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venerdì 8 marzo 2013
Un' Avventura lunga tutta la vita
di Leo Valeriano
Giorni fa, mi sono improvvisamente reso conto di avere superato i 75 anni! Ho scritto diverse canzoni, molti articoli, fatto radio, eppure ho dovuto convincermi che non avevo detto neppure la metà di quello che avevo da dire. Soprattutto, nel momento in cui un ragazzo mi ha fatto delle precise domande su ciò che pensavo sui valori della vita. E allora ho deciso che a lui, ma anche a tutti gli altri giovani che vorranno leggere queste righe, voglio regalare quello che resta dei miei pensieri. Ben sapendo che non si tratta di filosofia ma solo di sprazzi di riflessioni fatte lungo il corso di una vita movimentata, in cui sono riuscito ad essere sempre onesto con me stesso.
Mio giovane amico, in un tempo come questo in cui, dalla maggioranza delle persone sembrano essere maggiormente graditi i beni materiali, io provo a lasciarti una parte delle mie esperienze. Forse non te ne fregherà niente e seguiterai a vivere una vita da pedina o, sempre forse, ti servirà per ragionare e prendere decisioni da uomini liberi. Dipende solo da te, dalla tua sensibilità e dalla tua intelligenza. Quella, io non posso trasmettertela. Comunque, ti racconterò di argomenti importanti come la solitudine, il coraggio, la timidezza, l’arroganza, la fedeltà, l’amore, l’amicizia e così via. Insomma, ti parlerò dei sentimenti umani, della loro importanza, di come affrontare le diverse situazioni che i sentimenti innescano. Sono discorsi fondamentali che possono apparire persino pesanti, da rottura di scatole insomma. Io tenterò di affrontarli in maniera semplice, senza pretendere di dire chissà che cosa. Come si fa spesso parlando tra amici. Quindi, non allarmarti. Ma, comunque, prova a leggere quanto ho scritto: ti servirà. Ed accennerò anche ad altri argomenti, a situazioni particolari, a quelli che sono i miei pensieri su cose che io ho ritenuto importanti nel corso di questa mia movimentata vita.
Quello che scrivo, avrebbe potuto trasmetterlo qualsiasi tizio della mia età. Qualcuno avrebbe potuto scrivere anche meglio e di più Ma visto che sono io a scrivere, devi contentarti.
QUANDO VERRA’ LA NOTTE E ME NE ANDRO’ NON PORTERO’ MOLTO CON ME. FORSE NEL MIO TASCAPANE NON CI SARA’ NEMMENO UNA LIRA, MA CI SARANNO TUTTE LE COSE CHE HANNO CONTATO NELLA MIA VITA: UN GESTO, UN PENSIERO, UN SORRISO, QUALCHE PAROLA E UNA GRANDE SPERANZA CHE E’ VISSUTA CON ME. LO VEDI, SONO COSE LEGGERE, PER GLI ALTRI NON CONTANO NIENTE, MA SONO LE COSE CHE HANNO FATTO LA MIA IDENTITA’. QUANDO VERRA’ LA NOTTE E ME NE ANDRO’ IO POTERO’ I MIEI SOGNI CON ME.
Nei nostri cuori, nel nostro animo, esiste la concezione dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande, e questo anche se non ne siamo sempre completamente consapevoli. Di conseguenza, il nostro animo dovrebbe sempre essere aperto, in modo del tutto naturale, a dare ed a ricevere. Soprattutto per quanto riguarda la conoscenza, la comunicazione di esperienze, lo scambio di idee. Detto questo, va fatta una considerazione. Se ci pensate bene, non c’è nessuno che può rivelarvi nulla di fondamentale, per voi stessi, oltre a quello che già si trova in stato di dormiveglia nella vostra coscienza. Spesso, qualcuno pretende di insegnarvi come dovrebbero essere i vostri comportamenti e lo fa avendo come metro, i suoi valori personali. Ma se questo può essere accettabile da un punto di vista etico e sociale (per esempio le leggi, i costumi, le regole stabilite dalla comunità) non lo è per quanto riguarda valori più personali dell’individuo come la sensibilità, l’intelligenza, il coraggio. Per quanto riguarda questi valori, nessun essere umano è uguale ad un altro e di conseguenza ciò che vale per una persona può non valere per un’altra. Eppure, nel nostro mondo, assistiamo ad una vera e propria gara per imporre le proprie idee agli altri.
L’oppressione che deriva dall’imporre le idee in maniera violenta, come fa una certa pubblicità (ma non solo), esercita un effetto addirittura deleterio nelle nostre coscienze. Certamente, c’è un abisso tra il voler imporre il proprio pensiero e l’insegnare. L’insegnamento è comunque e sempre positivo ma la sua capacità di coinvolgimento dipende dalla capacità dell’insegnante di non apparire arrogante, con il suo sapere. Se vuole ottenere effetti autentici, l’insegnante dovrebbe essere sempre disponibile e aperto nel confrontarsi con chiunque. L'insegnante che cammina fra i suoi discepoli, se è veramente conscio della sua funzione, non trasmette solo la sua sapienza, ma anche un sentimento di fraternità condivisa. Se è veramente saggio, non introdurrà chi lo ascolta direttamente nel terreno del suo sapere, spesso ostico per i più giovani, ma lo accompagnerà alla soglia della mente affinché sia l’allievo stesso a trovare la strada per l’apprendimento. Non vorrà essere lui, a trascinarci su una strada nuova ma gli basterà mostrare le diverse strade che, liberamente, ognuno di noi potrà seguire. Amici miei, guardatevi bene dall'uomo (o dalla donna) che proclama di essere lui stesso una fiaccola che vuole illuminare il cammino degli altri. E invece, ben venga l'essere umano che cerca il suo cammino insieme alla luce degli altri. È fondamentale il saper sempre rimettersi in gioco anche quando si è assolutamente convinti delle proprie ragioni. Quando si agisce con tale semplice e sincera naturalezza, tutto quello che abbiamo dentro inevitabilmente si riflette fuori. E gli altri, fosse solo per istinto, se ne accorgono.
E, a proposito di istinto, dobbiamo avere presente che quello che noi chiamiamo istinto può essere uno strumento veramente formidabile. Ma come tutti gli strumenti, ovviamente, bisogna imparare ad usarlo. Se uno ha un trapano, non è che si mette a fare buchi dappertutto. Ci sono cose che non devono essere affatto bucate, ce ne sono altre che invece hanno bisogno di un forellino, e ce ne sono ancora altre che hanno bisogno di un bel buco. Così vale per tutto. L’istinto non può essere usato sempre alla stessa maniera. Ci sono volte che non bisogna dargli retta perché nasce da esperienze che non si adattano ai nuovi avvenimenti che stiamo vivendo. Ci sono altre volte che ci serve per riflettere meglio sulle situazioni che abbiamo davanti, e ci sono anche altre volte in cui dobbiamo veramente dare retta al nostro istinto. Come? Imparando a conoscere i momenti in cui possiamo farne uso. Molte soluzioni, quasi istantanee, vanno prese (appunto) d’istinto, senza ragionarci troppo, per non perdere l’istante favorevole. Quella istintiva è una forma di conoscenza troppo alta e troppo vasta per essere imprigionata nel momento presente e troppo profondamente immersa nella sfera spirituale per piegarsi a quella reale. Eppure, non è giusto applicare l’istinto alle cose immateriali come le idee, le religioni, la filosofia e così via. Infatti per istinto, in molti casi, siamo portati a ritenere assolutamente giuste le cose in cui crediamo. È logico. Ma stiamo parlando di un istinto basato soprattutto sulla nostra educazione. Ed è soprattutto in casi come questo che dovremmo trovare la forza di pensare: Quello che io credo è giusto. Ma esiste almeno una probabilità che anche quello che dice l’altra persona possa essere giusto. A quel punto, basta spostare l’angolo di osservazione, l’ottica con la quale si guardano certe cose e troveremo il modo di essere disponibili verso gli altri. Pronti ad accettare un confronto sereno e senza pregiudizi. Per farlo, è necessaria molta forza interiore. La strada, mi sembra chiaro, è sempre quella dell'abbandono dei nostri atteggiamenti egoistici, per aprirci alla comprensione del pensiero e degli atteggiamenti altrui. Questo non è affatto remissivismo, perché dobbiamo sempre essere pronti a difendere le nostre ragioni e le nostre idee, ma ci aiuta a vivere meglio e a definire più esattamente il senso della nostra vita. In questo senso, la partecipazione è importantissima. Ma torneremo parecchio sul concetto di partecipazione che è l’elemento base della convivenza in una comunità operativa. Per ora ci è sufficiente riconoscere quanto è valido l’imparare a considerare un po’ di più chi ci circonda, assumendo una visione più allargata del nostro esistere. Il senso della vita è nascosto in noi stessi, ma si riflette anche nella nostra comunità e quindi è legato alla comprensione, all’amicizia, alla disponibilità verso gli altri. Quando queste cose vengono a mancare per qualunque motivo, ecco che il mantello grigio dell’incomprensione e della falsità, ma anche della noia e dell’abbandono, torna ad avvolgerci. A quel punto non esistono soluzioni di lunga durata, ma solo piccole soddisfazioni materiali, che alla lunga deprimono solamente.
Grandi uomini che hanno camminato su questo mondo ci hanno insegnato che solo una grande forza di volontà può riuscire a cambiare il destino degli uomini. Comunque, se talvolta ci sono riusciti (almeno in parte) questo è avvenuto attraverso la collaborazione di altri che si sono impegnati insieme con lui. Nessuno di noi può farlo da solo. In assenza di grandi personaggi, comunque, supplisce la comunità. La comunità può operare grandi cambiamenti, se è ben diretta. Qualsiasi cambiamento valido, quindi, potrà essere realizzato solo insieme gli altri. E a gradazioni diverse. Con alcune persone il dialogo potrà farsi più serrato, perché in esse potremo ritrovare una maggiore facilità di comprensione, certamente dovuta a tutti i motivi sopra accennati. Con altri potremo fare un discorso più sfumato e, forse, meno impegnativo. Tuttavia ugualmente costruttivo.
Saremo noi stessi a insegnarci come, attraverso le esperienze che riusciremo ad acquisire.
Inevitabilmente, la conoscenza si trasforma in esperienza. L’esperienza crea quell’istinto di cui parlavo prima. Questo significa riconoscere quanto è importante conoscere le cose ed assimilare ogni conoscenza che riusciamo ad acquisire facendola diventare nostra.
Oggi l’uomo si può permettere di leggere, imparare, conoscere, esplorare anche non muovendo un passo; ma ognuno di noi ha bisogno di confronti diretti, per progredire. Questo ci aiuta ad aumentare il nostro bagaglio di esperienze ed a vivere. È fondamentale imparare a parlare con altre persone che, magari, hanno interessi completamente diversi. E anche il rispetto per gli altri è fondamentale e va imparato. Innanzitutto dobbiamo comprendere che se gli altri appaiono, in qualche modo, complicati per noi; noi lo siamo per gli altri. Ecco, dovremmo adottare con gli altri lo stesso atteggiamento che noi vorremmo che fosse adottato con noi. Se pensiamo che chi ci sta di fronte fa qualche fatica a comprendere i nostri ragionamenti, ebbene, dobbiamo tentare di semplificarli. Se non facciamo così, possiamo ottenere solo due risultati. O la persona con la quale stiamo parlando si annoia, oppure non capisce per niente. In entrambi i casi, diventa inutile parlare. Se, invece, riusciamo a semplificare i nostri discorsi e a far comprendere quello che vogliamo affermare, facciamo un favore a chi ci ascolta, ma lo facciamo soprattutto a noi stessi.
Tutto questo appare facile a dire ma, osservando quello che accade intorno a noi proprio in questi giorni, piuttosto difficile da mettere in pratica. Perché per agire così, è necessaria soprattutto molta buona fede. Non tutti ne fanno uso, anche se si tratta di Uomini tutt’altro che cretini. (?)
martedì 12 febbraio 2013
Oltre la linea dell'Orizzonte
di Mario M. Merlino
La fotografia mostra il volto di profilo, con i capelli mossi e le guance con la barba rada. Alle stazioni della metropolitana volantini attaccati alle pareti, sulle colonne ad ogni angolo. Uno dei tanti che la famiglia ricerca, spesso senza esito. I passanti osservano, no, danno al massimo una frettolosa occhiata, forse un po’ morbosa, forse non riuscendo neppure a vedere a leggere. Tutti con il cellulare in mano gli occhi impastati di sonno nervosi irritati soprattutto con questa maledetta fretta, inutile, stupida, indotta. Dopo
Dove c… andate? Uomini grigi uomini di paglia uomini formicaio… ed io fra loro, anch’io, peso morto della società, pensionato, trascinato dal vortice, in questa bolgia dantesca ove tutti siamo carnefici e, al contempo, vittime di noi stessi… Eppure, lo confesso, dopo due giorni in campagna – la montagna, la baita di Emilia, il sudore lungo la schiena, il sentiero e la radura sono altra cosa e ne sento forte la mancanza – mi prende la nevrosi del marciapiede delle vetrine degli autobus della gente del semaforo e dei guidatori che ti bombardano con il clacson, mentre bloccati dal traffico gli uomini si mettono le dita nel naso e le donne si rifanno il trucco…
Pino Caruso, a metà degli anni ’60, nello scantinato, divenuto cabaret, canta del legionario di Lucera, quello ‘morto nel Katanga... a quarant’anni e la fedina nera’ (che molti di noi avevano trasformato in ‘camicia nera’). Il Bagaglino dove trascorrevamo le serate in compagnia di Mario Castellacci, Leo Valeriano e, a mezzanotte, con un piatto fumante e piccante di penne all’arrabbiata.
Ne ho scritto in Atmosfere in nero. E ancora: ‘se rimanevo a casa/ là nella mia Lucera/ ora sarei arrivato/ coi figli e la pancera./ Avrei la moglie grassa,/ le rate e la 600,/ mutua, televisore, / salotto e doppio mento’. Beh, allora, avevamo vent’anni e ci si perdonerà se ci innamoravamo degli spazi lontani, di pretese d’andar oltre la linea dell’orizzonte dove volgere il passo e il nostro ‘cuore avventuroso’. Poi, poi… magari senza la moglie grassa, guardando poco la televisione e avendo abbandonato la macchina alla definitiva rottamazione…
C’è chi, però, ha preferito trasformare quello spazio e quell’orizzonte in realtà di vita vissuta. Penso a Girolamo. Ci eravamo iscritti alla Giovane Italia lo stesso giorno, lui io e Roberto, il 15 ottobre del 1960, salendo le scale di Palazzo del Drago, a Roma. Senza chiasso, roboanti proclami, se n’era partito, pochi anni dopo, per il Belgio e da lì, arruolatosi come mercenario, in Congo a Leopoldville e Bukavu. Quando rientrava in Italia, sempre più taciturno, spendeva in modo spensierato ed elegante la paga, e con le esperienze accumulate e un rollino di fotografie che sarebbero diventate un bel libro, Il bottino del mercenario. Edito nel 1987, a vent’anni quasi dalla scelta di andarsene in Africa e poco prima di andarsene e per sempre. ‘…Una foresta africana, una pozza d’acqua salmastra per dissetarci, una logora divisa kaki che rappresenti qualcosa di nostro’ contro questo mondo ove s’affoga nella quotidianità e dove s’annaspa per sopravvivere salvo essere ‘fermamente determinati nel lasciare, quanto prima, questo pianeta da cui ci sentiamo del tutto estranei’. Sembrano echi salgariani, ma Girolamo ha scritto l’ultima pagina non più con l’inchiostro. Memore della massima di Nietzsche: ‘Scrivi con il tuo sangue e scoprirai che il sangue è spirito’. Ci incontrammo l’ultima volta in Calabria, dove trascorrevo le vacanze. Poi era ritornato in Argentina, già determinato di non lasciarsi divorare dal male che gli fioriva dentro. Avendo giocato sovente con la morte, non era disponibile a mostrare le carte con la vita, sapendo che in fondo si bara sempre. E così, invece di attenderla, l’è andato incontro ‘ad occhi aperti’.
Nelle stazioni della metropolitana, alle pareti, sulle colonne, ad ogni angolo altri volti, messaggi di richiesta informazioni, succinte descrizioni, numeri di cellulare. Ognuno con la propria storia, il gravoso carico di paure dolori ansie, e tutti che passano nella totale indifferenza preda del nervosismo delle beghe sul posto di lavoro e dalla tanta noia, spesso inconsapevole, che ci uccide nell’aurea prigione borghese. Eppure, in quel volto di giovane dal profilo con i capelli mossi e la barba rada, un’altra storia, un altro esito… Se n’è andato, lo riportava la radio, apparentemente senza motivo, lui studente brillante e non so più che altro ‘di bello e di buono’, per arruolarsi nella legione straniera. Fuori tempo massimo. Niente Indocina Algeria e i romanzi di Jean Lartéguy. Dal viaggio dell’ Ulisse omerico, insensibile al richiamo delle sirene, per tornare alla pietrosa Itaca e alla fedele Penelope; dal desiderio di ‘seguir virtute e canoscenza’ in quello del Dante, peregrino all’Inferno, al girovagare per le vie di Dublino dell’Ulysses di Joyce, inutile e anonimo essere qualunque, espressione dell’uomo europeo in cammino per una china scivolosa e melmosa. Gravato dal senso di colpa d’aver voluto edificare, per secoli e in più riprese, un Impero… ed ora avvinto e avvolto nel sogno americano.
Così, lo confesso, quel ragazzo dai capelli mossi e dalle guance ricoperte da rada barba non riesce a suscitare in me sconforto pietà ansia, semmai invidia e speranza. Invidia perché non ho scelto come lui di mettere in gioco i miei vent’anni; speranza perché vuol dire, sia gloria a tutti gli dei ai folli ai ribelli!, che c’è ancora un seme che cresce tra le aride zolle e la nuda pietraia…
mercoledì 26 dicembre 2012
Faccia al sole e in culo al mondo…
di Mario M. Merlino
Le nevi eterne le gelide aurore ai confini del mondo le navi a sfidare l’onda e l’abisso degli oceani i tramonti rosso sangue e uomini e bestie in lotta fra loro e contro la natura. Sopravvivere e dominare: non c’è altra legge, non se ne necessita altra. Il fucile il coltello le zanne sono prioritarie al codice, alla Bibbia, alla morale calvinista. Sono questi gli ingredienti per chi non ha prosciugato il cuore e si è rifiutato di cercare rifugio in tiepide emozioni. Agli altri fare spalluccia mentre s’infilano le pantofole tossiscono brontolano e rimproverano moglie e figli perché s’impossessano del telecomando. Non che si trovi disdicevole concepire nuove leve di guerrieri e condividere la solitudine in due… L’importante è ricordarsi, come insegnava Leon Degrelle, che non siamo nati per mangiare in orario o altre obbligazioni simili. E ricordarci, quando sbraitiamo per l’ingorgo del mattino o qualcuno ci aromatizza con l’ascella sudata in metropolitana che la nostra insofferenza non è altro che il surrogato, civile e vile, dell’ascia del pugno del gusto per la rissa…
Ecco, in qualche scaffale di libreria, nella nostra certo in vecchie edizioni A. Barion (inizio anni Trenta) o della Sonzogno (inizio anni Cinquanta) con la caratteristica copertina di cartoncino rosso. Ad esempio La figlia delle nevi, Martin Eden, Smoke Bellew, Il vagabondo delle stelle, ristampato non molti anni fa dall’Adelphi, e gli intramontabili Il richiamo della foresta, che io preferisco da inguaribile ‘selvaggio’ all’addomesticato Zanna bianca. Autore Jack London, pseudonimo di John Griffith. Un nome fascinoso per un personaggio da leggenda ed avventura, nato nel 1876, abbandonato da adolescente dal padre, vissuto da vagabondo e al confine della legalità, marinaio, dedito ai lavori più disparati, sovente fra i più umili e degradanti, autodidatta ed eclettico nelle letture – Darwin e Spencer, Marx e Nietzsche, ad esempio -, divenuto famoso agli inizi del Novecento ricchissimo e morto suicida ad appena quarant’anni.
Chi non ha ritrovato in qualche banalotta antologia scolastica le pagine dove Buck, il cane-lupo, trascina la pesantissima slitta perché il suo padrone vi ha scommesso mille dollari? Di quel giovane cane che, sottratto alla vita domestica, ritorna all’originaria natura da cacciatore nelle plaghe del Grande Nord, in cui la lettura di Darwin, quello amato da un certo Nietzsche, si traduce in suggestioni richiami luoghi innevati distese di cupe foreste? Oppure il principio evolutivo s’incarna in Zanna bianca, nel lupacchiotto che si trasforma, attraverso le cure e l’affetto di una famiglia, in animale al servizio dell’uomo? Film e sceneggiati hanno contribuito a tenere desta l’attenzione del pubblico, non solo infantile.
Jack London fu anche riesumato nell’ambito di quella stagione, affascinante e perversa, che, per citare una celebre espressione del ‘grande timoniere’ Mao, regnava gran confusione sotto il cielo. Gli anni dove si leggeva di tutto ed il suo contrario nel concorrere all’imminente palingenesi del mondo vecchio corrotto grigio opprimente, insomma borghese. Naturalmente una rivoluzione di giovani che finirono per diventare presto e tragicamente, molti di essi, vecchi corrotti grigi oppressivi e spesso ferocemente brutali. Ecco Il popolo dell’abisso, un crudo reportage sull’East End di Londra dove London visse travestito da straccione per diversi mesi e che sembra capace di riportare le pagine più vivide dell’Utopia di Tommaso Moro e di quell’inchiesta di Engels sulla condizione della classe operaia in Inghilterra. E, soprattutto, Il tallone di ferro, edito la prima volta nel 1907 e divenuto uno dei romanzi più letti da generazioni di socialisti tanto da essere definito ‘fantapolitica marxista’.
Si pensi come il suo protagonista, Ernest Everhard, ha suggerito il nome di battesimo al futuro Che Guevara e che Lev Trotzkij, in una lettera a Joan London datata 16 ottobre 1937, scriveva fra l’altro: ‘Questo libro ha prodotto in me, e non esagero, una viva impressione. (…) Infine, niente colpisce maggiormente nell’opera di Jack London che la sua previsione veramente profetica dei metodi che Il tallone di ferro userà per mantenere il suo dominio sull’umanità calpestata. (…) Al di sopra delle masse dei diseredati s’innalzano le caste dell’aristocrazia operaia, dell’armata pretoriana, dell’apparato poliziesco onnipresente e dell’oligarchia finanziaria che corona l’edificio’. Lo si volle leggere quale descrizione del Fascismo – e perché no dello stalinismo? Misteri della fede e dell’idiozia marxista! -, ma ci sembra che ben possano essere adattate ragioni e immagini all’oggi. Il mundialismo la globalizzazione ‘il potere planetario della tecnica’ il dominio finanziario…
E London fu ed è ancora altro. Il narratore incisivo dell’esistenza tra ghiacci e boschi di individui alla ricerca del cibo e dell’oro. Lo scrittore che avvertì, anche sulla propria pelle, l’esistenza amara ed abbrutita della diseguaglianza sociale e del profitto nella logica del capitale che nell’Inghilterra e negli Stati Uniti poi aveva attecchito ramificandosi nefasto e maligno. Jack London fu ed è colui che sentì il rischio della decadenza – e il suicidio fu, forse, il suo grido estremo folle e disperato -, la decadenza dell’uomo quale destino storico di mettersi in cammino e creare un mondo a misura del suo dominio in una civiltà ove i sogni gli ideali lo spirito d’avventura il gusto di mettersi in gioco sarebbero stati tacitati in nome d’una affermazione esclusivamente mercantile.
Scrive, ad esempio, ne L’ammutinamento dell’Elsinore: ‘E allora conobbi l’ira. Non la comune, ma la fredda ira ponderata. E mi passò nella mente la visione dell’alto posto in cui noi sedemmo e comandammo nei secoli; in tutte le terre e in tutti i mari. Vidi i miei simili, e le loro donne con essi, in situazioni disperate e in imprese impossibili: assediati nei manieri, a marcire nella fitta jungla, tagliati a pezzi, fino all’ultimo, sui ponti di navi. E sempre, le nostre donne con noi, avevamo comandato sopra gli animali. Potremo un giorno scomparire, e le nostre donne con noi; ma da vivi avremmo sempre comandato. Era una visione regale che io avevo nella mia immaginazione: sì; e nella vividezza della visione ne afferrai l’etica, che ne era l’essenza stessa. Era il sacro compito della razza, l’eredità di dovere lasciatoci dagli antenati’.
Questo London, che la critica marxista dileggiò e accusò d’involuzione, è quanto ci appare ancora vivo e leggibile al di là di un momento di amena lettura. Perché, pur in forme confuse e con discutibili commistioni con il mito americano del self-made man, irrompe con la vitalità di quel tipo umano che mantiene alta la testa e ardito il cuore. Con lo zaino in spalla, la spranga in mano, la polvere sugli scarponi, faccia al sole e in culo al mondo…

















