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venerdì 26 aprile 2013
Roger Bootle e la guida pratica per uscire dall’Euro
di Luca Cancelliere
Nel dibattito che dopo anni di silenzio e di conformismo, con il precipitare della crisi economica in Europa, ha cominciato a svilupparsi anche in Italia a partire dal 2011 sulle prospettive della valuta europea e sull’opportunità del suo mantenimento, i sostenitori dell’uscita dall’Euro hanno dovuto da subito affrontare tutta una serie di pregiudizi che, lungi dal poggiare su una solida base scientifica, hanno il loro fondamento soprattutto in paure irrazionali. Queste paure, verosimilmente diffuse ad arte per ovvie ragioni politiche connesse alla nostra appartenenza (ma sarebbe più corretto dire: sudditanza) all’Unione Europea e all’area valutaria dell’Euro, sono state il cavallo di battaglia della propaganda governativa e dei mezzi d’informazione di massa. Politica, stampa e televisione hanno cercato di convincere gli Italiani da un lato dell’indispensabilità della politica di austerità portata avanti dal governo Monti dal novembre 2011 alle elezioni del 24-25 febbraio scorsi, nonostante l’evidente insuccesso di un governo che, deprimendo la domanda aggregata, ha peggiorato sensibilmente tutti i dati macroeconomici della nostro sistema economico, dal rapporto debito/PIL, all’indebitamento estero, alla produzione nazionale, alla bilancia dei pagamenti, alla crescita del tasso di disoccupazione.
D’altro canto, con fanatismo irrazionale e misticheggiante e zelo degno di una setta pseudoreligiosa, i più accessi propagandisti dell’europeismo anti-italiano hanno sostenuto addirittura l’irreversibilità storica del processo di unificazione europea, concepito come “destino manifesto” e ineluttabile dei riluttanti popoli del vecchio Continente. Le principali forze politiche, non paghe del disastro prodotto dall’introduzione dell’Euro da una parte, dei vincoli e oneri derivanti da patto di stabilità, “fiscal compact” e meccanismo europeo di stabilità dall’altra, anche nella recente campagna elettorale per le elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013 si sono distinte per la pedissequa e conformista adesione a quello che ormai viene chiamato il “partito unico dell’Euro”.
Questo mentre la migliore dottrina economica italiana e internazionale (a cominciare dall’economista statunitense e premio Nobel Krugman) individua con sempre maggiore convinzione nella stessa esistenza dell’area valutaria “non ottimale” (secondo l’accezione data da Mundell) dell’Euro la causa ultima della crisi delle economie della periferia dell’unione monetaria, che nel suo svolgimento segue le fasi descritte in linea teorica da Frenkel nel suo “ciclo” (crescita del debito estero, crisi del settore finanziario privato, conseguente crisi del debito pubblico e infine collasso dei conti pubblici). Queste nozioni, che per segua le dichiarazioni dei maggiori economisti internazionali e la stampa dei paesi non appartenenti all’area dell’Euro (in particolare di lingua inglese), nonché la meritoria attività di studio e di divulgazione portata avanti dalla generazione (Bagnai, Zezza, Borghi Aquilini, Fantacci, etc.) sono assolutamente pacifiche già dalla fine degli anni ’90.
Le recenti vicende di Cipro, della Polonia, del Belgio e dell’Irlanda sembrano confermare che la crisi dell’area Euro è ormai irreversibile. La miopia e il cinismo con cui, nonostante il catastrofico precedente greco, la Germania e i paesi satelliti dell’Unione Europea stanno proponendo un “piano di salvataggio” immancabilmente destinato a colpire i risparmiatori e a salvare gli speculatori, nonché a gettare Cipro in una crisi irreversibile, fa comprendere come l’Unione Europea sia ormai diventata estremamente pericolosa per la vita dei popoli che hanno la disgrazia di farne parte. Il governo polacco, come già in precedenza quello bulgaro, ha dichiarato che il processo con cui la Polonia avrebbe dovuto abbandonare la propria valuta nazionale per entrare nell’unione monetaria europea è sospeso fino a nuovo ordine almeno per i prossimi due anni. Saggia decisione, soprattutto alla luce del fatto che nonostante la crisi degli ultimi anni, il debito pubblico e la capacità produttiva della Polonia sono perfettamente sotto controllo. Il governo belga ha aperto una procedura di infrazione contro la Germania per “dumping sociale”, ovvero ha denunciato le pratiche lesive della concorrenza con cui la Germania, approfittando dell’impossibilità per gli altri Stati dell’unione valutaria di riequilibrare la bilancia dei pagamenti mediante svalutazioni, cerca di incrementare la propria posizione di vantaggio mediante la riduzione del costo del lavoro interno, quindi a danno dei propri stessi lavoratori. Il governo irlandese, infine, ha annunciato che scambierà le cambiali possedute dalla Banca d’Irlanda con titoli del debito pubblico ultratrentennali, infischiandosene dell’art. 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che impedisce alle banche centrali dell’area Euro di finanziare i rispettivi governi. A ben vedere, è quello che accadeva anche in Italia fino al famoso divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro avvenuto nel 1981, che fu una delle scelte più sciagurate della politica economica della storia repubblicana. Giustamente Stefano D’Andrea, Professore della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Viterbo e presidente dell’A.R.S. (Associazione Riconquistare la Sovranità), ha osservato che è da un preventivabile stillicidio di prese di posizione unilaterali come queste, e non da procedure formali adottate secondo la lettera dei trattati europei, che è lecito attendersi il graduale sgretolamento dell’area valutaria dell’Euro e più in generale dell’ordinamento giuridico dell’Unione Europea.
Purtroppo, si deve constatare che un numero ancora troppo consistente dei nostri connazionali, che non ha accesso alla letteratura specializzata in lingua inglese e deve accontentarsi della propaganda diffusa dai notiziari televisivi e dalle prime pagine dei quotidiani di maggiore diffusione, è convinta dell’inevitabilità di tutta una serie di fantomatici e improbabili inconvenienti (isolamento economico, inflazione galoppante, rivalutazione del debito, difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime, etc.) che si manifesterebbero all’indomani dell’uscita dell’Italia dall’unione monetaria europea. Nell’estate 2012, l’economista britannico Roger Bootle ha vinto il “Wolfson Economic Prize”, competizione a cui hanno partecipato 425 economisti e il cui tema era la proposta di uno strategia sicura di uscita dall’Euro per i paesi in crisi, con il suo interessante studio, “Leaving the Euro: a practical guide”. In questo documento, è possibile reperire tutte le risposte scientifiche necessarie a fugare i timori irrazionali sull’uscita dall’Euro. Roger Bootle, britannico, classe 1952, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso è emerso come uno dei più convincenti analisti economici contemporanei. Dopo gli studi a Oxford ha intrapreso la carriera accademica, sempre nella prestigiosa città universitaria, presso il St. Anne’s College, per poi svolgere il ruolo di analista economico per vari gruppi bancari privati (Capel Cure Myers, Lloyd’s Merchant Bank, etc.) e infine capo della società di consulenza Capital Economics.
Nel suo studio Bootle prospetta che gli Stati interessati, a seguito di una decisione assunta in totale segretezza con un mese di anticipo dai propri governi, dovrebbero uscire dall’Euro dando all’Unione Europea e agli altri Stati membri, alla Banca Centrale Europea e alle istituzioni finanziarie internazionali un preavviso di soli tre giorni, possibilmente il venerdì in coincidenza con la chiusura delle Borse. In nessun modo l’uscita dall’Euro comporterebbe la contestuale uscita dall’Unione Europea, anzi sarebbe sconsigliabile farlo in quel momento, a prescindere da ogni eventuale valutazione politica successiva. I flussi finanziari con l’estero dovrebbero essere immediatamente chiusi per evitare fughe di capitali. Mentre si provvederebbe a rifornire il sistema bancario della nuova valuta nazionale appena stampata dalla Zecca, nel brevissimo termine e solo per le piccole transazioni si potrebbe autorizzare l’uso provvisorio dell’Euro. La banca centrale, peraltro, dovrebbe immediatamente trasferire liquidità nel sistema bancario nazionale per garantire la funzionalità di tutte le transazioni economiche e l’effettività del corso legale della nuova valuta. Potrebbe presentarsi la necessità di nazionalizzare le banche, provvedimento che secondo chi scrive rivestirebbe non solo una funzione emergenziale, ma anche un’auspicabile svolta di lungo periodo nell’approccio stesso che lo Stato dovrebbe avere alla politica economica.
Il cambio tra la nuova valuta e l’Euro dovrebbe essere di uno a uno. Lo stesso debito pubblico dovrebbe essere ridenominato nella nuova moneta. Chiaramente la prospettiva di una svalutazione della nuova moneta, inizialmente emessa con parità uno a uno rispetto all’Euro, sarebbe più che probabile nell’immediatezza dell’uscita dall’Euro, in una misura che secondo gli analisti potrebbe essere del 40% per Grecia e Portogallo, del 30% per Italia e Spagna e del 15% per l’Irlanda. E’ del tutto evidente che per i soggetti economici (famiglie e imprese) interni al sistema Italia, non ci sarebbe perdita di valore delle retribuzioni e dei cespiti, nella misura in cui le attività dei suddetti soggetti, svalutandosi tutte nella medesima misura, manterrebbero tra di loro lo stesso rapporto. Nei confronti dell’estero, invece, la svalutazione favorirebbe da un lato le esportazioni, dall’altra renderebbe meno convenienti le importazioni e più convenienti gli acquisti di beni e servizi interni, incentivando quindi la ripresa produttiva e occupazionale. Contestualmente, le maggiori esportazioni comporterebbero una maggiore richiesta della nuova valuta nazionale e una sua conseguente rivalutazione, secondo quel meccanismo naturale dell’economia che è stato inopinatamente abbandonato dagli Stati che hanno optato per tassi di cambio fissi o addirittura per una unione monetaria. Di conseguenza, dovrebbe essere accettata la libera fluttuazione dei cambi. Una stretta vigilanza sulle eventuali conseguenze di tipo inflattivo che potrebbero verificarsi, anche se il precedente della svalutazione della Lira nel 1992, che fu circa del 30% e produsse un incremento dell’inflazione assai contenuto, induce a un realistico ottimismo.
La svalutazione del tasso di cambio, è stato osservato, potrebbe aumentare il debito reale. E’ norma riconosciuta del diritto internazionale generale la c.d. “lex monetae”, in base alla quale ciascuno Stato ha la piena potestà di stabilire la valuta avente corso legale nel proprio territorio. Il Codice Civile italiano, ad esempio, stabilisce che ogni debito possa essere saldato nella valuta avente corso legale nello Stato alla data della scadenza del debito, al tasso di cambio vigente alla suddetta data. Chiaramente, in caso di svalutazione della nuova moneta nazionale rispetto all’Euro, potrebbe verificarsi un aggravio di spesa per il debitore, ma lo stesso Codice Civile richiama la possibilità che leggi speciali disciplinino diversamente la materia. Alberto Bagnai ha prospettato che lo Stato potrebbe stabilire che il tasso di cambio con cui saldare il debito, originariamente denominato in Euro, nella nuova valuta, sia quello della data di adozione della nuova valuta, cioè di uno a uno tra questa e l’Euro. E’ la soluzione politicamente più probabile e in ultima analisi conveniente per gli stessi creditori, che senz’altro dovrebbero arrendersi al “factum Principis”, ovvero alla decisione dello Stato, e contestualmente avrebbero comunque la garanzia di un rientro dal proprio debito in misura inferiore a quella preventivata, ma certa e sicura. Bootle, nel suo studio, raccomanda agli Stati eventualmente interessati all’uscita dall’Euro di onorare i propri debiti nella massima misura possibile – e la soluzione prospettata da Bagnai andrebbe in quella direzione – dall’altra anche di intavolare negoziati con gli altri Stati per dirimere amichevolmente eventuali controversie che potessero insorgere in merito.
In buona sostanza, ormai non solo è evidente “cosa” occorre fare per salvare l’Italia dalla crisi, cioè uscire dall’Euro, ma è anche stato chiarito “come” farlo, e non è detto che il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Banca d’Italia, nelle loro segrete stanze, non abbiano già pronto quel famoso “piano B” di cui parlava l’illustre economista cagliaritano Paolo Savona. E’ ora compito della politica trovare la volontà e l’energia per restituire al nostro Stato Nazionale l’indipendenza e la sovranità, in primo luogo monetaria, necessarie alla sua sopravvivenza.
(Rivista Excalibur, n. 73, Aprile 2013 - Cagliari)
mercoledì 6 febbraio 2013
La crisi dell’Euro nei programmi delle elezioni politiche del 2013
Fuggiamo dalla passiva accettazione dei luoghi comuni
di Luca Cancelliere
Il dibattito sulla politica economica in Italia si distingue per la scarsa attenzione ai problemi tecnici e per l’adesione conformistica alle tesi veicolate dai “mass media” nazionali, controllati dai gruppi economici legati alle oligarchie finanziarie internazionali. Prevale dunque l’accettazione passiva dell’europeismo più spinto, con lievi sfumature. Praticamente niente, pertanto, del dibattito che gli economisti italiani più avanzati (come Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini) sulla scorta dei risultati raggiunti dai più illustri studiosi internazionali(come Roberto Frenkel e Paul Krugman) hanno intrapreso sul fallimento annunciato dell’area Euro e sull’opportunità del ritorno alla Lira, è entrato nell’odierno dibattito politico elettorale.
L’alleanza di centro guidata dal Presidente dei Consiglio dei Ministri uscente, Mario Monti, è un caso di commissariamento diretto della politica italiana da parte dell’alta finanza internazionale, delle istituzioni europee e della Germania di Frau Merkel, senza intermediari. La coalizione tra lista Monti, UDC e FLI, a rigore, non può nemmeno essere considerata un soggetto politico “italiano” nel vero senso del termine.
Tra i soggetti politici tradizionali, il Partito Democratico (con gli alleati di “Sinistra Ecologia Libertà”), è oggi quello più conseguente e coerente nel perseguire la subordinazione dell'Italia al progetto euro-mondialista. Le radici di questo progetto, abbracciato dall’ex P.C.I. a partire dalla segreteria Occhetto, risalgono al 1948, quando a Washington il capo dell’O.S.S. (antenato dell’attuale C.I.A.) William Donovan fondò l’A.C.U.E. (American Committee for United Europe) e cominciò a finanziare i federalisti europei. Nello schieramento di centro-sinistra, pertanto, stanno i fautori più accesi degli ”Stati Uniti d’Europa”, tappa decisiva verso la futura integrazione euro-americana.
Per quanto riguarda la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, essa crollò nel 2011 per l’ostilità internazionale suscitata dalla sua politica sovranista filo-russa e filo-libica. Il voltafaccia contro Gheddafi, il sostegno al governo Monti e il voto a favore del “Fiscal Compact” hanno cancellato quella stagione. Non sorprendono, pertanto, le proposte programmatiche di “accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria, fiscale” e di rilancio del ruolo centrale della B.C.E. di Draghi con i fantomatici “eurobonds”. L’errore è pensare che l’Euro possa essere riformato: l’area Euro non è un’area valutaria ottimale, nel senso dato al concetto dall’economista Mundell.
L’economista argentino Frenkel ha dimostrato che gli squilibri della bilancia dei pagamenti tra le economie appartenenti a un’area valutaria non ottimale provocano una crisi finanziaria che si propaga dal settore privato a quello pubblico e porta quest’ultimo all’insolvenza. Esattamente quanto sta accadendo oggi, in misura diversa, all’Italia, alla Grecia, alla Spagna.
“Rivoluzione Civile” di Ingroia si dichiara “contro l’Europa delle oligarchie economiche e finanziarie”, contro il “Fiscal Compact” e per “l’abbattimento dell’alto tasso degli interessi pagati”. Propositi irrealizzabili senza la subordinazione delle banche, centrali e non, ai governi. La crescita del debito pubblico dal 62,40% del 1981 al 118,40% del 1993 fu l’effetto diretto del divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, avvenuto nel 1981, a seguito del quale la Banca d’Italia non fu più obbligata ad acquistare i titoli del debito pubblico non collocati sul mercato obbligazionario. Nel 1983, inoltre, fu abolito l’obbligo per gli istituti di credito privati di detenere una quota minima di titoli di Stato (“vincolo di portafoglio”). La conseguenza fu che lo Stato, per finanziarsi, dovette ricorrere esclusivamente al settore finanziario privato, concedendo tassi d’interesse molto più elevati e facendo esplodere la spesa per interessi passivi. Per abbatterli, lo Stato deve poter controllare la base monetaria.
Neanche il programma del “Movimento Cinque Stelle” di Beppe Grillo affronta minimamente la questione monetaria. Esso si limita ad auspicare la “riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi (…)”. In pratica, la politica del “Fiscal Compact”, che ha portato il rapporto debito/P.I.L. dal 119,9 del 2011 all’attuale 127,3%. I tagli alla spesa pubblica in fase di recessione, come è noto, deprimono la domanda aggregata e peggiorano ulteriormente il rapporto debito/P.I.L.. Mentre al contrario la politica economica dovrebbe essere anticiclica, cioè espansiva nelle fasi di recessione e restrittiva nelle fasi di crescita economica. E’ inoltre significativo che Grillo, il 22 settembre 2012, abbia esplicitamente negato qualsiasi proposito di portare l’Italia fuori dall’Euro. Si può concludere che forse ha ragione Alberto Bagnai a parlare di “partito unico dell’Euro”.
L’Europa vera non è quella della U.E. e della B.C.E., ma quella degli Stati Nazionali, che devono tornare a battere la propria moneta.
Excalibur n. 72 - Gennaio 2013
Periodico dell'Associazione Culturale "Vico San Lucifero" (Cagliari)
www.vicosanlucifero.it
Pagina 13
Periodico dell'Associazione Culturale "Vico San Lucifero" (Cagliari)
www.vicosanlucifero.it
Pagina 13
domenica 30 dicembre 2012
Gli economisti italiani e la crisi dell’Euro
Si levano sempre più forti voci critiche nei confronti della BCE
di Luca Cancelliere
Fino ad alcuni anni fa, parole d'ordine come "sovranità monetaria", "uscita dall'Euro" e "ritorno alla Lira" erano relegate ad ambienti marginali della politica e dell'informazione, restando esse totalmente prive di riscontro nel mondo accademico.
La crisi finanziaria internazionale, che dal sistema bancario si è propagata alle finanze degli Stati nazionali, unitamente al fallimento della politica economica restrittiva seguita dai governi europei, ha fatto venire allo scoperto anche in ambito accademico voci critiche verso la linea economica ufficiale della Banca Centrale Europea.
Si moltiplicano i docenti di economia di varie università italiane, i cui interventi cominciano ad essere ospitati sui quotidiani e nei programmi televisivi, che ritengono deleteria la politica di drastico contenimento della spesa pubblica imposta dall'Unione Europea all'Italia e ai cosiddetti "PIGS" (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e che propongono senza mezzi termini l'abbandono dell'Euro e il ritorno alla Lira.
Tra questi il più attivo è il professor Alberto Bagnai, fiorentino, classe 1962, professore all'Università di Pescara, autore di vari studi e pubblicazioni su riviste economiche internazionali e attivissimo conferenziere e divulgatore soprattutto attraverso un sito (www.bagnai.org) e un blog (www.goofynomics.blogspot.it) su Internet.
Ma accanto a lui si devono ricordare anche Claudio Borghi Aquilini (Università Cattolica di Milano), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio di Benevento), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Lidia Undiemi (Università di Palermo), Luca Fantacci (Università Bocconi di Milano).
Parallelamente a questi accademici emergenti, quasi tutti di età compresa tra i 40 e i 50 anni, anche un "mostro sacro" dell'economia italiana come il cagliaritano Paolo Savona, già Ministro nel governo tecnico Ciampi del 1993 e proveniente dal Centro Studi della Banca d'Italia, pur partendo da posizioni meno radicali di quelle dei suoi colleghi più giovani, si è ripetutamente pronunciato a favore della previsione di un "piano B", teso alla reintroduzione di una valuta nazionale in caso di collasso dell'Euro, tanto in pubbliche conferenze che nel suo ultimo libro "Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi" (Rubbettino Editore, 2012).
Questa nuova corrente di pensiero della scienza economica italiana sottolinea che è il passivo nella bilancia dei pagamenti, e non la spesa pubblica, la vera causa della crisi finanziaria in atto.
E che non a caso, è proprio dal settore della finanza privata che la crisi si è propagata al settore pubblico, causando la crisi del c.d. "spread". In risposta a tali turbolenze, la peggiore scelta che si poteva fare è stata quella dei tagli alla spesa pubblica, contravvenendo il basilare principio anticiclico della politica economica postkeynesiana secondo cui in fase di crisi dell'economia privata, è la spesa pubblica che deve sostenere la domanda aggregata.
Le politiche restrittive di bilancio imposte dall'Unione Europea agli Stati in crisi hanno peggiorato sensibilmente il loro rapporto debito/P.I.L., non solo in Grecia ma persino dove (Spagna, Irlanda) il rapporto debito/P.I.L. era più basso che in Germania.
Ricapitolando, il dissesto finanziario del settore privato discende dall'esistenza di un'area monetaria che, per il fatto di non costituire una c.d. "Area Valutaria Ottimale" (A.V.O., cioè un'area caratterizzata da requisiti macroeconomici e di mercato del lavoro uniformi), penalizza le economie più deboli, collocate alla periferia dell'Euro, costringendole a indebitarsi a vantaggio delle economie più forti.
E senza il meccanismo riequilibratore della svalutazione.
A fronte di questo, la Germania ha ulteriormente incrementato il proprio vantaggio competitivo comprimendo i salari interni ed aumentando così la sua competitività esterna nei confronti dei “soci” europei.
Ma come sopra ricordato, l’impossibilità per questi ultimi di procedere a svalutazioni per riequilibrare la bilancia dei pagamenti, li ha costretti ad accettare i diktat dell’Unione Europea sui tagli alla spesa pubblica.
Tagli che però, lungi dal risolvere il problema del debito pubblico di questi Stati, avranno solo l'effetto di trascinare sempre più l'Europa in una spirale depressiva, fino all'inevitabile collasso finale.
Del resto, questo gruppo di economisti italiani vede in queste vicende la conferma della validità scientifica del c.d. "ciclo di Frenkel", dal nome dell'economista argentino Roberto Frenkel, che ha dedotto questa ferrea legge dallo studio della crisi monetaria del suo Stato e di altre economie negli ultimi 30 anni.
Il "ciclo di Frenkel" nasce dallo studio comparato di 10 esperienze storiche recenti di unificazione monetaria (o adozione di cambi fissi con una valuta estera, che concettualmente e in termini di effetti sostanziali costituisce la stessa cosa): Cile (1982), Italia (1992), Messico (1994), Thailandia e Corea (1997), Russia (1998), Brasile (1999), Argentina e Turchia (2001), Unione Monetaria Europea (2010).
Le fasi del "ciclo di Frenkel" sono le seguenti: 1) viene istituita un'area valutaria, caratterizzata da un'unica valuta comune o da due o più valute con un tasso di cambio rigido, di tipo "non ottimale" (con economie fortemente differenziate dal punto di vista macroeconomico) e vengono liberalizzati i movimenti di capitali; 2) capitali esteri affluiscono nella periferia (economie meno forti) dell'area valutaria per investire nel settore privato che offre rendimenti alti; 3) il suddetto afflusso di capitali provoca crescita e inflazione nella periferia dell'area valutaria, il cui il debito pubblico si riduce; 4) l'ulteriore aumento dell'inflazione finisce per arrestare la crescita della periferia; 5) coloro che hanno investito nella periferia, a fronte del blocco della crescita della periferia, ritirano i propri investimenti; 6) gli Stati della periferia, per evitare l'emorragia degli investimenti esteri, alzano i tassi d'interesse con cui vengono remunerati i titoli del debito pubblico; la crescita del c.d. "spread" fa esplodere il debito pubblico degli Stati della periferia.
Si tratta di un disastro monetario annunciato, che dimostra ancora una volta che mai la storia (neppure quella economica) è "magistra vitae".
L'unica soluzione per l'Italia e per i PIGS, che stanno vivendo esattamente questo scenario, è quella che Steen Jacobsen, capo economista di Saxo Bank, propone per la Grecia: uscita a breve dall'area Euro e ritorno alla sovranità monetaria, con controllo statale della domanda e dell'offerta di moneta e possibilità di svalutazione del cambio con l'estero.
Di fronte a questo scenario, l'unico rimedio per noi Italiani è il ritorno alla nostra vecchia valuta nazionale e la restituzione alla Banca d'Italia del ruolo di "lender of last resort".
Ciò implica che non si tratta semplicemente di tornare alla situazione precedente l'introduzione dell'Euro, ma alla fase storica anteriore all'introduzione dello S.M.E. (sistema monetario europeo) e al c.d. "divorzio Bankitalia-Tesoro", ripristinando pertanto l'obbligo per la Banca d'Italia di acquistare i titoli invenduti (abolito nel 1981) e di fornire anticipazioni al Tesoro (abolito nel 1993).
Assolutamente non condivisibile è la tesi di chi, a fronte del fallimento dell'Unione Monetaria Europea, propone di consegnare all'Unione Europea, oltre che la leva monetaria, anche la leva fiscale, provvedimento la cui inutilità è confermata dal fatto che con la nuova disciplina della contabilità pubblica, sono praticamente concordate con l'Unione Europea.
L'unione monetaria europea oggi costituisce un "patto leonino" utile solo alle politiche mercantiliste della Germania e dannoso per tutti gli altri partner europei.
Dietro questo europeismo di facciata viene sacrificato il benessere delle Nazioni europee e, a ben vedere, anche del popolo tedesco (che subisce una forte contrazione dei consumi interni in ragione della compressione del livello dei salari) a favore dell'elite finanziaria e industriale tedesca.
Alberto Bagnai, il principale rappresentante degli economisti che sostengono il ritorno alla sovranità monetaria, critica chi si illude di uscire dalla crisi con "più Europa" o con il varo di un "grande sindacato europeo", ricordando che "la sovranità nazionale un suo significato ce l'ha, perché la Nazione, oggi, è lo spazio nel quale i cittadini possono esercitare un controllo democratico sulle istituzioni".
Sabato 1° dicembre 2012, presso il Dipartimento di Economia dell'Università di Pescara, ha avuto luogo la giornata di studi "Euro, mercati, democrazia. Scenari e proposte per superare la crisi", con la partecipazione del magistrato del Consiglio di Stato Luciano Barra Caracciolo e dei docenti universitari Alberto Bagnai, Luciano Zezza, Claudio Borghi Aquilini, Lidia Undiemi e Luca Fantacci.
Sono stati inoltre presentati i seguenti testi: Marino Badiale, Fabrizio Tringali, "La trappola dell'euro" (Asterios Editore, 2012); Massimo Amato, Luca Fantacci "Come salvare il mercato dal capitalismo" (Donzelli Editore, 2012); Alberto Bagnai, "Il tramonto dell'euro", (Imprimatur Editore, 2012).
L'auspicio è che le posizioni espresse nel convegno conquistino sempre maggiori consensi in ambito accademico e soprattutto, quel che più conta, l'attenzione del Parlamento e del Governo italiani.
Ringraziamo per la gentile autorizzazione alla pubblicazione di questo articolo su Ereticamente l'associazione cagliaritana Vico San Lucifero
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sabato 8 settembre 2012
Sardi ed Etruschi nell’opera di Massimo Pittau
di Luca Cancelliere
Nel grigio conformismo del mondo accademico dell’Italia di oggi, che è pari solo all’intricato groviglio di interessi carrieristici, affaristici e politici che ammorba la vita delle nostre Università, esiste da sempre una schiera di studiosi coraggiosi e tenaci, che conducono in modo innovativo e anticonformista i propri studi, finendo per svolgere il ruolo della proverbiale “vox clamantis in deserto” e per essere apprezzati più dai posteri che dai contemporanei. Se questo accade in ogni campo di studi, tanto più ciò si verifica nell’ambito della Linguistica e soprattutto nello studio delle lingue estinte, terreno quanto mai aperto alla massima opinabilità delle ricostruzioni teoriche, quanto mai bisognoso dell’apporto interdisciplinare che altre scienze (storia, antropologia, archeologia, etc.) possono fornire e pure soggetto al rischio di strumentalizzazioni politico-ideologiche di varia natura. In quest’ambito, Massimo Pittau rappresenta senz’altro un orgoglio accademico dell’Italia e della Sardegna, per avere dedicato la propria vita accademica e di studioso all’approfondimento della lingua e delle origini di due tra i popoli più antichi e misteriosi tra quelli che costituiscono il substrato etnico dell’attuale popolazione italiana: i Sardi e gli Etruschi.
Originario di Nuoro, dove è nato nel 1921, Massimo Pittau ha dedicato al dialetto della propria città natale la tesi di laurea in Lettere conseguita all’Università di Torino, sotto la guida di Matteo Bartoli. Dopo una seconda laurea presso l’Università di Cagliari in Filosofia e un perfezionamento alla Facoltà di Lettere di Firenze, dove è stato allievo tra gli altri del grande Giacomo Devoto, nel1959 haconseguito la libera docenza e nel 1971 la cattedra in Linguistica Sarda nell’Università di Sassari, tenendo anche gli incarichi di Glottologia e Linguistica Generale. Di particolare importanza per la sua formazione sono stati anche il cospicuo carteggio epistolare con il grande linguista Max Leopold Wagner, maestro della linguistica sarda, e l’appartenenza quale socio effettivo alla «Società Italiana di Glottologia» e al «Sodalizio Glottologico Milanese». Ha pubblicato circa 50 libri e di più di 400 studi nelle materie di sua competenza, risultando vincitore dei vari premi letterari.
Pur spaziando l’opera del Pittau in vari ambiti, nel presente articolo ci si soffermerà unicamente sugli studi riguardanti la lingua, la storia e la civiltà dei Proto-sardi e degli Etruschi e il rapporto o eventuale parentela tra le due civiltà. La prima opera in cui il Pittau si interessa di problemi storici della Sardegna antica è “La Sardegna Nuragica” (1977), che si interessa dell’annosa questione della funzione dei nuraghi. Contrariamente alla tesi del Taramelli e del “guru” dell’archeologia sarda, Giovanni Lilliu, che consideravano i nuraghi come edifici militari, ovvero fortezze o castelli, presso i quali risiedeva l’aristocrazia nuragica e si radunava la popolazione in caso di pericolo, Massimo Pittau teorizzò per primo la natura di edifici religiosi dei nuraghi, cioè luoghi di culto delle comunità, quelli più grandi, cappelle tribali o anche familiari, quelli più piccoli. In questo, tra i ricercatori sardi, si confronti la tesi di Mauro Peppino Zedda in “Archeologia del paesaggio nuragico” (2009), in modo leggermente diverso ma non incompatibile con quello del Pittau, risolve per l’identificazione dei nuraghi quali torri astronomiche.
Dopo questo primo studio, di natura storico-archeologica, il Pittau tornò al campo a lui proprio, ovvero quello degli studi linguistici, con opere quali “La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi” (1981), la cui tematica è stata più tardi ripresa da “Origine e parentela dei sardi e degli etruschi. Saggio storico-linguistico” (1995). Pittau cominciò così ad approfondire il tema dell’origine e dell’appartenenza a una delle famiglie linguistiche conosciute dell’idioma che i Sardi parlavano prima della latinizzazione conseguente alla dominazione romana della Sardegna (238 a.C.-534 d.C.). Il nucleo originario di questa lingua proto-sarda viene ricondotto dal Pittau all’area geografica dell’Anatolia (odierna Turchia) e molto probabilmente alla Lidia. Non può sicuramente essere un caso, tra l’altro, che la capitale dell’antica Lidia portasse proprio il nome di “Sardi”. Questa lingua proto-sarda, inoltre, viene messa in connessione con quella etrusca, anch’essa ritenuta di matrice anatolica e “lidia”. Allo stesso tempo, veniva individuata l’esistenza di numerosi vocaboli appartenenti al “sostrato mediterraneo”, con riscontri lessicali in tutta l’area geografica italiana (penisola italiana, Corsica, Sicilia) e un molto meno consistente sostrato paleo-iberico e delle lingue dell’antica Africa settentrionale. Gli studi del Pittau portarono alla pubblicazione di testi fondamentali, aventi natura istituzionale nella materia della linguistica proto-sarda, quali “La lingua sardiana o dei protosardi” (2001) o, per restare in un ambito più specialistico, il “Lessico etrusco-latino comparato col nuragico” (1984). Del resto, le stesse fonti classiche e i ritrovamenti archeologici testimoniano di un innegabile relazione tra Sardi ed Etruschi sin da epoche lontanissime: si pensi ai molteplici ritrovamenti di manufatti di origine sarda nelle tombe etrusche e nell’affermazione del latino Festo, secondo cui “Soliti sunt esse reges Etruscorum, qui Sardi appellantur. Quia gens etrusca, orta est Sardibus”.
Ben presto, Pittau diresse i propri studi in modo più specifico verso l’approfondimento grammaticale e lessicale delle strutture e del vocabolario della lingua etrusca, della quale aveva messo in evidenza le connessioni con la lingua proto-sarda, e di cui affrontò altresì il ponderoso problema delle origini. Alla lingua etrusca Pittau ha dedicato oltre 30 anni di studi e ben 12 libri e un centinaio di articoli in riviste specializzate, considerevolmente più di ogni altro studioso vivente. Egli ha convintamente sostenuto la necessità di porre termine al maldestro pregiudizio, secondo cui la lingua etrusca sarebbe misteriosa e in attesa di una decifrazione. Tra le opere più cospicue e, per così dire, maggiormente istituzionali di Pittau sulla lingua etrusca, corre obbligo di citarne in primo luogo due. Il primo è “La lingua etrusca. Grammatica e lessico” (1997), è un pregevole testo di riferimento per la conoscenza della lingua etrusca, che nella sua linearità e chiarezza, risulta estremamente convincente nell’evidenziare le innegabili somiglianze strutturali che si possono riscontrare nell’esame della declinazione in casi dei sostantivi e nella coniugazione dei verbi tra l’etrusco e le altre lingue indoeuropee. Il secondo è il “Dizionario della lingua etrusca” (2005), in assoluto il primo e finora unico vocabolario generale mai pubblicato sulla lingua etrusca. Altre opere di notevole importanza, che il Pittau ha pubblicato sul problema della lingua etrusca, sono il “Dizionario comparativo latino-etrusco” (2009) e “Testi etruschi tradotti e commentati. Con vocabolario” (1990), contenente l’interpretazione e la traduzione di 13 maggiori testi della lingua etrusca pervenuti fino a noi (Liber linteus della Mummia di Zagabria, Tabula Capuana, Tabula Cortonensis, Cippus di Perugia, Lamine auree di Pirgi, Fegato di Piacenza, Elogio funebre di Laris Pulenas, Defixio di Monte Pitti, Scritta di San Manno di Perugia, Scritta dell’Arringatore, Scritta sepolcrale dei Claudii, Iscrizione del Guerriero, Lamina di Magliano). La tesi dell’appartenenza dell’etrusco alla grande famiglia delle lingue indoeuropee, come ricorda il Pittau, è stata sostenuta da numerosi linguisti del passato e (in misura crescente) del presente, come W. Corssen, S. Bugge, I. Thomopoulos, E. Vetter, A. Trombetti, E. Sapir, G. Buonamici, E. Goldmann, P. Kretschmer, F. Ribezzo, F. Schachermayr, A. Carnoy, V.I. Georgiev, W.M. Austin, R.W. Wescott, A. Morandi, F.C. Woodhuizen, F. Bader, F.R. Adrados. In particolare, devono essere ricordati gli studi del grande linguista bulgaro Vladimir Ivanov Georgiev, membro tra l’altro dell’Accademia delle Scienze di Mosca, che in opere come “Introduzione allo studio delle lingue indoeuropee (1966) e “la lingua e l’origine degli etruschi” (1979) mette in relazione l’etrusco con l’ittita, confermando l’origine indoeuropea anatolica dell’idioma tirrenico, la sua parentela con la lingua di Lemno e la stretta connessione intercorrente tra la realtà storica e il mito dell’emigrazione troiana verso le coste del Lazio e tirrenica dalla Lidia, che adombrerebbero un flusso migratorio dall’Anatolia all’Italia alla fine del II millennio a.C.. Questa tesi, peraltro, è stata recentemente ripresa dall’italiano Leonardo Magini in “L’etrusco, lingua dell’Oriente indoeuropeo” (2007). Le ricerche sul DNA, peraltro, dimostrano che effettivamente vi sono affinità consistenti tra gruppi di Toscani odierni a popolazioni dell’Asia Minore e analoghi studi individuano parentele genetiche tra Sardi e Toscani. Questo, ancora una volta, confermerebbe la tesi tradizionale della storiografia antica, in origine sostenuta da Erodoto e poi ripresa da altri 30 autori greci e latini, secondo cui gli Etruschi vennero in Toscana dalla Lidia.
Per inciso, anche la tradizione mitologica e religiosa conferma l’appartenenza degli etruschi alla famiglia indoeuropea. Il pantheon etrusco è sovrapponibile a quello indoeuropeo, in particolare greco e romano. La triade suprema costituita da Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Menrva (Minerva) è identica a quella capitolina. Il mito delle origini della Roma indoeuropea ci tramanda che le tre tribù che contribuirono alla costituzione della città furono i Ramnes latini, i Tities sabini e i Luceres, di stirpe etrusca e di casta guerriera. Sempre dagli Etruschi vennero a Roma i simboli del potere, come la sella curule dei consoli e il fascio littorio. Lo Stato romano finanziava le scuole sapienziali di Arezzo e Perugia, dove si tramandava l’arte degli aruspici, praticata almeno fino al V secolo d.C..
La tesi di Massimo Pittau sull’origine indoeuropea del sardo e dell’etrusco e sulla parentela tra di loro delle due lingue estinte non ha mancato di sollevare obiezioni e anche critiche, a volte non completamente serene. Ad esempio, un deciso avversario delle tesi di Massimo Pittau è il catalano Eduardo Blasco Ferrer, ordinario all’Università di Cagliari. Secondo l’accademico iberico, “la Comunità scientifica ha già stroncato in più sedi internazionali le note ipotesi sulla parentela del Paleosardo con l’Etrusco (Massimo Pittau) e quella più recente che considera la lingua encorica dell’Isola un sistema “italide” vicino al Latino (Mario Alinei)”. Massimo Pittau ha risposto che “con disonestà scientifica e pure umana, il Blasco non ha citato nessun autore e nessuno scritto” a sostegno delle sue tesi e che “per giudicare quella ipotesi è necessario conoscere bene sia il Paleosardo sia l’Etrusco ed è del tutto certo che il Blasco non conosce né l’una né l’altra lingua, per cui parla a vanvera di cose che non conosce”. Blasco Ferrer, in effetti, è principalmente uno studioso di lingue romanze e nella sua bibliografia, fino al 2010 (anno della pubblicazione di “Paleosardo. Le radici linguistiche della Sardegna neolitica”) non figurava alcuno studio sul proto-sardo o sull’etrusco, a fronte della vastissima produzione del Pittau nelle suddette materie. E’ appena il caso di rammentare, peraltro, che oltre a quella del Pittau esistono posizioni di altri autori contemporanei che ascrivono il proto-sardo alla famiglia indoeuropea, anche se a rami diversi da quello anatolico ipotizzato dal Pittau: tra questi Marcello Pili, professore dell’Università La Sapienza e Mario Ligia (ipotesi micenea), Alberto Areddu e Salvatore Mele (ipotesi illirica), oltre all’oristanese Gigi Sanna che ha ipotizzato, sulla base dell’interpretazione di alcuni reperti archeologici, che i proto-sardi parlassero una lingua indoeuropea affine al latino, utilizzando però un alfabeto di tipo semitico. Secondo Giovanni Ugas, invece, sarebbero preindoeuropei (liguri) i Corsi della Gallura, indoeuropei (provenienti dalla penisola iberica)i Balari della Sardegna settentrionale e non indoeuropei gli Iolei della Sardegna meridionale.
Negli anni più recenti, Massimo Pittau ha ripreso a occuparsi del filone storico delle sue ricerche, con opere quali “Ulisse e Nausica in Sardegna”, (1994) e soprattutto con “Storia dei sardi nuragici” (2007) finora la prima e unica opera che si impegna nella ricostruzione unitaria della storia dei Sardi Nuragici come popolo. L’Autore, che ha sempre interpretato i fatti storici alla luce delle testimonianze linguistiche, è arrivato a determinate conclusioni concernenti la più remota storia dell’Isola e del Mediterraneo occidentale. In particolare ha affermato la “strettissima parentela genetica e anche linguistica dei Nuragici con gli Etruschi”, con il corollario della probabile ipotesi di una emigrazione lidio-anatolica che ha toccato in un primo momento la Sardegna e solo in un secondo momento le sponde dell’attuale Toscana. Pittau ha evidenziato il ruolo geopolitico assai importante svolto dalla Sardegna e dai Sardi Nuragici nel II millennio a.C., confermato anche dalla politica delle alleanze e dalla partecipazione alle vicende dei “popoli del Mare” e in particolare all’invasione dell’Egitto. Ha infine identificato la Sardegna con l’isola dei Feaci, dove, secondo il racconto dell’Odissea omerica, sarebbe approdato il naufrago Ulisse, accolto dalla principessa Nausica e dal re Alcinoo. Dato che la narrazione dell’Odissea ha come collocazione geografica il Mediterraneo centrale e come epoca di riferimento il secolo XIII a.C., per spiegare l’incongruenza per cui l’Odissea non cita mai la Sardegna, all’epoca sede della più importante civiltà del Mediterraneo occidentale, si deve ritenere che il poeta si sia riferito ad essa chiamandola in un altro modo, cioè Scherìa o isola dei Feaci. In base alla conformazione dell’isola di Tavolara e al suo aspetto di “nave pietrificata” come quella mitica dei Feaci, Massimo Pittau ha localizzato la civiltà dei Feaci nell’attuale Gallura e la loro capitale sul sito della futura Olbia. Nel suo libro “Il Sardus Pater e i guerrieri di Monte Prama” (2008), Pittau ha argomentato che i 24 Guerrieri di Monte Prama di Cabras (OR) erano le statue-colonna che decoravano il grande tempio del Sardus Pater, ubicato nel Sinis (litorale oristanese) e citato dal famosissimo geografo ed astronomo greco-alessandrino Claudio Tolomeo. In ultimo Massimo Pittau, nel suo libro “Gli antichi Sardi fra i Popoli del Mare” (2012), ha approfondito il tema dei numerosi reperti di origine egizia presenti in Sardegna. Dopo aver osservato che i suddetti reperti non potevano essere stati importati in Sardegna dagli Egizi, che mai hanno intrapreso traffici marittimi a lunga percorrenza, né dai Fenici, il cui arrivo risale a molti secoli dopo l’epoca a cui risale buona parte dei suddetti reperti, Massimo Pittau ha concluso che il ricco materiale religioso egizio, assieme con la pratica della religione egizia, è stati importato in Sardegna dai Sardi stessi, gli antichi “Shardana”, all’epoca della loro partecipazione alle imprese dei “Popoli del Mare” in Egitto. Più controversa, invece, è l’identificazione da parte di Pittau dei Nuragici con gli Shardana, considerato che molti altri autori ritengono i primi, costruttori dei Nuraghi, come antecedenti ai secondi.
Pittau consegna a noi contemporanei e ai posteri il risultato di una vita di ricerche, con la certezza che in un futuro non lontano il suo nome sarà riconosciuto e celebrato come quello di uno degli indagatori più attenti e geniali del passato della nostra gente e in particolare della storia e dell’idioma dei nostri progenitori Etruschi e Sardi.
Un cortese ringraziamento alla Rivista Betile
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mercoledì 9 maggio 2012
Dalla Grecia un’Alba d’Oro si leva sull’Europa
“Dalla Grecia un’Alba d’Oro si leva
sull’Europa”
Oristano, 9 maggio 2012
Luca Cancelliere
Non è costume di EreticaMente occuparsi delle vicende dei partiti, dei risultati elettorali e più in generale di tutto quanto concerne la cronaca politica.
Accade però che un evento politico contingente riesca a trascendere la dimensione occasionale delle circostanze di spazio e di tempo sue proprie, per imporsi come manifestazione tangibile e cronologicamente individuata di una visione del mondo, di un’idea metastorica già apparsa nel passato e che si proietta verso l’avvenire. In questo senso, riacquista valore e attualità il vecchio insegnamento secondo cui certi eventi storici, a prescindere dalla consapevolezza degli stessi protagonisti, costituiscono l’irruzione nella realtà storica di verità metafisiche e valoriali assolute.
Si perdoni l’enfasi, ma questo è quanto ci sembra che sia accaduto con la sorprendente affermazione del movimento politico nazionalista “Alba d’Oro” (Χρυσή Αυγή, “Chrysi Avgi”) alle elezioni politiche greche dello scorso 6 maggio 2012 (6,97% dei voti). Il lusinghiero risultato si colloca un contesto di reazione nazionale contro le forze governative che hanno accettato di sottostare alle drastiche e penalizzanti misure finanziarie imposte alla Grecia dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.
E’ appena il caso di ricordare che la crisi economica che attualmente sta attanagliando non solo la Grecia, ma anche la nostra Italia, è totalmente ascrivibile alle forze mondialiste che controllano la finanza internazionale e la speculazione borsistica.
Queste forze hanno poi imposto alla nazione ellenica, tramite gli organismi sovranazionali da esse controllati, un piano economico e finanziario che ha definitivamente affossato la crescita del prodotto interno lordo, aggravato ulteriormente la crisi del deficit e del debito greci e conseguentemente accresciuto in misura ancora maggiore il potere ricattatorio degli usurai internazionali sul governo di Atene.
Sono le stesse forze che nel tentativo di scardinare l’unità e l’omogeneità etnica delle Nazioni europee, ultimo baluardo della coscienza e della volontà popolare contro il disegno del potere assoluto delle lobbies mondialiste, hanno prodotto l’invasione di massa di milioni di immigrati africani e asiatici sul suolo europeo: in Grecia, la sola forza che ha levato la propria voce contro l’invasione allogena e a tutela dei confini nazionali è stato il movimento “Alba d’Oro”.
Il coraggio e la determinazione di questi uomini ha prodotto il miracolo di un movimento nazionalista, sempre osteggiato tanto dalle oligarchie politiche, finanziarie e mediatiche al potere ad Atene e nel mondo, quanto dai provocatori e teppisti dell’estrema sinistra, in realtà utili idioti e lacchè di quelle oligarchie, che nel giro di tre anni è passato dal 0,29% al 6,97% dei consensi dell’elettorato greco.
Come ogni movimento rivoluzionario, “Alba d’Oro” si identifica plasticamente nella figura del suo Capo, Nicholaos Michaloliakos. Nato nel 1957 e già militare delle forze speciali dell’esercito ellenico, Michaloliakos fu militante in gioventù del “Partito del 4 Agosto” (Κόμμα 4ης Αυγούστου, “Komma 4is Avgoustou”).
Questa formazione, esistita tra il 1965 e il 1977, prendeva il suo nome dal giorno del 1936 in cui avvenne l’instaurazione del regime di Ioannis Metaxas, generale che dal 1936 al 1941 guidò un governo autoritario, nazionalista e sociale in Grecia. A Metaxas va ricondotta la paternità dell’ideale, proprio anche dei nazionalisti greci odierni, della “Terza Civiltà Ellenica” (terza dopo quella della Grecia classica e di Bisanzio).
Incidentalmente, bisogna ricordare che come nel resto d’Europa, anche in Grecia il periodo tra le due guerre vide una fioritura di partiti e movimenti di ispirazione sia nazionalista, sia fascista o nazionalsocialista. Tra questi si ricordino in particolare i seguenti: il “Partito dei Liberi Pensatori” (Kόμμα των Ελευθεροφρόνων, “Komma ton Elefteronsfronon”), fondato dal generale Ioannis Metaxas nel 1922 e capace di ottenere il 15,78% dei voti alle elezioni politiche del 1926; la “Unione Nazionale di Grecia” (Εθνική Ένωσις Ελλάδος, Ethniki Enosis Ellados) fondata nel 1927 a Salonicco da profughi dell’Asia Minore; il “Partito Nazional Socialista greco” (Ελληνικό Εθνικό Σοσιαλιστικό Κόμμα, “Elliniko Ethniko Sosialistiko Komm”, fondato nel 1932; la “Organizzazione Patriottica Nazional Socialista” (Εθνικο-Σοσιαλιστική Πατριωτική Οργάνωσις, "Ethniko-Sosialistiki Patriotiki Organosis") fondata nel 1941 durante l’occupazione italo-tedesca.
Nel 1980, Michaloliakos fondò la rivista “Alba d’Oro”, intorno alla quale cominciò a raccogliersi una embrionale comunità politica.
Questo gruppo aderì nel 1984 alla “Unione Politica Nazionale” (Εθνική Πολιτική Ένωσις, “Ethniki Politiki Enosis”), contribuendo nello stesso anno al miglior risultato elettorale mai ottenuto da questo movimento (2,29% alle elezioni europee).
Dal 1985, Michaloliaakos organizzò i suoi camerati come “Movimento Nazionalista Popolare dell’Alba d’Oro”, registrato nel 1993 come partito politico. Negli anni Novanta e nel primo decennio del XXI secolo, “Alba d’Oro” era uno dei tanti piccoli movimenti della scena nazionalista greca. Tra questi movimenti possiamo ricordare: il “Fronte Nazionale” (Eθνικό Mέτωπο, “Ethniko Metopo”); il “Partito dell’Ellenismo” (Κόμμα Ελληνισμού, “Komma Ellenismou”) e il “Fronte Ellenico” (Ελληνικό Μέτωπο, “Elleniko Metopo”), poi confluiti entrambi nel “Raggruppamento Popolare Ortodosso” nel biennio 2004-2005; la “Linea del Fronte” (Πρώτη Γραμμή, “Proti Grammi”), con cui “Alba d’Oro” collaborò alle elezioni europee del 1999.
Dopo aver collaborato, tra il 2005 e il 2007, con il movimento “Alleanza Patriottica”, “Alba d’Oro” ha riacquistato la propria autonomia e libertà d’azione, affermandosi sempre più come l’unica e irriducibile forza di opposizione nazionale della Grecia, a discapito soprattutto dei nazional-conservatori del “Raggruppamento Popolare Ortodosso” (in greco Λαϊκός Ορθόδοξος Συναγερμός, “Laikós Orthódoxos Synagermós”) che dal 2009 al 2012 sono calati dal 5,63% al 2,9% dei voti.
L’affermazione di “Alba d’Oro” nelle elezioni politiche greche del 2012 è stata un vero e proprio trionfo della volontà di “Alba d’Oro”, oltre che della significativa parte del popolo greco che ha dato fiducia al movimento nazionalista, ottenuta contro preponderanti forze avverse, eterogenee nella loro natura ma tutte di chiara matrice anti-nazionale.
Ricordiamo che il mondo ellenico, dopo aver lasciato alle nazioni civili l’eredità culturale e spirituale della Grecia classica e di Bisanzio, anche successivamente è stato antesignano dei grandi movimenti dello spirito europeo.
La grande stagione dei risorgimenti nazionali del diciannovesimo secolo, preparata dall’elaborazione culturale dei grandi autori del romanticismo europeo e culminata con le riunificazioni italiana e tedesca, si aprì proprio con la Guerra d’Indipendenza greca (1821-1832).
Il Risorgimento ellenico, cui contribuirono in alcune occasioni anche i nostri volontari garibaldini, era animato dalla dottrina della “Grande Idea” (Μεγάλη Ιδέα, “Megali Idea”), come fu chiamato il progetto di includere tutte le popolazioni greche dei Balcani, dell’Asia Minore, di Creta, di Cipro e delle isole minori in un grande Stato unitario, con Costantinopoli capitale al posto di Atene.
I nazionalismi europei dei primi due decenni del ventesimo secolo, dal cui incontro con le correnti sindacaliste rivoluzionarie e socialiste scaturirono le grandi rivoluzioni nazionali europee degli anni Venti e Trenta, ebbero una delle sue prove fondamentali nelle Guerre Balcaniche del 1912-13, in cui la Grecia ebbe un ruolo centrale. Anche in questo 2012, pertanto, salutiamo la nuova “Alba d’Oro” che dalla Grecia si leva sull’Europa, fiduciosi che l’esempio dei patrioti greci venga seguito dai patrioti italiani e di tutto il continente europeo.
Luca Cancelliere





















