ogni occasione è buona, cuore e amore fanno rima…
(Mentre Alberto parla, Gianluchino continua a sfogliare il libro e a prendere appunti. Giorgia, invece, guarda l’amica, sorride alle sue parole e scuote leggermente la testa, come a dire: “ma senti questa che cosa è andata a trovare!” Quando Alberto smette di parlare, Giorgia interviene)
Giorgia: (sorridendo, quasi materna, all’indirizzo di Alberto: con un affettuoso gesto della mano sulla sua spalla. Parla con tono un po’ canzonatorio, ma, tutto sommato, anche affettuoso )
– Ehi! se la birra ti va storta, non bere…per una che non te la dà, non ci puoi aggravare la serata…(qui fa una pausa; toglie la mano dalla spalla di Alberto e, rivolgendosi a tutte e due le amiche, cambia tono: adesso parla con voce più alta e con tono allegro)
…vogliamo stare in allegria! Ricordiamoci, però, che siamo ben in ritardo nel preparare la relazione su Cèline per lunedì…
Gianluchino (per tutto il tempo del dialogo tra le altre due amiche ha sempre continuato a sfogliare il libro. Adesso si sofferma sue una pagina, solleva il braccio sinistro, per richiamare l’attenzione delle altre due e, senza sollevare lo sguardo da quello che sta leggendo, dice ad alta voce )
– Ehi! sentite qua! (assume un tono declamatorio) ‘l’amore è come l’alcool, più sei impotente e sbronzo e più ti credi forte e furbo, e sicuro dei tuoi diritti’. (Ride sommessamente, scuotendo leggermente la testa, come per dire “che sciocchezze!”. Continua a sfogliare le pagine del libro, sempre scuotendo leggermente la testa. A un tratto si ferma: solleva ancora una volta il braccio sinistro, sempre per richiamare l’attenzione delle due amiche)
Ehi! Aspettate, ne ho una migliore: (con tono molto enfatico, declamatorio, un po’ canzonatorio) “l’amore è l’infinito… (fa una piccola pausa di sospensione. Solleva la testa dal foglio; guarda le sue amiche, per vedere l’effetto che fanno le sue parole; poi, già ridendo e con tono di presa in giro)… alla portata dei cani”… (adesso ride più forte, senza ritegno): ah! ah! ah!…
Elena – (uscendo dalla porta della cucina. Ha una sciarpa di seta al collo, ha il volto bianco, grandi occhiaie, indossa due o tre t-shirt una sull’altra, pantaloni di misura più grande, sformati e retti con una corda in vita. Si muove agitando nervosamente le braccia. Potrebbe anche avere un gatto tra le braccia: questo è da definire.) Qualcuno mi ha citato?
Marta (interviene da dietro il bancone, dove è attenta alle sue faccende: pulisce dei bicchieri con un panno, poi li ripone. Parla senza guardare dalla parte di Ferdinand )
– Ah! Ferdinand… lei, finchè vive, andrà a cercare il segreto del mondo fra le cosce delle donne!
Elena: Oh, L’”église”, scritta fin dal 1926, ben prima del “Viaggio al termine della notte”, (qui fa una piccola pausa, rivolge lo sguardo verso il pavimento, parla con voce leggermente più bassa, come se stesse rivolgendosi solo a se stesso. Il tono è riflessivo, un po’ amaro, parla un po’ a denti stretti, riflessivo, fissando il pavimento, come se solo adesso si rendesse conto, dopo tanti anni, che i suoi guai sono cominciati da quel successo)
del suo stramaledetto successo…(altra pausa: sta ricordando, dentro di sé, avvenimenti che hanno segnato tragicamente la sua esistenza)
Tutti i guai sono cominciati da lì…(a questo punto risolleva lo sguardo e si rivolge di nuovo a Marta. Il volume della voce è tornato normale, però è un po’ incollerito) Non sono cambiato, io… vi scandalizzate? (piccola pausa. Sorride ironico, sarcastico. Anche il tono con cui parla è sarcastico) Anime tenerelle, verginelle pudiche…
(a questo punto niente più sarcasmo: il tono è diventa duro: parla più velocemente, quasi con affanno per la foga) vi do lezione, e ve la do gratis…da “Bagatelle per un massacro”…non storcete la bocca, come hanno fatto tutti i suoi lettori, ipocriti e falsi…
(a questo punto si ferma un poco; ansima leggermente per la foga con cui ha parlato; ha necessità di riprendere fiato; si appoggia al bancone, stando di profilo e si rivolge a Marta, che sta dietro il bancone):
tu…(ancora una breve pausa, poi, con tono deciso, quasi di comando): sì, tu: invece di spacciare alcool… prima stazione del mattatoio, lo so bene, io medico dei poveri, medico di cadaveri…toh
(gli dà un foglio dattiloscritto, ingiallito e stropicciato. Glielo sbatte sul bancone, quasi con violenza)
Marta (guarda verso Elena/Céline, un po’ sorpresa dai suoi modi bruschi. Intanto si asciuga le mani con un canovaccio. Quando si è asciugata, prende il dattiloscritto, lo esamina brevemente, solleva lo sguardo verso Elena/Céline, riprende ad esaminare il dattiloscritto: finalmente, comincia a leggere. Dapprima in modo distaccato, come se fosse un giornalista televisivo che dà le notizie senza partecipazione del sentimento, come se non capisse bene il significato di quello che legge )
“la volgarità, miei signori, comincia nel sentimento, tutta la volgarità, tutta l’oscenità! Nel sentimento! Gli scrittori così come le scrittrici,
(a questo punto si ferma un attimo, come se non credesse a quello che i suoi occhi leggono sul foglio e che, tra un attimo, lei dirà ad alta voce. Lancia una rapida occhiata alle sue tre amiche, come per dire: sentite che cosa riesce a dire questo matto! Poi riprende a leggere, pronunciando la parola “prostituti” con un certo disgusto, lentamente, scandendo le sillabe, quasi con incredulità)
prostituti allo stesso modo…e allora niente gli sembra più bello, più puro, che raccontare storie d’amore…per l’amore…dell’amore…(a questo punto fa una pausa, poi riprende, con tono conclusivo) insomma l’intero bidet lirico…tanto che si riempiono la bocca questi (i tre termini che seguono vanno pronunciati molto ravvicinati tra loro, quasi fossero un’unica parola) rammolliti-porci-degenerati, del loro amore!...”
Elena (attraversa la sala, va verso l’uscita, apre la porta, si gira, assumendo una espressione di tristezza, con le spalle curve )
“di quale amore abbiamo ancora il coraggio di parlare in questo inferno? come se si potessero comporre delle quartine in un mattatoio. L’amore è impossibile, oggi”.
( esce, con gesto sconsolato, richiudendo la porta )
Stacco musicale
Alberto (girandosi verso la porta da dove è uscito Cèline) – costui è follia allo stato puro, non c’è dubbio… avete visto come si muove?... nessun credito alle sue parole…i punti esclamativi e i tre puntini di sospensione saranno grande invenzione, ma…
Giorgia (con tono cattedratico) – il signor Cèline non è pazzo… lo dice lui stesso in Bagatelle … questo isterico è un furbacchione. Specula su… con il suo stile che è uno schifo, una perversione, un’esagerazione…nessuno sprazzo di luce in simile fogna…non il minimo fiorellino poetico…
Gianluchino: –eeeeeee! non è il solo. Quando il filosofo Sartre pubblica nel 1939 il romanzo La nausea vi appone una frase proprio di Cèline: ‘è un ragazzo che non ha alcuna importanza collettiva, è solo un individuo’…
Elena (riappare, uscendo dalla porta che conduce al bagno. Parla a denti stretti, lentamente, come masticando le parole)
- Sartre…parassita, piccola canaglia, sporco mocciosetto… (qui incalza, accelera e alza il tono) quello che scrivo io lo penso, tutto da solo, e nessuno mi paga o mi spinge a pensarlo… quasi nessuno può vantarsi di fare altrettanto né di pagarsi questo lusso…
(quasi urlando)… è il mio lusso. Il mio unico lusso…
(ricomincia a gesticolare, scuotendo la testa ).
Marta (anch’essa come se leggesse da un dizionario)
- nel dicembre del 1945 Sartre lo descrive quale perfetto ritratto dell’antisemita, lo accusa di aver sostenuto le tesi socialiste dei nazisti perché pagato… è il Sartre che sputa un infame necrologio sul cadavere di Drieu la Rochelle, che gli era stato amico, e si rifiuta di firmare la richiesta di grazia per Brasillach… è il Sartre che si era loro rivolto, durante l’occupazione tedesca di Parigi, per poter rappresentare il dramma “Le mosche”
(qui il tono diviene enfatico) Tutti addosso a Cèline – Drieu si è suicidato e Brasillach è stato fucilato -…tutto facile… addosso... e ci si ritrova con la coscienza messa a nuovo…
Elena (pronta a rifugiarsi oltre la porta da dove è entrata: Parla con tono aspro ) – Io non parlo di questo calvario, un odio immenso mi tiene in vita, vivrei mille anni se fossi sicuro di vedere il mondo crepare. Quello che abbiamo sofferto e soffriamo ancora non è immaginabile. Merda…(quest’ultima parola non va pronunciata con tono irato. Va detta quasi con malinconia).
( esce sbattendo la medesima porta da cui è entrato ).
Stacco musicale.
(Alberto, Giorgia e Gianluchino cercano tra i loro appunti sul tavolo e prendono ciascuna un foglietto da cui leggono ):
Alberto – c’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste.
Giorgia – Vedo l’uomo tanto più inquieto quanto più ha perduto il gusto delle favole, del mito, inquieto fino alla disperazione quanto più fa atto di adorazione, venera la precisione, il prosaico, il cronometro, il ponderabile . 'ciò non s'addice alla sua natura. impazzisce, pur restando lo stesso imbecille di sempre...'
Gianluchino – bisogna abolire la vita dal di fuori, farne, anche di essa, dell'acciaio, qualcosa di utile... la vita, dunque, io la trattengo tra le mie due mani... la falsa salute, le gioie defunte, le piccole arie disposte all'oblio, quel po' di vita che ancora nascondono... vivo di niente, bevo acqua, non mangio quasi, dormo molto male, le mie vecchie ferite... vivere, per le anime ardenti, è una carriera pericolosa'
Marta - allora, cosa avete trovato? libri, carte, a scaldar le sedie, ma consumare niente... non sono mica il buon samaritano, io...
Alberto - 'che si fa di solito per strada? si sogna. si sognano cose più o meno precise, ci si lascia trascinare dalle ambizioni, dai rancori, dal passato. è uno dei luoghi più meditativi della nostra epoca, è il nostro santuario moderno, la Strada'.
Giorgia – ' noi spariremo, corpi e anime, da questo territorio al pari dei Galli, questi folli eroi, i nostri grandi sciocchi antenatiin futilità, i peggiori zimbelli del cristianesimo. Non ci hanno lasciato neppure una ventina di parole del loro linguaggio. Di noi, se si conserverà la parola Merda, sarà già una gran cosa '.
Gianluchino – nella storia dei tempi la vita non è che un’ebbrezza, la verità è la morte.
Marta – E pensare che, quando nel 1932 pubblica “Viaggio al termine della notte”, viene acclamato, arruolato, incensato dall’intelighentia progressista, ne fanno la traduzione in russo, Stalin lo considera il suo libro preferito, va a Mosca a godersi il ricavato dei diritti d’autore… solo Trovskij diffida – non sarà mai dei nostri, gli manca la speranza… difatti, torna e dice ‘grazie’ a suo modo, con il primo dei suoi pamphlets, “Mea Culpa”, titolo che è di per sé un programma…
Elena (riapparendo dalla porta scorrevole del salone. Parla con tono duro, amaro):
– ogni operaio chiede…di diventare borghese…avidi budelli proletari contro contratti budelli borghesi: ecco qui tutta la mistica democratica…è tutta questione di trippa…
(si porta di nuovo a fianco del bancone e si fa servire un bicchiere d’acqua. Parla come rivolgendosi solo a se stesso, con tono meditabondo, parlando lentamente)
non ho mai votato in vita mia!...ho sempre saputo e compreso che gli imbecilli costituiscono la maggioranza e, quindi, non c’è alcun dubbio che vincano le elezioni!...perchè, visto ciò, dovrei prendermela? Si sa già tutto in anticipo…
(tace e beve ).
Stacco musicale ( possibilmente un rigodon ).
( ancora tenendo in mano il singolo foglietto come se vi leggessero )
Alberto (mette una mano sulla spalla di Giorgia, per richiamarne l’attenzione. Legge da un foglio che tiene leggermente sollevato con la mano sinistra)
– di colpo scoprivo la guerra: tutta intera. Ero sverginato. Bisogna essere all’incirca solo davanti a lei come lo ero io in quel momento per vederla bene la carogna:… di fronte e di profilo… (lentamente, assaporando le parole) la guerra è un’orgia di denaro,com’è un’orgia di sangue…
Giorgia (lentamente, con tono riflessivo) già, la guerra…
(dopo una breve pausa, il tono diviene più concitato, parla più in fretta: sta ricordando qualche cosa che fu molto eccitante all’epoca): il 25 ottobre 1914 mi offro volontario per una missione di collegamento. Ferito al braccio e alla testa. Decorato…Non ci credereste, ma il periodico “L’Illustré National” dedica una copertina alla mia azione di guerra.
(qui diviene enfatico, parla scandendo le frasi) A colori… sul mio morello… al galoppo, sciabola al vento…
(adesso, invece, il tono diventa più mesto, disincantato: è il tono di chi, con il senno di oggi, dopo tante esperienze amare, è giunto ad una conclusione di scetticismo. Parla lentamente) il resto è nulla, è solo paura che non abbiamo il coraggio di confessare: è…(ci pensa un po’, prima di parlare, come se cercasse la parola più adatta. Poi, alla fine, un po’ ironico) arte…
Gianluchino (con tono riflessivo) – cercare un nemico, elevarlo a paradigma d’ogni male…ciò che, considerando l’attuale situazione, più esaspera degli ebrei è la loro arroganza, il loro spirito di rivendicazione, la loro eterna martirologia persecutoria… Successo e Denaro a ogni costo…
Marta – si è tutti incatenati nel ventre di una galera, si rema con forza… per quale ricompensa? Niente. Solo frustate, miserie, falsità, e ancora cattiverie…non c’è redenzione, nessun mito consolatorio, progresso, superamento…niente di niente…monsieur Cèline, (dopo una piccola pausa) soli e disperati, dunque?
Elena/Cèline (si porta verso il tavolino dove siedono le tre ragazze che stanno facendo il lavoro di ricerca; appoggia una mano sulla spalla di Giorgia seduta al centro, guardando il pubblico. Quando comincia a parlare la sua voce ha un tono che è cambiato, rispetto a prima: è più leggero, con un accenno di riso nella voce. Guarda verso il pubblico e sorride)
– ecco la cara gioia! La più lieve di tutte!...il meglio di casa nostra…che a tutte preferisco…per niente contratta come l’albionica…squillante come l’italiana… gioia innanzitutto! Gioia è tutto!... voglio canti e danze… Non mi preoccupo della ragione… Cosa devo farne d’intelligenza, di competenze? Di finalità?... La gioia soltanto ci salverà.
Musica in dissolvenza.
Gabriele:
(improvvisa si leva una voce, diretta verso carlo e la musica, gesticolando e con un agitare le braccia. voce urlante...)
Piantala, tu, edith piaf, l'usignolo, piccola, sempre vestita di nero, con un ragazzetto greco che ti aspetta nel letto...
Non sono uno scrittore, sapete, uno di quelli che si ruffianano i giovani, che rigurgitano di idee, che sintetizzano, che hanno delle idee! sono soltanto un piccolo inventore, proprio così!... non mando messaggi al mondo, io no! quel che ho inventato... l'emozione del linguaggio scritto!... sì, il linguaggio scritto era a secco, sono io che ho restituito l'emozione al suo linguaggio... la trovata, la magia, che adesso qualsiasi coglione può commuoverla per iscritto!... ritrovare l'emozione del parlato attraverso la scrittura! non è niente, è l'infimo degli infimi, ma è sempre qualcosa!
(fa dei passi verso il pubblico)
al punto in cui siamo, non tarderà troppo, la maniera emotiva, uno di questi giorni, sarà alla moda... nemmeno io, io in persona, saprei dire quante volte mi han copiato, trascritto, trafficato! la natura concede molto solo molto di rado... tutti a quelli che vanno in giro a strillare che si sentono, loro, pieni fino al collo di invenzioni, sono solo dei sacramenti di pagliacci...l'emozione non si lascia riprodurre attraverso lo scritto se non a prezzo di sforzi, anni di marciapiede accanito, austero, monacale, e molto culo... da bagatelle per un massacro, proverbio spagnolo: con molta vasellina e tanta pazienza l'elefante s'incula la formica... ho sempre dovuto rubare, riscattare la mia vita, giorno per giorno, di mano in mano... con centomila astuzie e miracoli...
(tende a ritirarsi, ad acquistare un tono più sobrio, asciutto, meno gesticolante)
no!... non posso raccontare la mia vita... mi sale alla gola... mica tristezza... beninteso... me la sono anch'io goduta... ma non posso più spiegare agli altri quel che sono, che sono solo un acrobata sulla corda tesa a 45 metri... la mia musica...
no!... je ne regrette rien... no, non rinnego nulla...
(seguono i nomi con il ruolo svolto mentre edith piaf rientra in gioco con je ne regrette rien che sale di volume)
venerdì 25 novembre 2011
Céline ci scrive - Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944
Presentiamo qui, per la prima volta in italiano, le discusse lettere e gli scritti di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese. Queste lettere, assieme ai cosiddetti pamphlet, hanno consegnato definitivamente Céline al destino di “Grande reprobo”, sentenza capitale emessa dal Comitato di Grande Purificazione progressista[1]… e rendendolo un feticcio per altri, che riducevano la biobibliografia di Céline ai soli pamphlet, facendone un alfiere del Volk, del Reich e del Führer… ignorando le palle incatenate sparate dal nostro contro praticamente tutti i politici di Vichy, i nazisti e Hitler![2] Nonostante alcuni studi recenti abbiano cercato di dipingere Céline come in realtà lontano dagli ambienti collaborazionisti[3], oppure addirittura come “un comunista”[4], la lettura delle lettere qui integralmente pubblicate, e le recenti, ulteriori inedite testimonianze relative all’attrazione di Céline verso i partiti nazionalisti europei e d’oltremare[5] illustrano chiaramente la visione politica di Céline. Che poi questa visione non fosse quella dell’ortodossia nazionalsocialista, e attraversata invece com’era da un fiero patriottismo “retrò” e da un socialismo ingenuo[6], e che il comportamento di Céline all’interno del pur variegato mondo della Collaborazione francese fosse più orientato all’anarchia polemica che all’Ordine e Disciplina, non è un fatto che possa stupire chi conosca seppur in maniera cursoria la vita del Nostro. È interessante a tal riguardo notare come Céline fu nella quotidianità ben lontano dai tetri propositi dei pamphlet, punto efficacemente sollevato da Karl Epting[7] in un suo ricordo di Céline:
Già durante la mia prima visita a rue Lepic, poco dopo la pubblicazione di Bagatelles, mi avevano sorpreso il potere soprasensibile e quasi medianico del suo sguardo sugli uomini e sulle cose, e contemporaneamente il contrasto profondo tra la sua presa di posizione verso le collettività impersonali, per esempio, americane, inglesi, russe, ebraiche e massoniche, nella quale poteva essere di una crudeltà che, nei suoi discorsi, arrivava sino al parossismo, e il suo comportamento verso l’individuo concreto, uomo o animale che fosse, nel quale non ha mai cessato di restare il medico e il protettore. La vita e l’opera di Céline non acquistano significato che attraverso la sua professione di medico, ed è solo partendo da là che esse possono essere comprese nel loro doppio significato. Nel suo essere tra queste due condizioni, nel doppio sguardo che ha gettato verso un lontano dai contorni indecisi e in un cerchio ristretto su di un essere corporeo vicino, hanno messo radice i numerosi malintesi che hanno reso così dura la vita a Céline e alla sua compagna.
Tornando alla “visione politica” di Céline, e rendendoci pur conto che pensare di riuscire ad apporre sul pensiero del nostro una comoda etichetta sia fatica di Sisifo, forse un termine che più si avvicina a delineare la sua sensibilità è “antimoderno”, anzi, “anticontemporaneo”, nel senso ben delineato da Giancarlo Pontiggia, traduttore tra l’altro del Bagatelles, nel suo scritto Cinécéline:

Quello che oggi chiamiamo mondo contemporaneo può essere compendiato nelle parole “democrazia”, “sinistra”, “America”, tre parole così diverse tra loro, e che pure, proprio nel loro intricarsi, definiscono il carattere del Novecento. E qui Céline, nei romanzi come nei terribili libelli antisemiti e anticomunisti, urla delle verità che nessuno aveva mai saputo dire con tanta forza: la tempesta della chiacchiera ha ormai rimbambito il mondo, lo ha reso come un pugile suonato, come un idiota pronto a ingoiare tutto. I sistemi democratici, le istituzioni democratiche, sono diventati dei circhi equestri, delle palestre di buffoneria a buon mercato. Ma questo è Céline, direte: no, questo è il mondo nel quale viviamo, che Céline è stato il primo, forse l’unico, ad aver denunciato. Senza ombrelli ideologici, senza vanità, senza protezione, senza speculazione: del resto non c’è niente di più sterile e noioso che leggere tutti quegli scrittori impegnati che denunciano in nome di un partito, di un’idea[1][1][8].
Ad ogni modo, discutere a fondo dei motivi che spinsero Céline a scrivere le righe sulfuree dei pamphlet[1][1][9], o queste lettere, necessiterebbe di uno spazio ben maggiore che questo libretto[1][1][10]; basti dire che per noi gli scritti sopra citati non spostano di una virgola non solo il giudizio - un capolavoro - sull’opera letteraria di Céline, ma anche sulla vita del Dr. Destouches, che ha dimostrato, nel concreto delle sue vite di soldato, scrittore, e di medico del lavoro prima, e dei miserabili della banlieu poi, di essere infinitamente superiore, moralmente e letterariamente, alla stragrande maggioranza dei suoi critici.
Andrea Lombardi
22
Lettera a Lucien Combelle, Dalla parte di Proust, di L.-F. Céline, in “Révolution nationale”, n. 71, 20 febbraio 1943, p. 3.
Traduzione di Valeria Ferretti.
Mio caro Combelle,
Ecco ritornare Proust. Gran Tema! Fernandez[11] pubblica su di lui un libro. Brasillach, un magnifico articolo in cui lo consacra, all’incirca, il più grande romanziere “puro” della letteratura francese. Non ne buttate più! Gli organizzatori dell’Esposizione 36 hanno preceduto Brasillach e Fernandez in questa opinione. Hanno saputo piazzare Proust sullo stesso piano di Balzac: stessa importanza, stessa gloria, stesso merito. Benissimo. Ma sono certo che alla prossima Esposizione 36 con gli stessi organizzatori, Balzac verrà relegato questa volta al decimo piano e Proust, e Bergson, e Marx da soli in primissimo piano, incontestati, incomparabili. Senza rivali ormai. Abbiamo assistito nel ’36 a un ripetersi di apoteosi, una preparazione dell’opinione letterata… Il gioco è fatto. Si cavilla molto su Proust. Questo stile?... Questa costruzione bizzarra? … Da dove? Chi? Che? Cosa?
Oh! È semplicissimo! Talmudico. Il Talmud è all’incirca costruito, concepito, come i romanzi di Proust, tortuosi, arabescoide, mosaico disordinato. Il genere senza capo né coda. Da quale parte prenderli? Ma in fondo infinitamente tendenziosi, appassionatamente, ostinatamente. Lavoro da baco. Questo passa, ritorna, rigira, riparte, non dimentica niente, all’apparenza incoerente, per noi che non siamo Ebrei, ma di “stile” per gli iniziati! Il baco lascia così dietro di sé, come Proust, una sorta di tulle, di vernice, iridato, impeccabile, capta, soffoca, riduce tutto ciò che tocca e sbava – rosa o stronzo. Poesia proustiana. Quanto al fondo dell’opera proustiana: conforme allo stile, alle origini, al semitismo: designazione, mascheramento delle élite marce nobiliarie mondane, invertite, ecc., in vista del loro massacro. Epurazioni. Il baco passa sopra, sbava, le irida. Il carro armato e le mitragliette fanno il resto. Proust ha compiuto il suo compito, talmudico.Mi pensa ossessionato? Mio Dio, no! Il meno di tutti!
Viva Proust! Viva il Talmud! Se vuole. Non sono indifferente. Lungi dall’idea. Sono prontissimo a riconoscere il genio talmudico. Centomila prove, ahimé! L’occultamento, l’inganno, da soli, mi feriscono.
Notiamo ancora che Proust salva, tenta di salvare, la sua famiglia dai massacri spirituali che reclama e pratica per noi! Da qui tutta quella tenerezza, quella compassione per la nonna, d’altronde molto ben accetta, ne convengo, riuscita, e di cui tutti i critici ariani a giusto titolo si stupiscono.
Mi vede un po’ prevenuto.
Se vivesse ancora, da quale parte starebbe Proust?
La lascio pensare.
La caduta di Stalingrado[12] non gli farebbe certo nessuna pena.
E molto cordialmente la saluto.
18
Lettera a Henri Poulain e al “Je suis partout”, 15 giugno 1942[13].
Traduzione di Valeria Ferretti.
Fouesnant il 15 giugno
Mio carissimo Poulain,
mi coglie su due piedi! Ah, capita bene! Capita a fagiolo! Mi chiede un articolo. Prenda questa lettera e a gratis! Celebrare un anniversario? Quello dei Beaux draps? Perbacco! Sempre proibiti! I governi si succedono, mandano avanti i loro gran cavalli[14], le loro fanfare, e patatì e patatà… e niente cambierà intendiamoci. Glielo dico molto educatamente. La storia della Francia va avanti. Piccolissimo indizio mi dirà: narcisismo d’autore che vede il mondo solo dal suo ombelico. La Francia continua! Come vorrà! Andrà avanti senza di me! Non se n’avrà a male.
Maurois, Bernanos, adulati, classici a Tolosa[15], Céline nella merda.
Domani Duhamel grande censore. Tutto questo è proprio regolare, può sorprendere solo un coglione. La Francia odia istintivamente tutto ciò che le impedisce di darsi ai negri. Li desidera, li vuole. Buon pro le faccia! Che si dia! tramite l’Ebreo e il meticcio, tutta la sua storia in fondo è solo una corsa verso Haiti. Quale ignobile cammino percorso dai Celti agli Zazou[16]! Da Vercingetorige a Gunga Diouf[17]. Tutto qua! Tutto sta lì! Il resto non è che farsa e discorsi. La Francia muore dalla voglia di finire negra, la trovo piuttosto a puntino, marcia, zeppa di meticci. Mi fanno proprio ridere quando mi dicono 5 o 800.000 ebrei in Francia! La battutona! Solo San Luigi[18], l’eletto, ne fece battezzare 800.000 tutti in una volta nella Narbonense[19]! Pensi se hanno avuto prole! Altri 50 anni, e nemmeno un francese che non sia meticcio di qualcosa in “ide”, araboide, armenoide, bicoide, polaccoide… E chiaramente “francese” 100.000 volte più di lei e di me.
L’arroganza “patriottica”, la faccia tosta, è sempre in proporzione al meticciaggio, alla giuderia personale. Un altro bel giornale è da creare, molto opportuno, il “giallo e nero” emblema del futuro francese. Se la guerra civile fosse durata sarebbe del resto già fatto. Avremmo due milioni di morti, ariani, sostituiti immediatamente (Mandel dixit) da due milioni di asiatici e di negri, il grande programma ebreo. Tutto il resto è iperbole, discorso iperbolico, chiacchiere per Arthur[20]. Costituisca in Francia un parlamento secondo le razze (e non secondo i più bavosi) e troverebbe soltanto un’ala destra “Vercingetorige” insignificante per numero, il residuo delle origini, gli avanzi dei “Celti”, umiliati da un centro enorme, sbraitante, imperativo recriminante, maggioritario schiacciante, la palude degli ibridi, gracchianti, per ordine di Blum, e composto da tutti i negroidi del mondo, armenoidi, assirioti, narbonoidi, ispanioti, alvernoidi, pétanisti, semiti maurrassici, ecc. ecc. tutto quello che urla di più “francese” e si sente sempre più cafro, e poi un’ala sinistra mora, in piena crescita. Ben più simpatici a dire il vero a paragone i tipici “Abd-el-Kader” nubiani, “Gunga Diouf”, gli ilari, gli eredi celti. Ridurre l’ala destra in schiavitù, farla sparire, ecco qual è l’ideale quasi confessato di quel parlamento. Nessuna bavosa protesta, mani sul cuore! Grazie! Tutti i meticci, gli allogeni, i Maurras, sono mossi da un odio sordo, animale, irriducibile per tutti i Celti e i Germani. Il Parlamento razziale francese nella sua maggioranza schiacciante desidera con tutto se stesso la sconfitta assoluta della Germania e del suo ideale razzista. Bisogna come proclama Churchill “cancellare l’Hitlerismo dalla mappa del mondo”. Mi spiego. Il padiglione nazionale francese copre tutte le mercanzie. La Francia attuale così meticcia non può essere che antiariana, la sua popolazione assomiglia sempre più a quella degli Stati uniti d’America. Stessi auspici, stessa politica profonda. Attoniti dappertutto riuniti per ordine ebreo, più qualche rimasuglio nordico e celtico a rimorchio, del resto fusi, in via di estinzione (suppergiù come i pellirossa). Veda le nostre squadre nazionali sportive, accozzaglie grottesche, frettolose ammucchiate di non importa chi, pescati non importa dove, dall’Africa alla Finlandia!
Il colpo di grazia, senza dubbio, ci fu inferto dalla guerra del ’14-’18: due milioni di morti, più di cinque milioni di feriti e di abbrutiti dai combattimenti e dall’alcol, ossia tutta la popolazione maschile valida, (in maggioranza ariana ben inteso) sfinita, annientata. E tra questi certamente tutti i nostri quadri reali, tutti i nostri capi ariani. La faccenda dei capi! La massa non conta. È plastica, anonima, fa carne, peso di carne, tutto qui. La guerra, la vita lo dimostrano. La massa, la truppa non vale che solo attraverso i suoi quadri, i suoi capi. La truppa meglio inquadrata vince la guerra. È il segreto, il solo. I nostri capi, i nostri quadri sono morti durante la guerra super criminale del ’14-’18. Sono stati immediatamente sostituiti al volo dall’afflusso degli armenoidi, araboidi, italoidi, polaccoidi etc. tutti estremamente avidi, cullati da sempre nel sogno, nei loro paesi infetti, di venire a recitare qui la parte dei capi, di asservirci, conquistarci, (senza alcun rischio). Un ottimo affare! I nostri eroi del ’14-’18, cedettero loro senza esitare i posti ancora caldi. Furono occupati immediatamente. 4 milioni di pulcinella anti-francesi nell’anima e nel corpo, soltanto francesi di chiacchiera, si è visto bene quanto valessero i quadri Boncourt, i naturalizzati Mandel durante la guerra ’39-’40!
Le donne si sposano con ciò che trovano! Certo! Nuova fioritura di meticci! Che commedia! Che lupanare! E così sia!
“Vengono fin tra le nostre braccia! Sgozzare, ecc.” non sono affatto i “feroci soldati” a devastare e distruggere la Francia quanto piuttosto i rinforzi negroidi del nostro stesso esercito. Per essere precisi, non sgozzano niente di niente, montano. Ed è l’imprevisto della “Marsigliese”! Rouget non aveva capito niente, la conquista, quella vera, ci viene dall’oriente e dall’Africa la conquista intima, quella di cui non si parla mai, quelle dei letti. Un impero di 100 milioni di abitanti di cui 70 milioni di caffellatte, per volere Ebreo è un impero in via di diventare Haitiano, in modo del tutto naturale. Siamo completamente abbrutiti? È un dato di fatto, per via dell’alcol e dell’incrocio, e poi per molte altre ragioni… (veda i Beaux draps, proibiti…)
Anestetizzati, insensibili al pericolo razziale ? Lo siamo, è evidente. 50.000 stelle gialle non cambieranno niente. La Francia intera per un po’, più dreyfusarda che mai, per simpatia così cristiana, sfoggia con fierezza il simbolo giudaico. Nuova Legione d’onore, zazou, molto più giustificata dell’altra. E tutto per Blum e per de Gaulle!
Maturi per essere colonizzati ? Lo siamo! Da non importa chi! Parlare di razzismo ai francesi, è parlare di sangue puro ai nordafricani, stesse reazioni. Non si fa piacere a nessuno. Vichy si occupa, sembra del razzismo, a modo suo, come si occupa dei miei libri, ha offerto al Sig. Carrel[21], fachiro, Lion-New-Yorchese, 50 milioni di crediti (Bouthiller[22]-Reynaud) per occuparsi della faccenda. Vada un po’ a chiedere a Claude Bernard quel che pensa del problema ebraico!... Sarà servito. All’incirca quel che pensano, immagino, il Sig. Spinasse[23] e il generale Mac Arthur[24]!
“Si figuri raccontano i suoi assistenti che se il Sig. Bergson fosse ancora qui, i tedeschi gli farebbero indossare la stella gialla!”
Altrettanto attaccabriga!
Allora bella cosa, ci dica lei stesso, un po’, quel che preconizza? Ah! quant’è più delicato… scomodo… arduo… crudele… che Dio mi guardi dal potere! Dalle pesanti confidenze popolari ! Le ridurrò tutte in poltiglia ! Taglierei innanzitutto la Francia in due parti. Per la comodità delle cose, la tranquillità dei partiti. Lo slogan “Una, Indivisibile” mi è sempre sembrato una cosa da “massoni”.
Al punto in cui siamo arrivati nella decadenza, saremo per forza le vittime nell’“Indivisibile” noi gente del Nord, poiché è il Sud che comanda, cioè l’ebreo. I Romani troppo meticciati si sono dati due capitali, farò altrettanto. Marsiglia e Parigi. L’una per la Francia meridionale, latina se vogliamo, bizantina, “sovralgerica”, tutto ai meticci, tutto agli zazou, dove si avrebbe tutto il piacere, tutta la libertà di ospitare, amare profondamente tutti i più bei ebreoni del mondo, di eleggerli tutti deputati, commissari del popolo, arcivescovi, druidi, geni, di farsi inculare da loro, all’infinito, aspettando di diventare tutti negri, questione di trenta o cinquanta anni, per come vanno le cose, di raggiungere infine lo scopo supremo, l’ideale delle Democrazie. L’altra per la Francia “a nord della Loira” la Francia lavoratrice e razzista, senza Blum, senza Bader[25], se possibile, nemmeno senza Frot[26], è da tentare. Credo che sia forse il momento di attuare alcune grandi riforme… La Francia tipo Santo Domingo non mi interessa davvero. Può farsela chi si presenta, me ne frego alla grande. Mi dispiace semplicemente di aver lasciato tanta carne (75 per 100)[27] per difendere questa porcheria che non sogna altro che Lecache. Una così grande guerra, tanta miseria, per andare da Rotchild [sic] a Worms! Ci vorrà davvero del nuovo per farmi ritornare patriota. Credo che sarà per un’altra volta, forse per un altro mondo, quello dei morti se ho ben capito, la vera patria dei testardi.
A lei Poulain! Stia ben attento! Ah ! non mi tradisca! la minima parola ! tutte le virgole! e coraggio!
L.F. Céline
P.S. Mi metta da parte 10 numeri!
Louis-Ferdinand Céline, «Céline ci scrive - Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944»
A cura di Andrea Lombardi
Prefazione di Stenio Solinas
F.to 15x21, pagg. 240, numerose ill. in b/n, brossura, euro 25,-
Edizioni Il Settimo Sigillo, info@libreriaeuropa.it, tel. 06.3972.2155
Da "Il Giornale" del 30 giugno 2011: Tra le iniziative editoriali che ricordano i cinquant’anni dalla morte di Louis-Ferdinand Céline (nato nel 1894 e morto il 1° luglio 1961), la più importante è senza dubbio la pubblicazione delle lettere dello scrittore alla stampa collaborazionista francese fra il 1940 e il 1944: Louis-Ferdinand Céline, «Céline ci scrive - Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944» (Edizioni Il Settimo Sigillo, pagg. 240, euro 25; info@libreriaeuropa.it, tel. 06.3972.2155). Curato da Andrea Lombardi, il libro ha una lunga prefazione – di cui anticipiamo in questa pagina una parte – di Stenio Solinas, firma storica del «Giornale». Tra i temi toccati da Céline in queste lettere-articoli «maledetti», tutti tradotti per la prima volta in italiano, alcuni sono più «urticanti» (il collaborazionismo, Vichy, gli ebrei, il razzismo, come nel lungo articolo-intervista a Jamet o la lettera dove lo scrittore auspica una divisione etico-etnica nord-sud della Francia), altri sono invece più letterari (contro Proust, contro Peguy, la lettera a Théophile Briant…). Nel volume sono anche riprodotte le pagine originali delle ormai introvabili riviste e quotidiani dove apparvero gli scritti tradotti, mentre le appendici comprendono anche la risposta di Céline alle accuse della Procura francese, il ricordo di Karl Epting, un testo sulla cultura politicizzata della Sinistra in quegli stessi anni, uno sui rapporti tra gli intellettuali francesi e tedeschi, e numerose fotografie.
A cura di Andrea Lombardi
Prefazione di Stenio Solinas
F.to 15x21, pagg. 240, numerose ill. in b/n, brossura, euro 25,-
Edizioni Il Settimo Sigillo, info@libreriaeuropa.it, tel. 06.3972.2155
Da "Il Giornale" del 30 giugno 2011: Tra le iniziative editoriali che ricordano i cinquant’anni dalla morte di Louis-Ferdinand Céline (nato nel 1894 e morto il 1° luglio 1961), la più importante è senza dubbio la pubblicazione delle lettere dello scrittore alla stampa collaborazionista francese fra il 1940 e il 1944: Louis-Ferdinand Céline, «Céline ci scrive - Le lettere di Louis-Ferdinand Céline alla stampa collaborazionista francese, 1940-1944» (Edizioni Il Settimo Sigillo, pagg. 240, euro 25; info@libreriaeuropa.it, tel. 06.3972.2155). Curato da Andrea Lombardi, il libro ha una lunga prefazione – di cui anticipiamo in questa pagina una parte – di Stenio Solinas, firma storica del «Giornale». Tra i temi toccati da Céline in queste lettere-articoli «maledetti», tutti tradotti per la prima volta in italiano, alcuni sono più «urticanti» (il collaborazionismo, Vichy, gli ebrei, il razzismo, come nel lungo articolo-intervista a Jamet o la lettera dove lo scrittore auspica una divisione etico-etnica nord-sud della Francia), altri sono invece più letterari (contro Proust, contro Peguy, la lettera a Théophile Briant…). Nel volume sono anche riprodotte le pagine originali delle ormai introvabili riviste e quotidiani dove apparvero gli scritti tradotti, mentre le appendici comprendono anche la risposta di Céline alle accuse della Procura francese, il ricordo di Karl Epting, un testo sulla cultura politicizzata della Sinistra in quegli stessi anni, uno sui rapporti tra gli intellettuali francesi e tedeschi, e numerose fotografie.
[1] “Definitivamente” perché il suo rifiuto di schierarsi tra le file degli autori della sinistra francese dopo il successo del Voyage e il primo entusiasmo per questo autore che denunciava nel suo best-seller guerra, colonialismo e capitalismo, lo aveva già reso sospetto agli occhi dei Sartre-de Beauvoir e degli Aragon. Come noto, Jean-Paul Sartre stimava Céline tanto da citarlo in epigrafe al suo romanzo La nausée, e Louis Aragon tentò più volte di portare Céline a prendere posizione nella sinistra; Céline rispose agli appelli della gauche con questa lettera del 1934 a Elie Faure…
Sono anarchico da sempre, non ho mai votato, non voterò mai per niente né per nessuno. Non credo negli uomini. Perché vuole che mi metta d’improvviso a suonare lo zufolo solo perché decine e decine di falliti me lo suonano? io che me la cavo piuttosto bene col pianoforte? Perché? Per mettermi al loro livello di gente meschina, rabbiosa, invidiosa, piena d'odio, bastarda? Questa è davvero buona. Non ho niente in comune con tutti questi froci - che sbraitano le loro balorde supposizioni e non capiscono nulla. Si immagina a pensare e a lavorare fra le grinfie di quel gran coglione di Aragon, per esempio? Questo sarebbe l'avvenire? Colui che dovrei adorare, è Aragon! Puah! […] Non sente, amico, l’Ipocrisia, l’immonda tartuferia di tutte queste parole d’ordine ventriloque! […] I nazisti mi detestano al pari dei socialisti, e i comunisti anche, senza contare Henri de Régnier o Comoedia. Si intendono tutti quando si tratta di sputarmi addosso. Tutto è permesso tranne che dubitare dell’Uomo. Allora non c’è più niente da ridere.
Ho fatto la prova. Ma io me ne frego, di tutti.
Non chiedo nulla a nessuno.
…e più in generale, con il passo sotto riportato dell’“Omaggio a Zola” da lui pronunciato a Médan nel 1933:
Noi siamo giunti alla fine di venti secoli di alta civilizzazione e, comunque, nessun regime potrebbe resistere a due mesi di verità. Io voglio dire che vedo la società marxista uguale alla nostra borghese ed a quelle fasciste.
[2] Ricordiamo a tal proposito il seguente aneddoto, citato da Lucien Rebatet nelle sue memorie, v. bibliografia:
Céline, che non beveva un goccio di vino, intavolò [durante una cena a Sigmaringen] un accanito parallelo tra la sorte delle “spie”, che avevano trovato il modo di farsi sconfiggere, per rientrare però subito nei loro ranghi di bravi soldati e bravi cittadini, con la coscienza pulita, non dovendo rendere conto a nessuno ed avendo assolto il loro dovere di patrioti; e quella dei “collaborazionisti” francesi che avevano tutto da perdere, beni, onori e vita, in una simile impresa da fessi. Quindi Céline non vedeva più cosa gli potesse impedire di proclamare che la divisa tedesca l’aveva sempre avuta in antipatia e che altrettanto non era stato abbastanza ponderante per immaginarsi che sotto un’egida del genere la collaborazione non poteva essere che un terribile maleficio. Gli altri gradi militari presenti avevano però deciso di trovare la battuta eccellente, rallegrandosene assai, e quando Ferdinand andò a dormire, venne rimpianto.
[3] Per esempio Marina Alberghini nella sua peraltro documentata biografia dedicata a Céline, v. bibliografia.
[4] Stefano Lanuzza, Maledetto Céline, Roma 2010.
[5] Come la fotografia attestante la presenza di Louis-Ferdinand Céline ad un raduno del Partito Nazional Socialista Cristiano canadese nel 1938, pubblicata in Jean-François Nadeau, Adrien Arcand, führer canadien, Montréal 2010.
[6] Il “comunismo Labiche” tratteggiato in Les Beaux Draps.
[7] Direttore dell’Istituto tedesco di Parigi tra il 1940 e il 1944; il testo completo è riprodotto in appendice. In questo Céline fu simile ad un altro grande scrittore a parole antisemita, omofobo, xenofobo, razzista e filotedesco: Howard Phillips Lovecraft, che come noto sposò una ebrea russa, fu fraterno amico di omosessuali e ebrei, e cercò di arruolarsi volontario nell’US Army nella prima guerra mondiale, dichiaratamente per combattere contro i “barbari Huns”, v. H.P. Lovecraft (a cura di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco), L’orrore della realtà. La visione del mondo del rinnovatore della narrativa fantastica. Lettere 1915-1937, Roma 2007.
[8] In Céline e l’attualità letteraria, 1932-1957, Milano 2001, pag. 143. Pontiggia prosegue poi rilevando come, d’altra parte, il carattere “nichilista, sprezzante, irridente” del “rifiuto di tutto” di Céline lo colloca in pieno nel “carattere dominante della cultura contemporanea”. Su questo paradosso céliniano, interessanti i lavori di Loredana Trovato (cur.), L’attualità dell’antimodernità. Da Céline alle espressioni artistico-letterarie contemporanee, Lugano 2008 e di Patrizio Paolinelli, Nello specchio della modernità, Catania 2011.
[9] Pamphlet che sarebbe ad ogni modo errato considerare come marginali nell’opera letteraria di Céline; il francesista Nicholas Hewitt, riportando il disappunto con il quale la pur bendisposta critica letteraria collaborazionista accolse Guignol’s Band, scrisse come (corsivo nostro):
per Alméras, “Guignol’s Band inaugura in effetti il periodo astratto durante il quale Céline vuol essere innanzitutto stilista: Proust alla rovescia, dicono alcuni”, un periodo che si estende ai due volumi di Féerie pour une autre fois e che non cessa completamente con la Trilogia. I pamphlet avevano liberato Céline, sia strutturalmente e stilisticamente, dall’impasse nella quale si era trovato dopo Mort à crédit, e un riconoscimento implicito di ciò si trova nei debiti infratestuali in Guignol’s Band da Bagatelles pour un massacre […] Quello che Céline perfeziona nei pamphlet, particolarmente nella sezione conclusiva de Les Beaux Draps, che, come abbiamo visto, stava scrivendo contemporaneamente all’inizio di Guignol’s Band, è quella qualità astratta e percussiva del linguaggio che diventò, letteralmente, musicale: la “petite musique” dello stile céliniano non è per nulla metaforica. È al contrario uno strumento concreto per trasformare le parole da significanti a suoni.
Da Nicholas Hewitt, The life of Céline: a critical biography, Malden 1999, pag. 222.
[10] Notiamo soltanto che, per quanto dure possano sembrare al lettore odierno certe frasi, sarebbe ipocrita non considerare come, in generale, il lessico politico-militante delle varie fazioni dell’epoca, polarizzato dalle tensioni tra ideologie e nazionalismi, non era certo improntato all’esprit de finesse. Questa circostanza dovrebbe essere evidente anche a chi abbia solo una cursoria conoscenza del periodo; comprendiamo comunque come un certo milieu intellettuale valuti ancora oggi lo “sterminio di classe” cantato da Aragon e Majakovskij (vedi appendice), e imbellettato da Sartre e Brecht, in maniera più indulgente che l’antisemitismo professato dai Collabos. Per lo strabismo, dopo una certa età, non vi è infatti più rimedio.
[11] Ramon Fernandez (1894-1944), intellettuale comunista poi passato al Parti Populaire Français nel 1937 e quindi tra i Collabos, autore del saggio À la gloire de Proust ou Proust ou la généalogie du roman moderne, del 1943.
[12] La sconfitta della 6ª Armata del Feldmaresciallo Friedrich Paulus rappresenta evidentemente per Céline un momento fondamentale non solo della seconda guerra mondiale, ma anche della civiltà occidentale; infatti, molti anni dopo questa lettera, Céline dirà all’amico Pierre Duvergier:
Tra qualche generazione, la Francia sarà completamente meticciata, e le nostre parole non vorranno più dire nulla. Che piaccia o no, l’uomo bianco è morto a Stalingrado.
[13] Questa lettera inviata a Henri Poulain, segretario di redazione dal “Je suis partout” e delegato da Robert Brasillach a tenere i rapporti con Céline, non fu però data alle stampe, su decisione della redazione, per l’“attentato al morale della nazione” insito nella proposta di Céline di dividere in due la Francia. Ringraziamo Stenio Solinas per averci indicato questa singolare lettera.
[14] I “Grand Chevaux de Lorraine” erano quattro antiche e potenti casate nobiliari francesi del 1500.[15] Vedi lettera 12.
[16] Furono così soprannominati durante la guerra i giovani amanti del Jazz, riconoscibili dal loro abbigliamento vistoso.
[17] Qui Céline fonde spregiativamente il Gunga Din di Kipling con il diffuso cognome senegalese Diouf.
[18] Luigi IX (1214-1270), canonizzato nel 1297. Durante il suo regno prese delle severe misure contro gli ebrei: dalla conversione forzata, pena l’espulsione (decreto poi sospeso dietro il pagamento di un tributo) all’obbligo di portare un segno distintivo.
[19] La Gallia Narbonense, corrispondente alle odierne Linguadoca, Provenza e Costa Azzurra.
[20] L’uomo qualunque, da uno slogan pubblicitario dell’epoca della Pernod.
[21] Alexis Carrel (1873-1944), nato a Lione, noto chirurgo e biologo, premio Nobel nel 1912, ricercatore alla Fondazione Rockefeller sino al 1939, propugnatore e reggente della Fondation Française pour l’Etude des Problèmes Humains, creata dal Governo di Vichy nel 1941. La fondazione, dallo staff di 300 ricercatori e il cui ambito principale di studio era l’eugenetica, ricevette più di quaranta milioni di franchi di finanziamenti sino alla data della sua chiusura nel 1944.
[22] Yves Bouthillier (1901-1977), ispettore delle Finanze, ebbe ruoli di rilievo in diversi dicasteri francesi, anche durante Vichy.
[23] Charles Spinasse (1893-1979), politico socialista, ministro dell’Economia nel governo del Fronte Popolare, collaborò poi con il Governo di Vichy.
[24] Il Generale statunitense Douglas MacArthur (1880-1964), protagonista della guerra nel Pacifico (1941-1945) e di Corea (1950-1951).
[25] Théophile Bader (1864-1942), fondatore con il fratello Alphonse Kahn dei grandi magazzini Galeries Lafayette.
[26] Léon Frot (1900-1942), sindacalista, organizzò in sindacato i disoccupati. Catturato e preso come ostaggio dai tedeschi, fu fucilato per rappresaglia nel 1942.
[27] La percentuale d’invalidità riconosciuta a Céline per le ferite da lui riportate nella prima guerra mondiale.

















