Presentazione di EreticaMente

EreticaMente è il "mondo delle Idee", per una cultura organica, nazionale e popolare tesa alla formazione dell'Uomo, del Cittadino, del Patriota...

Razzismo rosso (E se i veri razzisti fossero “compagni” e democratici?)

La storia che vi voglio raccontare inizia mezzo secolo fa, eravamo a Trieste negli anni '60. Siamo in una scuola elementare cittadina, in una classe terza...

Maurice Bardeche: un fascista per l’Europa

Ho già scritto che Maurice Bardèche è sempre stato un autore molto caro a chi scrive fin dalla sua prima lettura, se non erro negli anni 60, di “Che cosa è il Fascismo?”...

Sulla dignita

Kant riteneva che il fondamento dell’agire fosse la ragione stessa del soggetto umano universale. Infatti l’imperativo categorico (il comando universale...

Omofobia la prossima frontiera del nichilismo

Pensavamo di dover ricordare Elsa Fornero per le riforme che hanno stravolto l’art. 18 e originato il drammatico fenomeno degli esodati e invece c’è qualcosa...

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sabato 11 maggio 2013

Amor fati, liberamente


di Mario M. Merlino


Ho una particolare predilezione per i mercati rionali, fatti di banchi ed edicole, di massaie vocianti, di extracomunitari, di bambini in carrozzina, di zingari che alternano l’elemosina e la mano lesta. Mi piacciono gli odori forti di spezie, di foglie di cavolo, di fragranza di pane, dei corpi trasudanti (che schifo, diranno i lettori, ma confido nella loro sopportazione!) lavoro e terre esotiche, di tutto quanto sa di selvatico primitivo forestiero. E le tonalità del verde delle insalate, il rosso il giallo di mele e pere, il sangue rappreso di carne e pesce. E, a volte, mi accontento del discount, dove la merce è impilata su scaffali e in scatole di cartone.

Ricordo una sera in Romania, a Bucarest, con mio figlio Emanuele, allora bimbetto, ci attardammo e, quando arrivammo al ristorante nei pressi della stazione, non c’era più nulla da mangiare. Si era prossimi alla caduta del muro di Berlino e del conseguente rovinio dei paesi ‘socialisti’. Ceaucescu ancora s’illudeva d’imperare, ma già i fucili del plotone d’esecuzione si preparavano per quella sceneggiata ignobile che sarebbe stata trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo, annunciando la libertà e  la democrazia, immagini così prossime al ‘radioso’ 25 aprile (in verità cadeva una pioggia sottile e il cielo era grigio, il grigio colore della vergogna) e allo scempio di piazzale Loreto. Fu una vecchia zingara che, infilando l’unica forchetta, con cui imboccava due o tre suoi omaccioni scuri e baffuti, in un barattolo pieno di pezzi di fegato, ne fece dono di alcuni ad un Emanuele stupito ed anche sconvolto e disgustato.


Le idee, annotava Brasillach in Lettera a un soldato della classe ’40, ormai consapevole che le sbarre e i chiavistelli del carcere di Fresnes erano il preludio al palo dei condannati a morte, non appartengono al mondo delle astrazioni, esse nascono a contatto con gli altri uomini, con coloro con cui condividiamo le ragioni della mente e le emozioni del cuore. Condivido e aggiungo come le metropolitane affollate, le vie rumorose, appunto i mercati siano lo spazio dove mi rassereno e mi distraggo e, al contempo, il luogo ideale ove maturano i miei libri, gli scritti, la forza rinnovata per le mie idee i motivi di lotta e per quella scelta a cui sono andato incontro, in modo lesto e volentieri, Amor fati, liberamente.

Io credo che vivere da libertario e  possedere una visione spirituale della vita possano, anzi debbano, trovarsi in stretta confidenza. (Altre modalità ben vengano e siano patrimonio del buongusto personale). Basta dare alle parole il giusto significato e farne modelli di comportamento. E questa mia convinzione non ha pretese e giustificazioni che si esauriscano in una sorta di teoretica. Diceva Ortega y Gasset di ‘vivere, vivere con intensità’.

Ad esempio Giuseppe Bottai riteneva che il Fascismo fosse lo strumento più efficace per i suoi tempi, autoritario quanto si voglia e si necessitasse allora, per trasformare l’Italia in una potenza competitiva ed industriale (ed ecco l’importanza assegnata all’istruzione tecnica e professionale in evidente contrasto con la pretesa superiorità del liceo classico auspicata da Gentile. Gaetano, amico e camerata, formidabile cultore di materiale cinematografico, ha scoperto in archivi polverosi e abbandonati ai topi come Bottai, ministro dell’Educazione Nazionale, avesse acquistato macchinari e documentari USA per dotare ogni singola scuola di una sala di proiezione). Altresì riteneva che il Fascismo avesse quale compito la ‘nazionalizzazione delle masse’ sia per renderle un popolo consapevole della propria identità e  unità di destino e sia per concedere, in prospettiva, un ampliamento di libertà civili morali ed anche politiche.

Un’antica massima tedesca recita: ‘Il vento e l’onda sono nelle mani di Dio, ma la vela e il timone sono nelle nostre mani’… Si potranno trovare tutte le ragioni economiche di egemonia e dominio, fare sfoggio di una ‘concezione materialistica della storia’ e della condizione umana, tutto vero, ma… non ci si potrà mai negare la sfida l’avventura il gioco l’andar oltre sognare in grande e ad occhi aperti. E questo è Spirito.

venerdì 5 aprile 2013

La fierezza e la speranza



 di Mario M. Merlino


Sull’Idea di Stato in Platone s’è detto, ricordando fra l’altro il contributo dato da Adriano Romualdi che ricordava, fra l’altro, quanto esso fosse stato lodato dagli studiosi nazional-socialisti. Hueter des Lebens (custode della vita), ad esempio. In particolare l’eugenetica, la selezione dei migliori, affascinava i cultori della razza nordica. Tema questo già riproposto ne La Città del Sole di Tommaso Campanella mentre trascorreva, fingendosi pazzo e sottoposto a periodiche terapie di tortura, ventisette anni nelle carceri spagnole di Napoli. Una idea, un Platone affascinati dalle virtù guerriere di Sparta, l’ideale della kalos-kai-agathia (una sorta di equivalente del romano ‘mens sana in corpore sano’), di cui erano particolarmente cultori i giovani dell’aristocrazia greca. Anche se l’insistere troppo su questa influenza mi solleva qualche perplessità – e lo stesso Platone, consapevole delle difformità, ne evidenziava alcune -. Intanto egli è un ateniese, critico severo e coinvolto nei confronti di quella democrazia che ha portato il disordine e l’assassinio di Socrate, ma pur sempre un ateniese e cioè cittadino della Polis (un arroccamento identitario e, potremmo dire, alquanto provinciale). E Sparta è la rivale che, se non la si è battuta con le armi, la si può dispregiare per i suoi primitivi e incolti costumi. Nel Novecento abbiamo appreso ad usare lo stesso metro, ad esempio, verso i tedeschi, guerrieri sì indiscussi ma di barbara ferocia… Inoltre egli intende trattare di ciò che è vero e bello e giusto, di quel mondo delle idee, che porta in sé la perfezione non contaminata né contaminabile dall’imperfezione della natura degli uomini, ‘pallide ombre di sogno’.


La grandezza di Platone sta proprio in questo. Egli sa offrirci uno scenario ove ognuno di noi può trovare linfa vitale proprio perché ha saputo elevarsi oltre il suo presente in nome di un principio più solido di solida pietra. Certo lo possiamo disattendere criticare dispregiare (immaginate, ad esempio, un nichilista e anarco-fascista quanto possa essere sospettoso e irridente!), ma non c’è concesso metterlo sullo stesso piano degli omuncoli che, simili ai giocatori delle tre carte, si arrogano il diritto di turlupinare la nostra esistenza e intelligenza con piani quinquennali governi tecnici grandi piccole coalizioni e ‘american way of life’…

A definirlo ‘un cane morto’, che, se ci s’imbatte per strada, lo si evita e ci si affretta a scavalcarlo, fu uno dei suoi discepoli postumi, giovane ed arrogante (con il tempo non si migliorerà il carattere). Quel Carlo Marx che, svogliato e bighellonando all’università di Bonn, si soffermò su alcuni suoi scritti e tanto si sentì coinvolto che se ne andò a Berlino a studiare filosofia, disattendendo le aspirazioni paterne di farne un avvocato par suo. E, non volendo sborsare ulteriore denaro (le radici non sono acqua nonostante abiure o conversioni di comodo) lo diseredò. E’ di Georg W. F. Hegel, di cui stiamo parlando. Eppure, molti anni dopo, Friedrich Engels ricordava quanto avesse influito su di lui e Marx, allora ‘giovani hegeliani’, la filosofia di Ludwig Feuerbach per lo strappo con il pensiero dello Hegel. Aggiungeva, però, che in quest’ultimo ‘tanto idealistica è la forma, quanto realistico il contenuto’, cioè attraverso un linguaggio apparentemente astratto emergeva la concretezza del reale cosa che, al contrario, finiva per esserne privo del tutto il primo. Icasticamente Lenin, legittimo erede dell’arroganza marxiana, in uno scritto pubblicato nel 1929 così sintetizzava: ‘Non si può comprendere perfettamente il Capitale di Marx e particolarmente il primo capitolo, se non si è compresa e studiata attentamente tutta la Logica di Hegel. Di conseguenza mezzo secolo dopo, nessun marxista ha compreso Marx!’.

Sospettavamo qualcosa del genere, anzi abbiamo avuto la presunzione di pensare che forse lo stesso Marx non solo non avesse inteso Hegel, ma probabilmente neppure se stesso… tutto compreso a bere birra tanto da lasciare al sodale Engels il compito di fidato amanuense! Del resto gli si può perdonare sia l’amore per la birra sia il naufragare nella complessità dei contenuti hegeliani. Inevitabile ricordo personale: studente di filosofia assistetti alle lezioni del prof. Gennaro Sasso su La Fenomenologia dello Spirito e, per tutto il corso, egli ci spiegò (?) le prime sole otto righe di quella Introduzione, che di fatto era una post-fazione.

Scrive ne La filosofia del diritto (l’unica opera che pubblica, giunto a Berlino in qualità di professore in quella università e di cui diverrà figura dominante): ‘lo stato è la realtà dell’idea etica’, e in altro paragrafo, ‘lo stato è l’ingresso di Dio nel mondo ( Der Gang Gottes in der Welt)’. Attraverso l’ampio e articolato dibattito riflessione opinioni in contrasto, che si snodano nel tempo l’idea di stato, enunciata da Platone, trova in Hegel una ridefinizione forte, attenta a non cadere nel contingente negli interessi particolari, capace di proporsi al di là e al di sopra della storia pur essendo della storia il momento più alto. Certo i suoi avversari sono numerosi ed agguerriti. Penso al caro vecchio amico Max Stirner (amico in quanto fu oggetto mancato della mia tesi), a Marx, a Nietzsche che lo definiva ‘il più freddo dei mostri freddi’. Ma anche i suoi estimatori e, qui, il mio pensiero rispettoso si volge a Giovanni Gentile, alla sua vita spesa per dare all’Italia una visione unificante attraverso un progetto complessivo di riforma scolastica, al suo stupido assassinio nei tempi cupi della guerra civile…

Di questo, dello Stato etico da Hegel a Gentile, faremo a Latina, il 26 aprile, presso l’a.c. Passepartout un momento di enunciazione ripensamento di critica con il supporto del prof. Roberto Mancini. Una conversazione di rigorosa filosofia, certo, ma che non può esimersi d’essere un confronto con il nostro malo presente. Guardandoci attorno siamo costretti a pensare che lo stato sia soltanto una leva di potere per gestire poltrone prebende favori, sì, ma – forse e soprattutto per questo – dobbiamo portare rispetto e un pizzico d’invidia per quegli uomini quelle idee quei tempi quelle battaglie ove ci si poteva illudere che la Patria non fosse morta, che la Nazione fosse ‘una unità di destino nell’universale’, che lo Stato rappresentasse in dignità e giustizia le aspirazioni e i bisogni d’un popolo redento…

Siccome – concedetemi una conclusione un po’ retorica ma non troppo azzardata -  abbiamo raccolto a testamento da Robert Brasillach ‘la fierezza e la speranza’, beh, confidiamo che vada formandosi – e presto – ‘quella prima generazione di combattenti ed uccisori di serpenti, che precede una cultura e un’umanità più felici e più belle’, come auspicava Nietzsche…

martedì 12 marzo 2013

La lunga marcia del ’68 – da Valle Giulia a piazza San Giovanni


di Mario M. Merlino


Drieu la Rochelleinvitava l’intellettuale a collocarsi là dove non vi è arrivato ancora nessuno. Una sorta di apripista in un territorio infido sconosciuto predisposto ad ogni insidia. Come nei romanzi di Emilio Salgari dove il battitore che stana la tigre è, sovente, il primo ad esserne sbranato. E, ma credo che si sia già usata questa similitudine, il rimando doveroso è al funambolo dello Zarathustra. Non solo, del resto, ciò impegna colui che va, attraverso la parola, a costruire nuovi scenari. Il passaggio da ciò che è noto a ciò che è ignoto può aprirsi al rischio dell’abisso o, per dirla con i miei ‘amici’ filosofi, trovarsi davanti il nulla invece dell’essere. Martin Heidegger intitola Sentieri interrotti una raccolta di saggi, Holzwege (‘Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco ci sono sentieri che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto’, come lo stesso filosofo ci spiega). E siamo, allora, costretti a deviare il percorso per raggiungere la radura o uscire dal bosco stesso se non vogliamo perderci in esso.


Era mia intenzione prendere le mosse dall’affermazione di Drieu  per introdurre quanto, suppongo, andrò a illustrare al convegno dal titolo ‘La lunga marcia del ’68 – da Valle Giulia a piazza San Giovanni’ dove, invitato a tenere una relazione, l’ho intitolata ‘Anarcofascismo nella cultura di destra’ (e i francesi, quali Drieu la Rochelle e Robert Brasillach e Louis Ferdinand Céline ci sguazzano comodamente, e non solo loro anche se non a tutti si può applicare la definizione a me cara). Forse ai lettori di Ereticamente potrebbe interessare di più rispetto alle divagazioni che, al contrario, mi accingo a scrivere. Appunto deviato nell’errare di qua e di là (sempre Heidegger: ‘Wer gross denkt muss gross irren’. E, va da sé, questo mi consola giustifica gratifica)…

Una domenica d’inverno – il termometro è sceso abbondantemente sotto zero – prendo il tram fino al capolinea, all’estrema periferia. Da qui parte una strada asfaltata che, con ampie curve, sale in cima al monte Taunus. In effetti si tratta di un rilievo montuoso, il Grosser Feldberg non raggiunge i 900 metri, che si estende ad est del Reno e raggiunge il basso corso del Meno. In automobile è una passeggiata e, nel piazzale in alto, vi è una Gaststaette in legno, modello baita alpina, con la birra di Francoforte, la Binding, panini imbottiti di wuerstel caldi caffè con tanta panna e fette di torta alla crema di burro. Vi sono anche diversi sentieri nel bosco, contrassegnati da cerchi o quadrati bianchi e rossi su pietre e tronchi. E’ mattina presto, umida e nebbiosa. Gli scarponi affondano nel terreno reso scivoloso dalla pioggia, da strati di foglie marce. Qua e là macchie di neve. C’è una atmosfera da fiaba, di gnomi nascosti in qualche anfratto e di elfi addormentati in attesa di ridestarsi con la natura in primavera. Ritrovo il gusto del camminare, della solitudine, della montagna. Fa parte della mia pelle. L’animo si spaura e, al contempo, respira la presenza del mistero nel silenzio, rotto solo dal vento sibilante tra i rami. Non dico di Dio che, come avvertiva Drieu la Rochelle, rimanda a figure antropomorfe, a debolezze e bisogni umani troppo fragili e precari. Ci si sente svincolati da ogni forma di razionalità da ogni elaborata riflessione, in uno stato di identificazione elementare e immediata con le cose, manifestazione di energia e musica e colori di una Totalità (o Nientità che sia) ben oltre ogni sforzo di trovarle un nome.

Ho sfogliato di recente Tibet ignoto di Giuseppe Tucci fra i più illustri e stimati conoscitori della cultura indiana e, nello specifico, di quella tibetana. Giovanni Gentile lo volle alla guida del costituitosi Istituto di studi del medio ed estremo oriente. Trovo scritto: ‘L’uomo… è soprattutto l’immenso tumulto dell’irrazionale da cui salgono improvvise le fantasie e le immaginazioni, dove egli ritrova se stesso e abbraccia l’infinito…’ (Poco più che adolescente accompagnai, in un pomeriggio di tarda primavera, mia zia Ada al Colle Oppio, che voleva presentarmi un anziano professore, secondo lei un po’ strampalato con tutte le storie che raccontava di viaggi in Oriente. Era appunto Giuseppe Tucci che portava a spasso una coppia di aristocratici levrieri afghani. Un giorno volle mostrarci la sua abitazione all’interno di palazzo Brancaccio, sede dell’ISMEO e del relativo museo. Una sorta di museo, essa stessa, con oggetti sparsi, frutto dei suoi innumerevoli viaggi in Tibet negli anni Trenta. Allora poco ne capivo e poco erano capaci di destare la mia curiosità. Gli occhi, però, hanno la straordinaria capacità di raccogliere e proteggere, attraverso oscure e insondabili vie, i tesori per il tempo a venire…).

Comincio a salire, un’ora, forse due, il fiato si addensa in piccole forme grigie e disperse nell’aria, le gambe si fanno pesanti, mi perdo fra alberi rugosi e cespugli invadenti. Anche la vista si appanna con gli occhiali che trasudano umidità. Ho voglia di darmi dello ‘stronzo’, brutto segno, sto forse andando in paranoia? Mi fermo, regolo il respiro, ritrovo il giusto equilibrio… Mi trovo a fianco un vecchio signore dal cappello a visiera, feldgrau. Comparso all’improvviso, silenzioso, ad ispirare immediato calore, fiducia. Egli conosce con passo sicuro il percorso, m’accompagna fino al limitare del bosco. Mi giro per ringraziarlo. Se n’è andato svanito nel gioco delle ombre, nel grigiore di una domenica d’inverno. Dopo una sosta, un panino, ridiscendo costeggiando, questa volta, la strada.

venerdì 14 settembre 2012

Tu verrai, cara Morte

di Mario M. Merlino




Ho ritrovato una poesia di Robert Brasillach. Inedita. E’ datata 17 novembre 1932, quando cioè egli ha ventitré anni. Del resto fu scrittore precoce e prolifico. Nel 1932 è anche il dramma Domrémy dedicato a Giovanna d’Arco, di cui realizzai una lettura recitata, poi la sua traduzione e stampa nel 2010. Definito quale ‘difficoltà dell’eroismo e della santità’. Mi sono cimentato nella traduzione consapevole come il ritmo e le atmosfere sono probabilmente rimaste nell’originale. Del resto non ricordo chi riteneva ogni traduzione un tradimento.


Giano Accame, ricorda la figlia Barbara, sul letto di morte volle che gli leggesse i Poemi di Fresnes (nella edizione da me curata nel 1998). Egli lo aveva definito ‘il poeta dei balilla’ e aggiungeva che ‘il suo ottimismo, la sua gioia di vivere sono irritanti per le ragioni su cui si fondavano: perché si era, perché ci eravamo sbagliati’. Brasillach quale cantore della giovinezza dell’amicizia della gioia di vivere, valori così stridenti dopo il ’45 quando una cappa mefitica è scesa a soffocare la speranza e la fierezza, che egli rivendicava davanti al plotone d’esecuzione, sulle nuove generazioni di questa Europa.

Noi, che abbiamo accolto il nichilismo indicatoci da Nietzsche e nella rilettura operata da Martin Heidegger, noi, che amiamo definirci anarco-fascisti, noi però avvertimmo già sedicenni che Robert Brasillach era il nostro fratello più caro. Dunque, rimandando ad altra occasione una lettura più seria concettosa e ponderata, ci piace proporre agli ‘eretici’ di Ereticamente questa poesia con tutte le sfumature di un certo giovanilismo inevitabilmente decadente.

Tu verrai, cara Morte,
simile alla sera che si distende sulle banchine del porto
e non sarà poi così triste
se ci porterai memoria di quella musica semplice
e del canto che intonavamo mentre si saliva a bordo.

Il fruscio intenso della vela arrotolata
Non distrarrà lo sguardo dall’Oceano,
anche allora, anche in quel momento,
sapremo scordare l’odore ancora fresco del catrame
e l’umidità fumigante dalla cima dell’albero maestro?

Quando, da bambini, si correva verso le pesanti funi
e alle barche attraccate agli anelli di ferro,
guardando, seduti sulle bitte di ormeggio,
la marea crescere dolcemente,
i nostri cuori, cara Morte, si resero dimentichi della riva,
prigionieri delle rozze canzoni per uomini già avvezzi al mare,
pronti a salpare per ignota destinazione
con la sacca in spalla, le ragazze nel cuore e in tasca il coltello.

Ripensando alla nave ondeggiare libera dall’ancoraggio,
al richiamo della terra ferma a cui restammo insensibili,
ci sarà concesso perdonare al canto delle sirene
l’annuncio dell’inesorabile quiete e la fine dei bei giorni?

I poeti sono come gli eroi, nel verso svincolati dall’anagrafe…