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martedì 18 giugno 2013
Abracadabra
di Fabio Calabrese
Ripensando alle osservazioni che ho inserito in “I due volti della modernità”, un'ulteriore considerazione mi è venuta – viene – spontanea. Proviamo solo a immaginare che la frase di Ernst Haeckel che ho citato sia stata detta da qualche ricercatore della nostra epoca invece che del XIX secolo, che se le differenze che constatiamo fra bianchi e neri si trovassero fra due chiocciole nessuno avrebbe esitazioni a classificarle in due specie diverse. Che cosa succederebbe?
Non è difficile da capire: la censura democratica scatterebbe immediatamente: questa persona sarebbe aggredita da tutte le parti, lo si accuserebbe di essere un fascista e un razzista; se fosse un docente, gli si impedirebbe di tenere lezione, se osasse tenere una conferenza sarebbe aggredito e svillaneggiato, le riviste rifiuterebbero i suoi articoli, gli editori i suoi libri, in breve il suo posto di lavoro sarebbe a rischio, sarebbe ridotto al silenzio, forse alla fame, e potrebbero scattare per lui anche implicazioni penali, perché in democrazia certe opinioni sono un reato.
Io non vorrei adesso aprire un dibattito sulle differenze fra gli uomini, che esse esistano, comprese quelle razziali, mi pare che dovrebbe essere del tutto pacifico, se non si insistesse a imporci forzatamente il dogma democratico dell'uguaglianza. Vorrei adesso piuttosto porre l'attenzione sull'ampiezza, la capillarità, l'efficienza del sistema repressivo democratico, largamente basato sul fatto di trovare ampie e zelanti collaborazioni fra i campioni della democrazia stessa che, quanto più si pongono “a sinistra”, tanto più sono ostili a qualunque forma di pensiero che non ubbidisca ai dogmi di un rigido conformismo.
Lo stesso trattamento, infatti, viene riservato, ovviamente, a chi contesta una qualsiasi delle convinzioni che l'ideologia democratica vuole imporci a ogni costo: a chi avanza dubbi sull'entità dell'olocausto, a chi vorrebbe in qualsiasi modo riabilitare il fascismo, a chi osa avanzare il sospetto che alle differenze anatomiche tra uomo e donna possano corrispondere differenze psicologiche e comportamentali che non siano il prodotto dell'educazione, e da un po' di tempo anche a chi trova qualcosa di anomalo, di innaturale nel matrimonio fra persone dello stesso sesso. La libertà di pensiero concessa dalla democrazia si riduce ogni giorno di più, e i “compagni” sono i censori più zelanti, il loro fine sembra essere quello di rendere la gente incapace di pensare.
Sarà per questo che comportamenti e atteggiamenti che in altri tempi sarebbero sembrati irrazionali o francamente stupidi, oggi sono accettati come la normalità. Nel mio articolo precedente come in altri già comparsi su “Ereticamente” o in altre sedi, ho illustrato l'aspetto superstizioso e stregonesco del “pensiero” democratico, ma è un argomento sempre suscettibile di ulteriori approfondimenti, anzi si può dire che più si scava, meno se ne vede il fondo.
Prendiamo un campo che in apparenza dovrebbe essere quello quanto più razionale e oggettivo possibile, che riguarda più strettamente le condizioni reali di vita della gente: l'economia. Ho già evidenziato in altri miei scritti che questo terreno, che dovrebbe essere quello della massima razionalità, per come viene trattato dal pensiero dominante è a tutti gli effetti una pseudo-scienza che si basa su due presupposti impliciti, non dichiarati e assolutamente falsi, che esista qualcosa di definibile come l'interesse globale della società e che le vicissitudini economiche, l'andamento dei mercati, siano qualcosa di imprevedibile e indipendente dai comportamenti umani, come se parlassimo di meteorologia.
E' invece vero che all'interno di qualsiasi società esistono interessi in conflitto, che una ristretta minoranza di persone appartenenti allo strato più alto del capitalismo bancario e finanziario può agire e di fatto agisce per il proprio personale tornaconto a danno dell'interesse, del benessere, del futuro di tutti gli altri, e che le crisi sono provocate e manipolate allo scopo di impadronirsi delle risorse prodotte dalla società, di trasformare il lavoro di molti nella ricchezza di pochi.
Ad avviare la società italiana e quelle del resto dell'Europa sulla strada di quella che ormai dal 2008 non è più una crisi ma, a meno di radicali cambiamenti, un declino irreversibile, a creare le premesse di questo declino, i “compagni”, i marxisti, quella sinistra verso la quale per atavica abitudine una parte dei ceti lavoratori da ancora il proprio appoggio ignara del fatto che essa ha smesso di tutelare da gran tempo i loro interessi, ha dato e continua a dare un contributo non disprezzabile. Per decenni hanno fatto una guerra senza quartiere agli imprenditori, ignorando o facendo finta di ignorare che il tessuto produttivo italiano è composto principalmente di piccola industria, e che ogni ditta che fallisce significa decine o centinaia di lavoratori sul lastrico, permettendo così ai grossi gruppi industriali, alle grandi catene di distribuzione, alle banche, alla finanza di acquisire più facilmente le aziende, e oggi che il grande capitalismo bancario e finanziario mascherato dietro le istituzioni “europee” con cui sono sempre stati complici, sferra il suo attacco decisivo alla proprietà, al benessere al futuro di tutti, fanno finta di non vedere e proclamano per bocca del loro guru Walter Veltroni che “la lotta di classe non esiste”.
Il dominio dell'economia che dovrebbe essere quello della massima razionalità, è invece dominato da componenti irrazionali, scaramantiche, superstiziose, stregonesche. Prendiamo quello che ha tutta l'apparenza di un dato oggettivo, il famoso (o famigerato) PIL. Oggi che siamo in recessione, il nostro PIL è regredito, è tornato – ci dicono – al livello di vent'anni fa. La nostra situazione economica è uguale a quella di allora? Ne siamo sicuri? La mia è – credo – una famiglia tipica: quattro persone e due redditi da lavoro. Venti-venticinque anni fa avevamo figli piccoli pagavamo la baby sitter e il mutuo e si riusciva a mettere qualcosa da parte. Oggi si stenta ad arrivare a fine mese. Io credo che chiunque abbia più di trent'anni non fatichi a ricordare situazioni dello stesso genere.
Il PIL di alcuni Paesi del Terzo Mondo come il Brasile o l'India registra – ci dicono – incrementi tra il 5 e il 10% l'anno. Se il dato fosse reale, costoro dovrebbero aver ormai raggiunto il livello di benessere dei Paesi industrializzati. Mah! Se andate a vedere alla periferia di Rio De Janeiro o a quella di Calcutta, trovate le stesse favelas, le stesse bidonville miserabili che c'erano venti, cinquanta, settanta anni fa, dove vive un'umanità in condizioni di degrado ai limiti della sopravvivenza, e sia chiaro che – come nel passato – ci entrate a vostro rischio e pericolo.
Io ho l'impressione che questo famigerato PIL sia un indice fittizio o per meglio dire manipolato, la cui esistenza serve a veicolare l'essenza dell'ideologia progressista: sono possibili occasionali e temporanei ritorni all'indietro, come sta avvenendo in Europa dal 2008, ma la tendenza globale sul lungo periodo è ascendente: se le cose oggi non vanno meglio di ieri, vanno pur sempre meglio dell'altro ieri e domani saranno ancora migliori.
Io mi domando come sia possibile pensare che in un mondo che non aumenta certo di dimensioni, ma ogni giorno è come se si riducesse, sempre più sfruttato, inquinato, devastato, impoverito, e dove la specie umana continua la sua espansione demografica, sia possibile una crescita della disponibilità di risorse pro capite. La logica e il semplice buon senso ci dicono che se si deve dividere una torta fra più persone, aumentando il numero dei commensali, si ridurrà la fetta di ciascuno. Ma la logica e il buon senso non sembrano avere corso tra i “maghi” dell'economia.
Se qualcuno sostenesse di possedere una formula magica, un abracadabra pronunciando il quale si possono risolvere tutti i problemi, non credete che in altre epoche meno “evolute” e più sagge, costui sarebbe stato guardato con comprensibile scetticismo?
Nella nostra epoca “progredita” la gente sembra diventata più credula, TERRIBILMENTE più credula, ed ecco che qualcuno è venuto fuori con la formula magica, l'abracadabra per risolvere tutti i problemi economici e – quel che è più tragico – è stato preso sul serio: la formula dell'abracadabra è semplice, di una semplicità sconcertante: privatizzare, privatizzare, privatizzare.
Di mezzo c'è senza dubbio il fallimento dello statalismo dirigistico, dell'economia di piano che caratterizzava il sistema sovietico e gli altri Paesi del “socialismo reale” dell'Europa dell'est. Poiché un eccesso non funziona, allora mettiamoci a giurare e spergiurare sull'eccesso opposto. Mi chiedo se davvero occorra essere laureati e avere un master in economia alla Bocconi per ragionare in maniera così rozza.
Su di un piano di pensiero appena leggermente superiore (come passare dallo scimpanzé al bonobo, ma siamo ancora molto lontani dall'homo sapiens), l'attuale tendenza neo-liberista viene giustificata così: l'offerta di beni e servizi da parte di una pluralità di imprenditori privati li pone in concorrenza fra loro, quindi ognuno di loro tenderà a offrire il servizio o il prodotto migliore possibile al prezzo più contenuto possibile. Questa concezione neo-liberista è oggi considerata talmente forte, talmente persuasiva, talmente vincente da essere stata proclamata dagli economisti il PENSIERO UNICO a cui tutti dovrebbero giocoforza adeguarsi, eppure tutte le volte che è stata applicata all'economia reale, non ha prodotto altro che disastri.
In realtà, le obiezioni che si possono sollevare contro di essa sono parecchie. Per prima cosa, siamo sicuri che in condizioni di sedicente libero mercato l'utente abbia davvero libertà di scelta? Un qualsiasi accordo fra i produttori di un settore che decidono di offrire lo stesso prodotto agli stessi prezzi può vanificare questa libertà, così come si è scoperto qualche anno fa essere accaduto fra le compagnie di assicurazione riguardo alle polizze automobilistiche, gioco in questo caso tanto più facile perché il cliente è legalmente obbligato all'acquisto, ma il discorso va ben oltre questo caso, e lo riprenderemo fra poco.
Un'altra rilevante obiezione, è che ci sono dei servizi per i quali l'esborso dell'utente può coprire soltanto una parte dei costi e che, se lasciati in mani private, avrebbero un costo che li renderebbe accessibili solo a una parte della comunità, quella più economicamente avvantaggiata. Gli esempi più rilevanti sono l'istruzione e la sanità: quando in questi comparti si lascia spazio all'iniziativa privata, si manifestano evidenti effetti distorsivi, così ad esempio abbiamo scuole private riservate ai figli di un' élite di privilegiati che nel tentativo – si suppone – di allargare la fascia di coloro che vi hanno accesso, godono di ingenti agevolazioni e finanziamenti pubblici, mentre la scuola pubblica presenta segni di degrado piuttosto evidenti. Per la sanità vale un discorso analogo, con la differenza – forse – che qui un maggior numero di persone è costretta almeno occasionalmente ad accedere obtorto collo alla fascia alta perché quando si tratta della salute non si bada a spese. Abbiamo il paradosso di medici che esercitano intra moenia, cioè che lavorano nelle strutture pubbliche e all'interno delle stesse possono esercitare attività professionale privata. Come tutti sappiamo, si può accedere alla stessa visita o allo stesso esame compiuto dallo stesso medico “in privato” o attraverso la struttura pubblica; nel primo caso, si paga considerevolmente di più, nel secondo i tempi di attesa diventano biblici, quasi infiniti.
In questi casi, scuola e sanità, l'iniziativa privata non migliora il servizio ma sottrae risorse, contribuisce a degradare il servizio pubblico, che è poi quello che resta accessibile alla maggior parte dei cittadini. Il meccanismo della sanità, poi, è particolarmente perverso, perché l'iniziativa privata si concentra sui settori più “interessanti” economicamente e lascia alle strutture pubbliche la gestione di quelli che lo sono di meno, e la sanità italiana, soprattutto nelle regioni meridionali, è diventata una voragine senza fondo che inghiotte denaro pubblico offrendo un servizio sempre più degradato.
Esistono poi settori nei quali l'intervento pubblico coincide con l'esercizio della sovranità e l'infiltrarsi dell'iniziativa privata significa la perdita dei residui diritti che rimangono ai cittadini: difesa nazionale, ordine pubblico, giustizia. Il giorno che una polizia mercenaria arresterà un cittadino per farlo comparire davanti a un tribunale privato a rispondere a un codice di giustizia privato, il sogno liberista si sarà trasformato nel più atroce incubo kafkiano. Noi ci siamo ancora lontani, sembra, ma negli Stati Uniti mica tanto.
Non occorre girarci attorno all'infinito, fino agli anni '40 del XX secolo si sono confrontati in Europa e nel mondo oltre alle società a economia di mercato capitalista, due modelli di socialismo, uno disfunzionale, che ha finito per essere il più gigantesco aborto della storia, l'altro invece che funzionava eccome, ed è proprio questo il motivo per il quale capitalismo e “socialismo deforme” con la falce e martello si sono coalizzati per distruggerlo scatenando la guerra più gigantesca della storia umana. Non è davvero possibile credere che queste forze non abbiano preparato e intenzionalmente provocato la seconda guerra mondiale attirando la Germania in una trappola, inducendo i Polacchi a rifiutare qualsiasi trattativa sulla questione di Danzica, esattamente come nel 1914 GLI STESSI REGISTI OCCULTI avevano approfittato della comprensibile reazione dell'Austria all' assassinio del proprio principe ereditario per provocare il primo conflitto mondiale.
Un discorso di questo genere ci porterebbe lontano. In questa sede, limitiamoci a notare che i cambiamenti economici e sociali non avvengono con la stessa rapidità dei mutamenti politici. Sia pure in maniera meno radicale ed efficiente del nazionalsocialismo tedesco, anche il fascismo italiano aveva creato un sistema di protezioni sociali a vantaggio delle fasce più deboli della popolazione e un sistema economico basato sull'integrazione fra pubblico e privato, e purtroppo non è arrivato a vedere i frutti di questo lavoro, perché il boom economico degli anni '60, l'ingresso a pieno titolo dell'Italia fra le nazioni a economia industriale, è stato una conseguenza del lavoro fatto precedentemente dal fascismo, i buoni semi piantati che sono infine germogliati nonostante la gelata della guerra.
Un dato fra tutti mi sembra di particolare rilievo: tutti gli indici economici mostrano che le differenze fra nord e sud della nostra Penisola fra 1920 e 1970 hanno cominciato a ridursi, ma dopo tale data “la forbice” ha ripreso ad allargarsi, visibile conseguenza del ritorno a politiche liberiste che arricchiscono i ricchi e impoveriscono ulteriormente i poveri.
L'efficiente sistema delle partecipazioni statali creato dal fascismo che aveva consentito la ripresa dopo i disastri della guerra e il boom economico degli anni '60, è stato progressivamente smantellato a partire dagli anni '80 e '90, e nella demolizione di questa “bieca” eredità del “bieco ventennio” si sono distinti i governi guidati da Giuliano Amato e da Carlo Azelio Ciampi e soprattutto Romano Prodi che è stato il grande demolitore dell'IRI, quell'Istituto per la Ricostruzione Industriale creato dal fascismo e che era stato il volano della nostra ripresa economica dopo il primo e dopo il secondo conflitto mondiale. Tutti e tre questi gentiluomini sono uomini di sinistra, il segno forse più evidente del fatto che alla sinistra delle condizioni di vita delle nostre classi lavoratrici, in ultima analisi non gliene importa un tubo.
Ai “maestri” dell'economia di solito manca qualcosa che dovrebbe essere invece a disposizione anche di chi non ha fatto la Bocconi, un po' di cultura storica. Per comprendere quali siano le conseguenze a lungo termine dell'attuale trend, basterebbe esaminare con un po' di attenzione la storia italiana dove troviamo un esempio di situazione economica che presenta fortissime analogie con la situazione europea attuale: anche in questo caso, vi fu un'estesa privatizzazione e il controllo delle dinamiche economiche passò nelle mani delle banche, cui lo stato affidò ogni cosa, compresa l'emissione di moneta.
Nel 1266 Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia fu invitato dal papa a invadere il regno di Sicilia che allora comprendeva tutta l'Italia meridionale, per toglierne la corona a Manfredi figlio dell'imperatore Federico II, poiché la Chiesa era decisa a distruggere la dinastia sveva. Poiché Carlo era praticamente un privato, ricorse a massicci prestiti dei banchieri genovesi e pisani, lasciando loro in cambio la gestione dell'economia del regno una volta ottenuta la corona siciliana.
Bisogna notare che fin allora, cosa che sicuramente è ignota a Bossi e Maroni, il meridione era la parte più avanzata della nostra Penisola, favorito dalla sua posizione di ponte naturale con Bisanzio e il Medio Oriente: i Normanni e poi gli Svevi vi avevano costruito uno stato efficiente e moderno, non permettendo all'anarchismo feudale o comunale di prendere piede. Con le tabulae melfitanae Federico II l'aveva dotato della prima costituzione moderna. Rimangono testimonianza di quel periodo le splendide cattedrali di Palermo e Monreale, la corte palermitana dove iniziò la letteratura italiana in lingua volgare, la scuola di medicina di Salerno e l'università di Napoli che ancora oggi porta il nome del grande imperatore svevo, le prime istituzioni europee di livello universitario, prima di Oxford e della Sorbona.
La conquista angioina segnò il passaggio delle attività economiche nelle mani di banchieri forestieri che non avevano alcun interesse a sviluppare l'economia del regno, ma solo a sfruttarla quanto più possibile. Questo, oltre al trapianto di un baronato parassitario di origine francese, provocò il crollo del nostro meridione che precipitò in un abisso di arretratezza dal quale si può dire non sia del tutto uscito nemmeno oggi a otto secoli di distanza, e ci dà l'esatta misura del destino che la BCE sta preparando per noi.
Quale considerazione abbiano i banchieri per la loro clientela, lo dimostrò il potentissimo banchiere e lobbista Enrico Cuccia definendo i piccoli risparmiatori “il parco buoi”. Questo siamo noi per loro: bestiame da sfruttare.
Ma c'è di più: torniamo al nostro argomento iniziale: tutto il pensiero liberista si basa sul presupposto che l'utente abbia una libertà di scelta fra operatori tra i quali esiste una concorrenza reale che tenderebbe a migliorare l'offerta di beni e servizi. E se questa libertà di scelta fosse totalmente falsa e apparente? In questo caso, tutto il PENSIERO UNICO crollerebbe come un arco cui sia stata tolta la chiave di volta. EBBENE, A QUANTO PARE, E' PROPRIO COSI'.
Qualche anno fa alcuni ricercatori economici hanno condotto una ricerca il cui esito importantissimo per tutti noi, è caduto sotto una pesante censura, e che sarebbe andato del tutto perduto se non fosse per l'incontrollabilità del web che sfugge alle intenzioni censorie che percorrono la democrazia.
Come sappiamo, la proprietà di qualunque cosa tranne i nostri effetti personali (ma anche delle nostre case gravate da mutui ipotecari) è legata a un gioco praticamente infinito di scatole cinesi; non esiste un'azienda che non sia partecipata da altre aziende le cui azioni sono controllate da banche e altre aziende, talvolta dalle banche statali che però a loro volta sono partecipate da privati, e via dicendo.
Questi ricercatori hanno cercato di ricostruire una mappa del potere economico mondiale risalendo le ingarbugliate catene delle partecipazioni e dell'azionariato, chi controlla che cosa, un'impresa simile a quella di costruire una mappa virtuale dell'intero pianeta, come è stato fatto con Google Earth. Alla fine si sono accorti con vera sorpresa che tutto converge verso un unico nucleo: una ventina di famiglie strettamente imparentate deterrebbe qualcosa come l'80% della ricchezza mondiale, e i loro nomi, Rotschild, Goldmann Sachs e via dicendo, fanno pensare molto più alla circoncisione che non al battesimo. Anche in questo nucleo ristretto alcuni sarebbero più importanti di altri, e la famiglia Rotschild possiederebbe da sola all'incirca metà della ricchezza dell'intero pianeta.
E' chiaro che cosa abbiamo di fronte: un potere con il quale gli stati nazionali stentano a competere, e se, in ossequio al dogma liberista, rinunciano a esercitare un controllo sull'economia, non possono che diventarne docili e ricattabili strumenti.
Alla fine tutto si tiene: anche il fenomeno dell'immigrazione non è, insieme alla crisi economica, altro che l'altra branca della tenaglia destinata a stritolarci, perché il progetto di dominazione mondiale di cui l'accaparramento della ricchezza planetaria è una parte, vuole un mondo ibridato e imbastardito, dove non vi siano popoli, nazioni e culture che possano opporre resistenza, un ibrido “mercato globale” planetario. Non è tempo di ubbie liberiste e democratiche, di abracadabra ma di lotta per la nostra sopravvivenza.
In campo economico, questo significa buttare a mare i dogmi liberisti, il sedicente pensiero unico, e ritornare a percorrere la via del socialismo nazionale.
domenica 9 giugno 2013
I due volti della modernità
di Fabio Calabrese
Era ovvio e lo sapevo già prima di cominciare a stilarlo in base a una specifica richiesta degli amici di “Ereticamente”, ma un articolo come “Ma fatemi il piacere” dedicato alla figura di Julius Evola e al pensiero tradizionalista, avrebbe suscitato discussioni e polemiche, sarebbe spiaciuto a molti camerati e, nonostante tutte le precauzioni, si sarebbe prestato a essere interpretato male.
Tanto per sbarazzare il campo da qualche equivoco, sarà bene precisare qualcosa che il lettore accorto avrà certamente notato. L'invito “Ma fatemi il piacere” che è sia il titolo sia la chiusa dell'articolo, non è rivolto né a Evola né agli evoliani coerenti ma a quanti, e sono purtroppo non pochi, dal “tradizionalismointegrale”, illudendosi di approfondire questa concezione ma in realtà tradendola, sono passati a una religione abramitica, cristiani-cattolici perlopiù, ma c'è pure qualcuno che si è buttato sull'islam seguendo le impronte di Guenon. Spero che almeno non ci sia nessuno che si sia fatto ebreo.
Ancora, ma spero che non ci sia nessuno così frastornato da non aver capito ciò, la sparata iniziale culminante con quell' “Evola è anti-umano” che ricorda da vicino i toni esagitati di don Nitoglia, non rappresenta affatto il mio pensiero in proposito, ma è il punto di vista che ho citato per controbattere, anche se ho fatto e faccio una netta distinzione fra la concezione evoliana e il mio punto di vista.
Un punto riguardo al quale mi aspettavo una contestazione che invece non c'è stata, è là dove facevo notare che quello di Evola non si può considerare un pensiero filosofico, ma il suo pensiero e il suo modo di esprimersi sono piuttosto quelli di un leader religioso carismatico. D'altra parte sappiamo che Evola stesso ha sempre respinto con forza l'appellativo di filosofo…
A mio parere, e non vorrei dover tornare oltre sull'argomento, Julius Evola è stato un intellettuale importante fra quelli che hanno contribuito a forgiare la nostra visione del mondo e la nostra formazione culturale, ma non si può giurare sulle sue parole come non si può giurare sulle parole di nessuno. NULLIUS IN VERBA, e non esiste nessun pensatore che possa esimerci dal compito di pensare noi stessi.
Io adesso ritorno sulla questione perché essa forse ci apre la porta a una riflessione di carattere molto più vasto: una frase del mio articolo che è stata oggetto di numerose contestazioni è stata questa:
“Occorre ammettere che questa idea del rifiuto TOTALE del mondo moderno è un'utopia. Una nazione che oggi rinunciasse allo sviluppo tecnologico, sarebbe destinata a essere in breve una nazione povera e arretrata, succube e facile preda delle altre che non compiuto un simile passo, se avesse rinunciato pure alle armi da fuoco, sarebbe del tutto indifesa dal punto di vista militare. E poi, diciamolo francamente e in tutta onestà: chi di voi di fronte a un problema di salute vorrebbe essere curato oggi con salassi e sanguisughe?”
Un mio corrispondente, ad esempio, mi ha replicato facendomi l'esempio dei kamikaze giapponesi durante la seconda guerra mondiale, perfetta fusione fra lo spirito tradizionale, l'etica dei samurai e l'aereo, la macchina.
Tradizione unita a tecnologia, mi ricorda la definizione del nazionalsocialismo data da Louis Pauwels e Jacques Bergier nel “Mattino dei maghi”: il guenonismo più le divisioni corazzate, che sarà certamente imprecisa, ma non è del tutto infondata (e a proposito, ricordatevi di non usare mai, MAI il termine “nazismo” che ha assunto il significato non di un'abbreviazione ma di un epiteto dispregiativo).
Io ho replicato che la distinzione fra aspetti accettabili come la tecnologia, e aspetti non accettabili della modernità, ammesso che esista, non è per nulla chiara né in Evola né in Guenon, né in altri maestri della tradizione.
Riflettendoci, mi sembra di poter concludere che in realtà la modernità non è un fenomeno omogeneo e neppure un unico fenomeno, si tratta quanto meno di due fenomeni molto diversi che si sovrappongono, si mescolano e vengono a conflitto: uno è rappresentato dall'accumulo di conoscenze attraverso il tempo che deriva dal semplice fatto che ogni generazione può beneficiare delle esperienze di quelle precedenti che le sono state trasmesse, l'altro – che non ha nulla a che fare con il primo – è la SOVVERSIONE moderna che deriva dal riattivarsi a partire dalla Riforma protestante di quello spirito sovversivo proprio del cristianesimo, che distrusse l'impero romano ma che durante i secoli medievali era rimasto in qualche modo cristallizzato.
Detto nei termini più semplici possibile: poiché la tecnologia non è altro che scienza applicata: scienza e democrazia si implicano in qualche modo? Appartengono allo stesso orizzonte mentale oppure ciò che chiamiamo modernità non è piuttosto un amalgama di componenti in conflitto?
Il grande balzo in avanti della scienza moderna è stato la rivoluzione galileiana, il cui nucleo è rappresentato dall'applicazione dello strumento matematico all'indagine, la matematizzazione del reale, che a sua volta non è che l'attuazione di un antico progetto, di sette secoli più antico del cristianesimo, perseguito da Pitagora e da Platone, al punto che uno dei maggiori filosofi della scienza contemporanei, Alexander Koyré, ha definito la scienza moderna “una rivincita di Platone”.
Platone? Ma guarda, sempre lui! Platone non è soltanto il fondatore della tradizione metafisica autoctona dell'Europa, è anche il padre di “un'utopia” politica basata sui concetti di aristocrazia e selezione, acerrimo fustigatore dei mali e della corruzione insiti nella democrazia (e se detestava la democrazia ateniese del V secolo avanti Cristo, proviamo solo a immaginare quel che avrebbe detto di quella a noi contemporanea), Platone a cui le SS, punta di diamante del movimento nazionalsocialista guardavano come al loro ispiratore. Non è perlomeno strano immaginarlo all'origine di un movimento che include la sovversione democratica moderna?
La verità è che fra tutti i crimini e gli orrori commessi dal cristianesimo e dalla Chiesa cattolica nel corso dei secoli, il processo a Galileo è stato forse l'errore più miope e gravido di conseguenze. Le ricerche di Galileo furono proseguite da Huygens in Olanda e da Newton in Inghilterra, vale a dire precisamente nei Paesi protestanti dove si stavano “mettendo a punto” le nuove forme politiche e dove si stavano formando le nuove élite “liberali” e “democratiche”, in tal modo lo sviluppo delle scienze è stato letteralmente “regalato” alla sovversione democratica. Un pericolo che tra l'altro Galileo aveva presentito con chiarezza, avvertendo che a partire dal processo contro di lui la nuova scienza sarebbe stata rivolta contro la cattolicità.
Per capire quale rapporto effettivamente esista, o se esista un rapporto fra democrazia e scienza, è necessario comprendere cosa è la democrazia, una comprensione che non deve guardare a ciò che la democrazia dichiara di essere, ma a ciò che effettivamente è, e questo significa infrangere il grande tabù del nostro tempo.
In sostanza e semplificando molto, “democrazia” è quel movimento politico e ideologico che ha sconvolto negli ultimi secoli l'ordine tradizionale dell'Europa per sostituire all'aristocrazia del sangue l'oligarchia del denaro. Nel corso dei secoli, sia nella sua varietà “liberale” sia in quella marxista, si è ampiamente servito dei movimenti e dei moti di insoddisfazione e di ribellione popolare, ma non dobbiamo identificarla con essi, così come non dobbiamo credere nemmeno per un istante che essa significhi “sovranità popolare” o “libertà”, o che abbia lo scopo di mettere fine al potere ingiusto di alcuni uomini su di altri uomini, quando invece il suo fine è quello di perpetuarlo in maniera più mascherata e duttile.
Quale sia la libertà che la democrazia accorda ai dissidenti, ognuno lo può vedere considerando il moltiplicarsi dei reati di opinione: proibito parlare bene del fascismo, proibito voler rivedere le cifre chiaramente gonfiate del mito olocaustico, proibito manifestare opinioni “razziste”, cioè contrarie alla sparizione dei popoli europei sotto l’impatto dell’immigrazione, eccetera, eccetera.
Sovranità popolare? Leggete attentamente queste affermazioni di un personaggio certamente autorevole, Sergio Viera de Mello, amministratore delle Nazioni Unite nel Kosovo, che il 4 agosto 1999 dichiarò:
“I popoli razzialmente puri sono un concetto nazista. Proprio contro questo concetto hanno combattuto gli alleati nella seconda guerra mondiale … È per lo stesso motivo che la OTAN/NATO ha combattuto in Kosovo … per impedire l’insorgere di un sistema di purezza etnica”.
Nell’ Europa voluta dalla democrazia non ci sarà più spazio in futuro per popoli non ibridati. Ai popoli non è di fatto riconosciuto nessun diritto, nemmeno quello di continuare a esistere.
La scienza ha o dovrebbe avere come scopo la ricerca della verità, la democrazia si basa sulla menzogna, tra loro non può non esserci un conflitto, un conflitto che si risolve IN PRATICA imponendo alla scienza con la forza del potere una serie di mistificazioni e di censure. E’ ovvio che queste mistificazioni e queste censure saranno minori in settori come le scienze fisiche che si collegano a immediate applicazioni tecnologiche e ingegneristiche, e si concentreranno nelle scienze umane che implicano più direttamente le idee che gli esseri umani si fanno su se stessi e il loro agire sociale.
Un dogma della democrazia ribadito con tanta più insistenza quanto più contrario alla realtà e potremmo dire, all’esperienza di chiunque, è quello dell’uguaglianza di tutti gli uomini o, dove si riscontrano differenze che obiettivamente è impossibile non notare, la loro riduzione esclusivamente a fattori appresi, all’influenza dell’ambiente.
Questa concezione e la “pedagogia” che ha ispirato hanno avuto effetti disastrosi soprattutto in ambito educativo e scolastico; essa infatti riduce ogni superiorità al privilegio: non esistono ragazzi volonterosi e ignavi, intelligenti e tardi, desiderosi di apprendere e svogliati, ma solo che hanno avuto maggiori o minori opportunità educative, e i secondi devono essere scusati e compresi. Gli esseri umani tendono a essere pigri quanto è loro concesso di esserlo, e se un forte impegno e impegno zero producono gli stessi risultati, perché affannarsi? Non occorre davvero altro (anche se altro c’è, a cominciare dalle sfacciate manipolazioni ideologiche) per spiegare il costante degrado dell’istituzione scolastica, e non solo in Italia, la sempre minore capacità di trasmettere alle nuove generazioni la cultura e la conoscenza create da quelle precedenti.
Se gli esseri umani presentano differenze innate, cioè biologiche, dipendenti da un diverso patrimonio genetico, questo varrà a maggior ragione per i diversi gruppi umani. Le differenze razziali non sono una chimera, è una chimera il voler credere che esse non esistano o non abbiano importanza, che non si debba guardare al colore della pelle (il colore della pelle in realtà non è che un sintomo di differenze meno visibili ma più sostanziali). Nel XIX secolo, un'altra epoca in cui c'era la libertà di dire certe cose senza provocare automaticamente l'indignazione e la censura di tutti i democratici “politicamente corretti”, il filosofo positivista e uno dei più importanti biologi del suo tempo, Ernst Haekel disse che se si fossero riscontrate fra due chiocciole le stesse differenze che ci sono fra un uomo bianco e un nero, nessun naturalista avrebbe avuto problemi a classificarle in due specie diverse.
Indebolire la resistenza al meticciato, arrivare a un'umanità ibrida, è per il potere “democratico” inteso a imporre a livello planetario l'oligarchia del denaro, un mezzo per indebolire la resistenza dei popoli. “Il sangue” deve essere avvelenato perché “l'oro” possa conseguire il suo definitivo trionfo.
Certe forme di pensiero “democratico” rientrano totalmente nel campo delle pseudo-scienze del tutto prive di rapporti con la realtà: il marxismo e la psicanalisi in primo luogo, ma la democrazia incoraggia di per sé forme di pensiero superstizioso e stregonesco. Tipico del pensiero superstizioso è scambiare un'azione su di un oggetto rituale o simbolico per un'azione sulla realtà (il gatto nero, i gesti scaramantici, ecc...).
Per fare un esempio che ho fatto altre volte, nelle ricostituite forze armate postbelliche LE INSEGNE dei reparti dell'aviazione da caccia che durante il periodo 1943-45 avevano militato nell'Aeronautica Repubblicana (cioè nella RSI), furono declassate a insegne di reparti di artiglieria contraerea. Ancora più grottesca la recente decisione austriaca di abolire i tradizionali bottoni rivestiti di cuoio dei loden, perché il disegno formato dalle striscette di cuoio che si incrociano potrebbe ricordare la svastica.
Un'altra cosa che pochi sanno, è che le tredici colonie fondatrici degli Stati Uniti d'America erano in realtà quattordici ma il Maine fu fatto sparire dall'elenco perché i “padri” fondatori degli USA volevano beneficiare dei poteri magici del numero tredici, che nella mitologia massonica ha un significato positivo.
Io questi esempi li ho già fatti in miei articoli precedenti, ma ultimamente ne ho saputa una altrettanto bella: Quando George Washington, primo presidente e “padre” degli USA, vide il primo esemplare della bandiera degli Stati Uniti realizzata dalla sarta Betsy Ross, si arrabbiò moltissimo o, per dirla con un linguaggio più popolaresco, “diede fuori di matto”: le stelle della bandiera lui le voleva a sei punte, non a cinque come le aveva ricamate Betsy Ross. A ogni modo poi gli yankee “si sono rifatti” usando la stella a sei punte come simbolo degli sceriffi, della “legge e ordine” versione USA. La stella a sei punte, la stella di David derivata dal cabalistico sigillo di Salomone. Cosa vi dice, cosa vi fa pensare questa devozione yankee per un simbolo prettamente ebraico?
Apprendisti stregoni o stregoni senz'altro questi democratici intenzionati a stravolgere l'intera umanità attraverso il meticciato (o come dicono loro, la creazione dappertutto di una “società multietnica” e “multiculturale”) per un disegno di dominio planetario di un'ambizione folle. C'è solo da sperare che, come per l'apprendista stregone della storia, questo disegno esploda loro in mano e in faccia.
lunedì 3 giugno 2013
La marcia dei pinguini
di Fabio Calabrese
Io non voglio vantarmi trincerandomi dietro un “ecco, l'avevo detto”, recitare il ruolo della Cassandra, ma è un fatto: la vittoria del PD – e non la si può definire in nessun altro modo – al test amministrativo di maggio, mi ha irritato, indispettito, mi sembra un pessimo presagio per il futuro di questa disgraziata Italia, ma di certo non mi ha sorpreso.
Secondo diversi commentatori, la formazione del governo “delle larghe intese” guidato da Enrico Letta avrebbe avuto un non trascurabile costo elettorale soprattutto per i Democratici. Gli Italiani, la cui insoddisfazione è ormai arrivata a proporzioni galattiche – si pensava – l'avrebbero interpretata come la coalizione della vecchia politica, dei partiti della “casta” che si chiude a riccio per difendere i suoi privilegi contro la novità del “movimento” rappresentata da Beppe Grillo, e poiché si presume o si presumeva che soprattutto l'elettorato del PD sia (fosse) di sinistra, ci si aspettava in base alla falsa equazione sinistra uguale riforme, novità, cambiamento, che sarebbe stato esso a manifestare la maggiore insoddisfazione.
Ci sono molte cose chiaramente sbagliate in questo ragionamento, a cominciare dal fatto che “sinistra” e “progressismo” sono vuote etichette che non significano per nulla quella voglia di riforme e cambiamento che molti anacronisticamente s'immaginano.
Esiste inoltre nei media una decisa sopravvalutazione del residuo ruolo che Berlusconi e il PDL ancora hanno nella politica italiana. In realtà, non è che coloro che controllano il sistema mediatico siano degli scocchi, tutt'altro, semplicemente a loro NON CONVIENE presentare le cose come veramente sono. L'immagine di un governo Letta in qualche modo teleguidato da Berlusconi FA COMODO AL PD che si è messo in una posizione molto simile a quella che aveva il PCI nella Prima Repubblica, e che gli consentiva di godere sia dei vantaggi propagandistici dello stare all'opposizione, sia di quelli concreti e reali della spartizione del potere.
Berlusconi è un uomo molto meno furbo di quanto crede di essere, e dalle “larghe intese” non sta ottenendo e non otterrà nulla, nemmeno un rallentamento della guerra giudiziaria che gli stanno facendo le “toghe rosse” annidate nelle procure di mezza Italia, e come quest'ultimo test elettorale dimostra, sta vedendo il suo potere negoziale erodersi ogni giorno di più. Bersani invece, con quella sua aria patetica da eterno sconfitto, ha dimostrato nei fatti di essere l'asso-piglia-tutto. Ha dovuto momentaneamente cedere la segreteria a Epifani, ma “mister PD” rimane lui.
Quando i media, la TV e internet hanno diffuso i dati dell'affluenza alle urne di questa tornata caratterizzata da un altissimo astensionismo, era chiaro che il risultato sarebbe andato a favore del PD, e che PDL, grillini e Lega avrebbero subito una cocente batosta ancora prima che iniziassero gli scrutini o fosse diffuso il primo exit poll, che il PD avrebbe vinto senza guadagnare consensi, ma semplicemente perdendo meno degli altri, perché ha un elettorato molto più “fidelizzato” rispetto a quello del PDL, perché esiste una continuità molto maggiore fra elettorato e nomenklatura politica, mentre il PDL è un'accolita raccoliticcia attorno a un leader che sarà magari un abilissimo imprenditore, ma in campo politico rimane un dilettante. Dei grillini e della Lega parliamo fra poco.
Sembra la favola di Pinocchio con la volpe Bersani che convince il burattino Berlusconi a seppellire i suoi zecchini nel campo dei miracoli. Grillo, proprio come il grillo di Collodi, appare sempre più destinato a finire spiacciacato da una martellata contro il muro. E il gatto? Mah, potrebbe essere Napolitano, vista l'aria sorniona del nostro giovanissimo bis-presidente.
Anche qui pare di rivivere una situazione da Prima Repubblica: a quei tempi i commentatori politici tenevano d'occhio il meteo: se era brutto tempo, le cose andavano meglio alla Democrazia Cristiana, ma se c'era sole, erano i comunisti a veder migliorare le loro posizioni, perché una parte consistente dell'elettorato DC almeno potenziale, preferiva andarsene al mare o a fare scampagnate piuttosto che alle urne.
Una sensazione di flashback, di deja vu, di ritorno alla Prima Repubblica l'ho avuta anche andando in internet a scorrere il blog di Beppe Grillo constatando il modo in cui il Beppe nazionale ha cercato di giustificare lo scacco elettorale con un mezzuccio veramente proto-repubblicano: fa il confronto con le precedenti amministrative del 2008 o del 2009 quando il Movimento Cinque Stelle non esisteva o era agli esordi e rispetto alle quali i dati attuali lo danno raddoppiato o triplicato, ma così passa sotto silenzio il fatto non trascurabile che in poco tempo il M5S si è gonfiato come una bolla di sapone e si è sgonfiato come un soufflé, fatto che forse una certa rilevanza politica ce l'ha.
Rispetto a Grillo, la Lega ha lo svantaggio di essere sulla scena politica da molto più tempo, e quindi di aver avuto molto più tempo per deludere il suo elettorato anche se, come abbiamo visto, quanto a capacità di dare delusioni, i grillini recuperano in fretta.
La Lega è un movimento che ha qualcosa di ermetico, di poco chiaro. Sulla carta, dovrebbe essere il partito politico più decisamente identitario, che ha fatto dell'opposizione all'immigrazione la sua bandiera, eppure sembra che abbia una sorprendente vena “africana”. Ci sono certamente affari, alcuni poco chiari, che la Lega ha messo in piedi nel “continente nero” secondo il buon vecchio principio che “pecunia non olet”, ma pare che ci sia anche altro.
Ricordo alcuni anni fa un servizio di “Striscia la notizia” che essendo un TG satirico è probabilmente l'unico telegiornale serio che esista in Italia, dedicato alla Lega e sottolineato da una canzoncina, “Camicie verdi”, che faceva il verso a “Montagne verdi” cantata da Marcella Bella. Nel punto in cui il testo recitava: “E l'amico mio più sincero, un leghista (invece che “un coniglio”) dal muso nero”, l'inquadratura zoomava su di un soggetto in camicia verde decisamente più abbronzato di Barack Obama. Io non so se questo leghista di colore sia o meno lo stesso che alle ultime amministrative è stato candidato nella circoscrizione di Bergamo. Se non lo è, è ancora più preoccupante, vuol dire che abbiamo a che fare con una colonia di “leghisti neri”. Da ultimo è arrivata l'espulsione dalla lega dell'on. Borghezio, colpevole di aver risposto per le rime alle offese verso gli Italiani pronunciate dalla congolese Kyenge, ministro del PD; ma si sa, se si ha la pelle nera si può dire e fare quello che si vuole, ma se si è di pelle bianca, tocca subire e stare zitti, sennò si viene accusati di razzismo. Chi difende gli Italiani? La Lega no di certo!
I meridionali no e gli africani si? Chissà perché, mi ricorda tanto il mio antico e non rimpianto maestro Claudio N. di cui vi ho parlato in “Razzismo rosso”. Sarà un caso e tutti sembrano esserselo dimenticato, ma prima di diventare “il senatur”, Umberto Bossi “è nato” politicamente all'estrema sinistra.
La batosta elettorale della Lega a queste amministrative, del resto non è che l'ennesima tappa di una spirale discendente imboccata dal movimento di Bossi. Quando sparirà definitivamente, penso che non lo rimpiangeremo troppo.
Complimenti vivissimi, invece, ai partitini dell'ultra-destra che sono riusciti a raddoppiare il consenso ricevuto alle ultime elezioni politiche, passando dall'1 al 2% complessivo; il loro peso politico è comunque rimasto uguale, cioè zero. Anche qui non tanto, probabilmente, per l'acquisto di nuovi elettori, ma perché meno penalizzati di altri dall'astensione. Chiaramente, le elezioni non sono un referendum che può essere invalidato dal mancato raggiungimento del quorum, ma vale la pena di compromettersi col sistema democratico per raggiungere risultati così miseri?
Non sarebbe meglio rimanere un punto di riferimento ideale e prepararsi a essere una classe dirigente alternativa per il momento, forse non lontano, in cui la crisi economica e l'invasione extracomunitaria provocheranno l'inevitabile ribellione? In ogni caso, bisogna finirla con i personalismi e i frazionismi. Che un' “area” che attualmente raccoglie l'1-2% dell'elettorato sia divisa in quattro o cinque partiti, è ridicolo. Così non si va da nessuna parte.
Parliamo dei vincitori di questa elezione. Dal 2011, da quando il governo Berlusconi è stato “sfiduciato” dall'Unione Europea, costoro non hanno fatto altro che guadagnare posizioni. Non è naturalmente un caso che la loro linea politica sia di prona obbedienza agli euro-vampiri di Bruxelles. In un certo senso, però, da questo lato costoro si presentano come i continuatori piuttosto della DC che del PCI. In Italia il potere non logora, o logora chi non ce l'ha, come diceva il non compianto Andreotti. Guadagnare posizioni aumenta la possibilità di guadagnarne ancora indipendentemente da quel che si fa o ci si propone di fare, per una sorta di sciocca adulazione del potere diffusa nel carattere nazionale, forse retaggio di secoli di dominazioni straniere. E' questo probabilmente il segreto della longevità del dominio democristiano, e rischia di essere il segreto del successo del PD.
La fisiognomica dei nuovi padroni dell'Italia è un capitolo a parte: apparatcik di una nomenklatura buonista e conformista, i “Democratici” post-comunisti sono kennediani, obamiani e veltroniani, esponenti di quello che penso si possa definire un buonismo str.nzo, somigliano più ai Democratici americani che ai loro predecessori.
Non sono più i tempi di don Camillo e Peppone, oggi abbiamo questi don Peppillo onnipresenti, in sacrestia come in municipio o nella sezione di partito.
Dal 1945 l'Italia ha una classe politica che rappresenta i peggiori difetti nazionali, tuttavia costoro segnano un'ulteriore caduta di livello. Il fascismo italiano contava fra le sue file intellettuali di alto profilo, di livello europeo: Giovanni Gentile, Filippo Corridoni, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Vilfredo Pareto, Julius Evola, persino l'ex socialista Giovanni Verga degli ultimi anni. Questi qui, più in là di Dario Fo, Nanni Moretti e Lucio Dalla non arrivano.
L'orso sovietico è ormai scomparso, e anche l'antropoide trinariciuto disegnato da Guareschi non ha più corso: l'animale a cui somigliano di più mi sembra sia il pinguino, per la sua conformazione idrodinamica e il piumaggio idrorepellente. Come questo, sono capaci di farsi scivolare addosso qualsiasi cosa senza fare una piega, e sembrano spargere attorno a sé un'aura di anestetico.
Delle classi lavoratrici, che oggi pagano il prezzo maggiore della crisi economica, e che continuano a votarli per inveterata abitudine, per un riflesso condizionato pavloviano, in realtà gliene importa poco (un tubo, un piffero, un fico secco: fate voi), non ha forse proclamato il loro guru Walter Veltroni che la lotta di classe non esiste? Continueranno a imporre sacrifici sempre più pesanti, ligi agli ordini degli euro-vampiri magari manifestando rincrescimento, ma senza sgarrare di un millimetro.
La crisi economica, la crisi economica PROVOCATA dai signori che controllano il credito e hanno allungato le mani sulle ricchezze prodotte dal lavoro dei popoli europei, è nell'immediato un problema di estrema gravità, che può distruggere la vita di milioni di persone, ma dalle crisi i popoli si possono sempre riprendere, nessun crollo è mai definitivo, soprattutto quando si comprende che il denaro non è che uno strumento di mediazione di cui un gruppo di usurai senza scrupoli può fare un uso distorto imponendo sul capo della gente debiti che questa non ha mai contratto, che finché esistono risorse materiali e umane e volontà di lavorare, si può sempre cominciare a risalire la china.
Il vero, gravissimo, mortale pericolo per gli Italiani e tutti i popoli europei è l'invasione extracomunitaria che eufemisticamente ci viene presentata come immigrazione e che, combinata con una denatalità anch'essa PROVOCATA, è destinata a produrre l'assassinio dei popoli europei, la sparizione dell'uomo bianco dal suo continente natale, un genocidio al rallentatore, relativamente “soft” e incruento, ma pur sempre GENOCIDIO.
Sottolineo RELATIVAMENTE, perché l'immigrazione porta anche una notevolissima emergenza dell'ordine pubblico, micro e macro-criminalità, stupri, omicidi, illegalità di ogni genere, deturpazione dei nostri centri storici, e chiunque può incontrare all'angolo di una strada un Kabobo armato di piccone, o un fondamentalista islamico desideroso di ammazzare gente innocente in nome del suo delirio “religioso”
Siamo probabilmente molto vicini al bivio, o i popoli europei prendono coscienza della situazione in cui si trovano e sfoderano la loro volontà di sopravvivere, o avremo passato il punto di non ritorno oltre il quale la china dell'estinzione diventa inevitabile.
Proprio in questi giorni i media, e soprattutto internet che è più difficilmente censurabile, diffondono notizie che fanno chiaramente capire che lo spirito di sopportazione dei popoli europei è giunto al limite: grandi manifestazioni di protesta a Londra, dopo la decapitazione di un militare inglese compiuta a sangue freddo da due fanatici mussulmani che hanno pure girato e postato su internet il video del loro delirante assassinio. Manifestazioni altrettanto imponenti ad Atene contro l'inaugurazione di una moschea, e chi non è del tutto ignorante di storia e non ha la memoria corta sa bene quanto il popolo ellenico abbia sofferto sotto la dominazione turca e sotto l'oppressivo simbolo “religioso” della mezzaluna.
In Svezia, dopo che gli islamici hanno messo per una decina di giorni a ferro e fuoco la città di Stoccolma, pare sia enormemente cresciuto il consenso intorno ai partiti “di estrema destra”.
In Italia niente: siamo stati per nostra disgrazia collocati dalla geografia proprio in prima linea sul fronte dell'invasione che ci si ostina a chiamare immigrazione. Possiamo aspettarci che con il bel tempo estivo, barconi stracarichi tornino a riversare nugoli di clandestini che verranno a riversarsi sulle nostre coste come mosche sul miele, ansiosi di appropriarsi del benessere che abbiamo faticosamente costruito col nostro lavoro e quello dei nostri padri, possibilmente senza lavorare e senza rispettare le nostre leggi, tuttavia i pinguini targati PD continuano e continueranno a spargere il loro anestetico, la loro morfina, blaterando di “accoglienza”, “integrazione” e altre insulsaggini, aiutati anche da quell'associazione a delinquere che si chiama Chiesa cattolica.
Recentemente i loro compagni, i loro COMPLICI inglesi, i laburisti l'hanno apertamente confessato: hanno favorito l'immigrazione nell'intento precisamente di cambiare la composizione etnica della Gran Bretagna, ed è esattamente quello che stanno facendo anche i Democratici italiani (si fa per dire). Costoro, infatti, hanno un solo ideale: il mantenimento e l'astensione del loro potere.
L'interesse personale perseguito ai danni della Patria era una cosa che nel linguaggio dei nostri antenati, uomini semplici e non “politicamente corretti” aveva un nome preciso: TRADIMENTO.
I pinguini sono in marcia, ma questa volta non si getteranno dall'orlo della banchisa dritti nelle fauci dell'orca assassina. Se non stiamo attenti, ci butteranno noi.


















