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sabato 15 giugno 2013
Sempre in lotta…
di Mario M. Merlino
Quando scoppiò la prima crisi del Golfo, ero arrivato da poco nel liceo dove avrei trascorso il resto della mia carriera scolastica da professore di storia e filosofia. Tutti, ovviamente, sapevano chi fossi e qual’era la storia politica e giudiziaria che mi portavo dietro. Quella giudiziaria in modo falsato, condizionata dal libro La Strage di Stato (o, di recente, dal film di Giordana Il romanzo di una strage), che poi è risultato inquinato dai servizi segreti e dai loro sodali… Beh, per farla breve, gli studenti chiesero la collaborazione degli insegnanti per capacitarsi in quegli avvenimenti e, siccome è nell’etimo stesso il lasciare un segno, i miei colleghi opposero un netto rifiuto. Perché fare il solito pistolotto antifascista, ironizzare sul trapianto dei capelli di Berlusconi (la mia collega di inglese ne ricavò un breve testo da far tradurre), invitare al pianto intorno alle sorti dei reietti dei disperati degli zingari degli omosessuali e, va da sé e in primis, degli ebrei non costa troppa fatica e il consenso è scontato e doveroso…
Così io solo, allora in contatto con l’ambasciata dell’Iraq e con il materiale, certo di propaganda, che giustificava l’annessione del Kuwait, mi adoperai con due incontri, il primo solo per i ragazzi ‘di destra’, il secondo, richiestomi dai ‘compagni’, per tutti gli studenti. Divertente, oserei dire, vedere falci e martelli l’a degli anarchici e la croce celtica promuovere l’assemblea nella palestra dell’istituto. Che, poi, gli (de) emeriti miei colleghi abbiano storto la bocca, rosicato, fattamela pagare è altra storia, inessenziale…
Perché questa lunga, autoreferenziale premessa? Un po’ di pazienza… mi conoscete ormai… giro, giro, ma infine arrivo al centro del gorgo…
Sono stato brevemente ad Area 19, poco sopra lo stadio Olimpico, dove è stata dirottata l’annunciata manifestazione dell’European Solidarity Front for Syria. Revocato lo svolgimento, programmato da mesi, a Ponte Milvio per motivi di ordine pubblico dalla Questura e, con il nuovo Sindaco, dal Comune per occupazione di suolo pubblico. Ovviamente ciò ha inciso sul numero delle presenze preventivate, una spianata con poca ombra e scarsi servizi, circa duecento militanti della galassia anticapitalista e ferocemente anti-USA, la comunità siriana fedele ad Hassad con le donne e i bambini, musica popolare e sventolio di bandiere, un piccolo banchetto con le t-shirts d’occasione (ne ho comprata una d’un bel colore rosso fiammante e con tanto di logo e sul retro una bella scritta, purtroppo in inglese, che invita a tener giù le zampe dal paese arabo. Questa mattina l’indosso. Il pizzettaro sotto casa, da cui compro patate al forno eccellenti, fa parte di coloro che si sono fatti infinocchiare dall’opposizione siriana).
Confesso che non coltivo più quel militante interesse verso le ‘cose di questo mondo’, che ha caratterizzato la mia esistenza e di cui rivendico i meriti, forse pochi, e gli errori, sebbene mi sia chiaro – e non mi sposto da questa linea ideale e di combattimento – come della Siria, di Hassad e dei suoi nemici interessi ad Israele agli Stati Uniti e agli imbecilli della UE, compresi gli ‘utili idioti’ di casa nostra, se non per ridisegnare l’area del Medio Oriente a tutto favore di nuove frontiere strategiche e di controllo economico (basterà qui rilevare che la percentuale di siriani in armi contro il legittimo governo raggiunge meno del dieci per cento, essendo tutti gli altri mercenari provenienti dai paesi limitrofi e non…). Eppure vi è ancora chi, su qualche sito d’arcaico antifà, pensa che io rappresenti il prototipo del ‘vecchio nazimaoista’ (prego, anarco-fascista sì, altro no…), regista occulto o quasi degli organizzatori romani della manifestazione…
Qualcuno, con tendenze poetico-mitologiche, si limita a darmi del ‘lemure dall’Ade’ (per intenderci una sorta di larva, anima inquieta di morto che viene a tormentare i vivi… magari, visto che di vivi, già morti, il mondo n’è in abbondanza. Grazie, dunque, per il non voluto riconoscimento). Che ci posso fare, definito da sempre ‘provocatore’, devo mantenere il punto e, di conseguenza, trovarmi ad essere comunque contro. ‘Fetentissimo’, cioè il sottoscritto, s’è coniato un motto, pur privo di blasone e sangue bleu, e se ne fa vanto. Ecco perché, pur aggravato dal caldo opprimente scoppiato improvviso sulla Capitale e con qualche privata difficoltà d’affrontare, s’è detto che, magari per una limitata presenza, doveva essere ad Area 19 a testimoniare che non c’è alcuna resa, alcun ripensamento e… dimenticavo il motto, già: Faccia al sole e in culo al mondo!...
mercoledì 8 maggio 2013
Racconti di...verità!
di Mario M. Merlino
Confesso che il mio primo libro di racconti, Atmosfere in nero, mi ha dato delle soddisfazioni e di questo lo devo ringraziare. E di questo ‘grazie’ ne faccio partecipi i lettori di Ereticamente. E’ come se ci si sedesse intorno al camino in un giorno in cui i vetri tremano per le raffiche del vento e sottili strati di ghiaccio si formino ai bordi della finestra. Siccome le giornate si sono rese ormai più che primaverili, immaginiamoci di stare sulla spiaggia di Mondello (e chi voglia intendere, vi riconosca una richiesta esplicita di invito!) all’ombra di una vela a mezzogiorno, mentre spira un’arietta che porta odore di mare, salsedine e promessa di terre lontane.
(Dicono sia in atto un fenomeno di alterazione irreversibile del clima del Mediterraneo, rendendo quest’ultimo simile a luogo tropicale, soggetto a caldo umido e a repentini e violenti acquazzoni. Del resto ho memoria di quando, ragazzo, mi inerpicavo per i sentieri dell’entroterra riminese a fine stagione, tra Carpegna e Pennabilli, in cerca di fossili, tante le conchiglie e una volta un granchio con un pesciolino tra le chele. Insomma un tornare ai primordi, quando, ad esempio, come ci narra il poeta latino Lucrezio, era sufficiente afferrare per i capelli qualche amabile fanciulla e trascinarla in una caverna, offrendole un corbezzolo o, al massimo, un frutto. Tempi da trogloditi, l’ammetto, tempi però, mi si permetta, essere sotto l’ordine naturale delle cose…ahahah…).
Da ragazzo m’ero dilettato, senza successo alcuno e racchiudendoli nel cassetto, a buttar giù qualche esile raccontino e, in età di ondate ormonali, al confine della pornografia. Altrettanto dicasi dall’eremitaggio di Regina Coeli (ondate ormonali comprese e represse). Poco ancora nei successivi anni, febbrilmente coinvolto nel ruolo di docente (d)emerito di storia e filosofia (con relativa prosopopea e arrogante superomismo). Ecco che mi vien fuori il ghiribizzo di cimentarmi nella narrativa, di cui ero stato certo solerte lettore ma considerandola figlia di un dio minore. In questo – e ne faccio testimonianza – sollecitato dalle conversazioni pacate e intelligenti, in tardi pomeriggi e nei pressi di Fontana di Trevi, con Ugo Franzolin, già corrispondente di guerra della XMAS, giornalista de Il Meridiano d’Italia e de Il Secolo, scrittore.
Così raccolgo la bella storia, tragica, ma io l’avverto tutta d’amore di Mila ed Emilio, il cui destino è racchiuso in quel fazzoletto sporco di sangue, di cui il tenente Bernardino Bernardini aveva fatto dono, poco prima d’essere fucilato nello stadio di Lecco con gli altri quindici ufficiali. E la vicenda di Alima, giovane etiope, e di Marco nelle terre aspre dell’Impero alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale, con una appendice nell’oggi, in questo presente così squallido e triste nonostante - o soprattutto – le luci variopinte del consumismo. Ancora altre storie tra spezzoni di vite reali, come quella dell’ausiliaria Gina o del comandante Sannucci, e il ‘flusso ebbro’ che scaturiva nelle notti trascorse a corrente alternata.
In primo luogo una sfida con me stesso. Quel dare dignità ad altra forma di linguaggio, superando le pretese della filosofia e le analisi della storia di esser loro, tramite il saggio, le uniche a meritare attenzione. Mettersi in gioco nel reiterato chiedersi: ‘cosa farò da grande?’, perché, sì, mi rendo conto che non posso più dilazionare quanto l’anagrafe pretende. E rendersi conto che ci vuole sudor di gomito, scrivere scancellare e riscrivere, nitore della parola che deve esser tutta ‘tua’ e, al contempo, ‘di tutti e per tutti’. E oggi, andando dall’editore, sapere alfine se, ai primi di giugno, potrò dare voce al seguito con Ai confini del nero, ulteriori cinque racconti.
La storia, le storie di uomini e donne che ci hanno insegnato, dimostrando di possedere un animo grande, che valeva la pena di scegliere per non essere scelti e di scegliere per sempre. Soprattutto essere fra coloro che possiedono quello ‘spirito anticonformista per eccellenza, (quell’essere) antiborghesi sempre, irriverenti per vocazione’, come voleva fossero i giovani fra le due guerre Robert Brasillach. Non poco direi, anzi tanto e, qualche volta confesso, troppo… Sempre nella consapevolezza, gioiosa e raramente amara, d’essere ‘i cattivi dalla parte dei buoni’ (come ho scritto in E venne Valle Giulia), mai ‘dalla parte sbagliata’ e incuranti se i fessi i malevoli e gli opportunisti ci definiscono ‘male assoluto’…
Il 18 maggio sono stato invitato a proporre il libro a Lecco dove venne posta, nello stadio di via Cantarelli, una lapide a ricordo della fucilazione (assassinio premeditato e vigliacco) dei sedici ufficiali della Leonessa e del btg. Perugia, fra cui il padre di Mila. Una lapide riparatrice, sovente picconata da anonimi-conosciuti amanti del buio, che oggi la nuova giunta comunale vuole rimuovere e collocare in altro luogo e riscrivere per dare fondamento di (il)legittimità a quella mattanza.
E, probabilmente, degno compimento di tante presentazioni, di amici o di sconosciuti lettori, di coloro che mi hanno accompagnato in questa mia personale ‘avventura’. A tutti costoro va il mio ‘grazie’, soprattutto – e mi ripeto e lo ripeto per quelli che hanno condiviso e condividono le nostre idee le nostre battaglie il nostro cammino, magari avendo un momento di fiato grosso, di stanchezza, di esitazione – a chi ha ispirato questo libro, facendo sì che le parole fossero ossa carne e sangue al servizio e ‘per l’Onore!’.
lunedì 29 aprile 2013
Atmosfere funerarie, no, grazie...
Ho ripetuto più volte ed anche scritto, ad esempio in Strade d’Europa, suscitando la benevola disapprovazione di Giano Accame, come non desideri che si faccia alcuna funzione funebre, cerimonia o cose simili, quando sarò morto. Al mio funerale non vorrei esserci neppure come protagonista, immaginatevi in qualità di testimone per quello degli altri. E, difatti, non vado se non trascinato per obblighi affettivi. Al massimo, sì, prima d’essere trasformato in poca cenere e disperso (va bene anche una economicissima discarica o un modesto cassonetto dell’immondizia), una sana bevuta agli amici e camerati, quelli che ostinati pretendono di farmi il ‘presente!’, offerta dai miei figli…
Preambolo più adatto per una uggiosa grigia giornata di inizio novembre – facciamo il due, scelto a caso? - che in queste di fine aprile con l’arrivo di primavera con il suo carico di luce calore colori profumi. Tranquilli, niente scongiuri, sincere lacrime o di convenienza, cravatta nera e cappellini con la veletta, io sono inossidabile eternamente terrigno ferocemente deciso a tormentare tutti e tutto, anche i lettori di Ereticamente.
Mi torna a mente il vecchio commendator Cardelli, figura dannunziana, con il completo di lino bianco la paglietta il fiocco al posto della cravatta il bastone con il pomo d’argento. Proprietario delle corriere che facevano la spola con l’entroterra riminese, ultraottantenne, minuto, rugoso, il pizzetto candido. Al tempo di Giolitti sarebbe stato un ‘notabile’, facente parte la ristretta cerchia di quelli che si definivano i ‘galantuomini’. Beh, per noi ragazzini, un po’ per rispetto e un po’ per burla, quando lo s’incontrava, ci si trovava gusto a chiedergli come stava. Risposta immancabile: ‘Quando cammino, ancora si muove…’. Capito?!?
Di recente, a Roma, nella chiesa di San Marco, angolo piazza Venezia, due funerali, che hanno richiamato il disperso mondo dei ‘camerati’. Quello di Pino Rauti e quello di Teodoro Buontempo. Con accompagno doveroso di saluti romani gagliardetti tricolori striscioni interviste. La bara portata a spalla dai ‘fedelissimi’, magari per Teodoro da (fedeli) aspiranti consiglieri alle prossime elezioni comunali. (Dato il livello culturale, certamente ignari di quell’Enrico IV di Borbone e della sua conversione con la celebre e nobile giustificazione che ‘Parigi val bene una Messa!’).
Non sono andato ad entrambi. Perché del primo riconoscevo la forza delle idee innovative, ma anche la fragile statura come guida politica, che tanti aveva illuso, ad esempio al tempo di Linea, e poi tristemente disilluso (e per ragioni personali che, qui, non vale riferire. Per mia fortuna evito di coltivare il rancore e oltre quarant’anni sono un tempo lungo per evitare di guastarsi il fegato. Per buongusto, però, no, non potevo esserci…). Non ho mai avuto confidenza con Teodoro e, se ci s’incontrava (l’ultima volta un paio d’anni fa alla presentazione di un libro), s’abbozzava un saluto fugace e superficiale. Le sue scelte, tutte credo animate da intenti sinceri, furono sempre legate ad un partito di riferimento; le mie dal 1965 mai (non per altro mi piace gigionare con la definizione di anarco-fascismo). Ciò non toglie che seppe incarnare, in tante battaglie, l’anima proletaria e fascista di cui abbiamo avuto e, a maggior ragione oggi, bisogno. Solo che ad un funerale si va per dare l’ultimo saluto ad un amico, ad un camerata, magari ad un avversario che si è conquistato il nostro rispetto. A fare passerella ci sono le sfilate di moda, a ritrovare gli uni e gli altri il caffè o l’osteria, per recuperare l’anima dal fondo di se stessi e la camicia nera dal cassetto è sufficiente guardare la propria immagine nel segreto del cesso.
Non entro sovente in chiesa non nei cimiteri poco nei musei. Eppure sono stato il 25 aprile al Campo della Memoria, dove sono stati raccolti i resti, un pugnetto di ossa in cassette di zinco, di quel centinaio di ragazzi del btg. Barbarigo-XMas caduti sul fronte di Anzio. E domenica, il 28 aprile, alla Messa in ricordo del Duce in piazza Salerno, a Roma. Qualche misero atteggiamento cialtrone ed arrogante, qui, si può sopportare… perché, qui, avverti che aleggia lo spirito della grande Storia (‘con uno schianto non con una lagna’ ricorda Pound nel LXXIV dei Pisan Cantos). E fa bene il confrontarsi con essa, con essa pacificarsi.
‘Iddio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore…’.
lunedì 22 aprile 2013
Sandro e Laura, una storia che va rispettata
Sandro e Laura annunciarono l’arrivo della primavera, una primavera che calò rapida in autunno con i suoi colori grigi cupi il dilatarsi delle ombre l’umidità nelle ossa il bavero alzato della giacca. E le vampate improvvise atroci delle bombe l’urlo prolungato delle sirene e quel sangue generoso e quello ignaro confusi sull’asfalto mentre il gelo attanaglia il cuore e la follia domina la mente l’abbaiare delle pistole i lacrimogeni e le molotov. I sogni, i soli che ci rendono liberi, si trasformarono in incubi perversi e gli ideali, soffocati dall’odio ideologico, strapparono dalla viva carne e resero decrepita la giovinezza. (I romanzi, quelli venuti del dopo, su cui ci stiamo intrattenendo forse troppo a lungo, hanno anche questo: recuperare, tramite i sentimenti e le emozioni, ‘il paradiso perduto’, un’età dell’oro negata da quella del piombo).
Sandro e Laura una premessa mancata e recuperata, pur se tardivamente, viva icona, l’incipit disattivato, a cui venne tolta la spina. (Ed io aggiungo, senza vanto o presunzione alcuna, come fummo nonostante tutto i più forti i più generosi i più capaci di stare in piedi fra le rovine rispetto ai nostri coetanei avversari che dovettero fare i conti, terribili sotto il peso della ideologia, tra l’azione collettiva e il personale esperire. Ed anche questa è una lezione che si può ricavare dall’epilogo della loro storia. Il mondo così folto di graziosi falliti, come sosteneva Drieu la Rochelle , l’abbiamo poco condiviso e per fortuna).
Nel corridoio del terzo piano Angela piange silenziosa e imbarazzata. Mi ha fatto chiamare dal bidello. Ed ora cerca le parole per ringraziarmi in quanto, unico fra i professori della figlia, ho cercato di difenderla da una sorta d’antipatia generatasi nei suoi confronti. I presunti miei colleghi, more solito, abbisognano di un capro espiatorio, di un tribunale del popolo, dell’ombra della ghigliottina e del colpo alla nuca. Ovviamente con rigida motivazione didattica e dintorni. Cialtroni… Sono ben conscio che una ragazzina di sedici anni, graziosa disattenta impertinente, possa entrare nella linea di fuoco della cattedra registro ammonizioni.
Essere insegnanti, però e in primo luogo, equivale essere fra coloro che lasciano un segno di merito e non la ferita putrescente della tortura. Un tempo, sano, si parlava di modelli educativi e di vocazione all’insegnamento… D’altronde, ‘là dove il sapere non è una sapienza trasmessa in una esperienza, chiunque è abbonato a un’università che è una casella postale’ (Roberto Calasso, La rovina di Kasch). E cosa possono condividere, oltre la campanella l’aula la lavagna e i gessetti colorati, quegli esseri inutili che, pretendendo senza autorità se non di carte bollate professarsi professori, vorrebbero mettere a confronto la banalità del loro quotidiano, travestito con la barba di Marx il pizzetto di Lenin e i baffoni di Stalin?
Al telefono: ‘Se pensi di uscire con me solo per una pizza e una scopata, lascia perdere. Ho una storia che va rispettata. Se domani diranno che sono la donna di un nero, non me ne frega niente; ma non voglio che dicano che sono la puttana di un fascista’. E mi raccontavi di quando, studentessa di liceo, urlavi contro il cielo muto le finestre serrate e i marciapiedi deserti il mio nome maledetto. Poi, in un tardo pomeriggio autunnale, abbiamo affondato il passo sulla spiaggia abbandonata all’onda silenziosa e al vento che ci portava odore di terre lontane. Avevi freddo. Ti ho avvolto con la mia sciarpa. Fragile riparo, lo so. E ancora la trama dei giorni, la resa al quotidiano… Quanti tradimenti sono stati perpetrati contro il linguaggio del corpo in nome dello sventolio di bandiere rosse pugni chiusi le dita ad imitare la canna della rivoltella mentre, di notte, mi guardavi sorpresa e spaurita di fronte a sensazioni che ti erano e avevi negato. Anche questo appartiene al detto non detto nella memoria narrante come rossi e neri si odiarono si combatterono e seppero anche, in alcuni casi, amarsi…
Le divinità delle fonti e delle selve sono state sradicate e la ‘metafisica del boia’, di cui Nietzsche parla e di cui Marx e Freud si fecero a loro modo profeti, s’è imposta prima che anche il suo orgoglio vendicativo , rivestito di carità e pietà, venisse annientato da quel nulla, che è al contempo di se stesso carnefice e vittima….
E, qui, con altri accenti intenti e motivazioni Shakespeare insegna che ‘il resto è silenzio’ o, per dirla con il mio amico il Califfo, ‘è noia’. Noia, in fondo, come nostalgia di quando eravamo autenticamente vivi nonostante le prigioni dei pregiudizi parole d’ordine miti rispettivi e in conflitto fra loro e prima che si aprissero e si chiudessero quelle formate da sbarre e chiavistelli.
domenica 21 aprile 2013
Neri e rossi... con amore
Eppure Sergio Pucciarelli e tutti gli altri che hanno narrato di un ‘nero’ e di una ‘rossa’, confesso e mi sconfesso, hanno delle storie che sono il frutto maturo di una stagione ove tutto ciò poteva accadere e, di fatto, accadde. E che sono, a ben guardare un inno alla giovinezza alla gioia di vivere alla ricerca di una felicità possibile al primato delle emozioni a quel linguaggio del corpo che, troppo spesso, prigionieri di una cultura cristiana marxista e freudiana (si tenga conto della medesima origine), è stato disatteso da sensi di colpa, macigni insormontabili e schiaccianti e perversi. Qualcuno si ricorderà di Antonello Venditti quando cantava del padre simile a ‘una montagna troppo alta da scalare’ ed anche come, di fronte al liceo Giulio Cesare, ‘Nietzsche e Marx si davano la mano…’.
Non ricordo se qui, su Ereticamente, ho raccontato di Sandro e Laura in quella mattina di annunciata primavera del 1 marzo del ’68, a Valle Giulia. Di sicuro ne ho tratto un capitolo in Ritratti in piedi e riproposto in sintesi in E venne Valle Giulia (mi faccio un po’ di pubblicità gratuita per un libro che, pur stampato nel 2008 e quest’anno in seconda ristampa, non ha perso di vivacità interesse attualità. Chi vuole trarne conseguenza, io sono pronto per una ulteriore presentazione. E dai…). Mi sopportino, dunque, i lettori (non dico di perdonarmi che è sentimento nobile ma eccessivo per simile occasione) se andrò ripetendomi, ma questa è prerogativa dei vecchi (e dei rincoglioniti!).
Sandro era sceso dai Castelli Romani, capelli lunghi barba occhiali dalla montatura forte camicia a scacchi (un Merlino più bello, meno geniale), membro della Caravella; Laura aveva preso il treno alla stazione di Latina, studentessa del primo anno di Architettura, esile slanciata molto graziosa, partecipe di qualche Collettivo di sinistra. Ebbero la ‘loro’ storia nella storia di quella mattina fatta di scontri tra studenti e polizia, lacrimogeni sirene e caroselli della celere bastoni sassi cariche e corse sui pratoni di Villa Borghese. Beh, Sandro mentre incitava gli altri studenti a non fuggire si prese una sassata in un occhio e Laura, trovandosi nei pressi, lo soccorse asciugandogli il sangue con il suo fazzoletto sorreggendolo e aiutandolo a evitare d’essere fermato dalle guardie. Scoprì così che egli era ‘l’altro’, il fascista, il nemico… Ne nacque una bella vicenda sentimentale, interrotta brutalmente dopo la strage di Piazza Fontana ed il mio arresto. Allora le saracinesche si abbassarono spente le radio ognuno scoperse d’essere ‘o con noi o contro di noi’ in un aberrante gioco al massacro. Solo dopo un decennio si ritrovarono, lei sconfitta nel personale oltre che nell’ideologia, lui ‘un perdente di successo’ per dirla con Giorgio Albertazzi, poi la vita li condusse altrove. Alcuni anni fa Laura è morta per un male incurabile…
Ho visto sempre nella loro vicenda il paradigma del Sessantotto, di quello che poteva essere (una rivolta generazionale, l’irrompere della fantasia del passo lieve di danza del dio Dioniso – e il rimando a Nietzsche è scontato – del regno del possibile contro le regole e le prigioni della necessità). Nel loro fallimento la sconfitta in nome delle dicotomie ideologiche politiche (meglio: partitiche) del mondo adulto con le sue ragioni né nobili né eque di meccanismi da proconsoli della colonia Italia (l’ipotetico scenario di guerra fredda, forse solo tiepida o con Yalta neppure guerra, tra Oriente ed Occidente). Non è casuale che, con il terrore delle stragi e delle P38, si è parlato di ‘anni di piombo’. Anni definiti dal peso di gravità, che spinge verso il basso, là dove regnano gli oscuri meandri del magmatico informe stato della quantità, a tarpare le ali (cosa sono le nostre scapole se non ali rapprese e avvilite, ma anche annuncio e premessa del sogno di Icaro di volare incontro al Sole?).
Sandro e Laura furono carne ossa e sangue, i romanzi che sono seguiti sono parole scritte sulla carta. Del resto, ci è stato insegnato da Martin Heidegger a pensare che ‘l’uomo abita nella casa del linguaggio’… E, allora, là dove si realizza il dominio della parola, quale ascolto dell’Essere, ben vengano quelle storie narrate che rinnovano in noi, nonostante il nostro nichilismo radicato e non domo, il sorgere della domanda su ciò che volevamo poter divenire e come avremmo potuto far sì che il mondo di fatto divenisse. Almeno nella libertà creativa dei sentimenti…
Forse continua…
venerdì 19 aprile 2013
Oh, conosco questa storia di scrivere sempre troppo o troppo poco...
di Mario M. Merlino
Venerdì 3 maggio, alle ore 20,30, al Gandalf di Ostia mi hanno chiesto di presentare il libro Il Nero e la Rossa , edizioni Gremese, con sottotitolo ‘una storia d’amore negli anni di piombo’. L’autore, Sergio Pucciarelli, è al suo primo romanzo. Un pub, il Gandalf, dove una ristretta comunità non si schernisce davanti al tentativo di realizzare alcuni momenti d’incontro di ascolto di riflessione di dibattito. Lodevole sotto tutti i punti di vista. A Delio, dunque, il nostro grazie. Vi ho portato alcuni dei miei libri insieme a Rodolfo. E, sempre, ne ho tratto sicuro conforto e, se volete, una radicata ostinazione nel credere come il vecchio motto mussoliniano che il libro e il moschetto rendano il fascista perfetto. Sì, vale ancora d’essere proposto, nonostante del moschetto si possa e si debba fare a meno ed anche (nel presente di certo, forse domani chissà) della spranga della molotov che ci fecero compagnia quando eravamo giovani ed altri erano i tempi.
Primo romanzo, si diceva, e l’autore, Sergio, proprio quest’anno compie cinquant’anni. Tardiva decisione di darsi alla narrativa? Non mi sembra anche se l’essere opera prima si percepisce da alcuni passaggi ove il linguaggio indugia s’orienta prosegue poi cercando d’essere più agile e spedito. Affermava Giacomo Leopardi che, dopo aver scritto, si necessita ‘tagliare tagliare tagliare’… Ora noi, con il latinista e stalinista Luciano Canfora, condividiamo come tante considerazioni di quella mezza tacca di Recanati siano simili al retrobottega del barbiere dove si discute del mondo e si conosce soltanto la piazzetta la fontana il bar all’angolo. Insomma il De Sanctis lo privilegia allo Schopenhauer e, diversi anni fa, s’è tentato di trasformarlo quasi un compagno di strada di Nietzsche. Bah, con il complesso verso le donne perché gli puzzava il fiato… non si va lontano e si corre il rischio di finire dall’amico(!?) Ranieri a contemplare le ginestre sul Vesuvio.
Eppure ha ragione nel richiedere che l’immagine e la frase si risolvano come una pennellata veloce, a forti tinte, o depositarsi sul foglio in quella forma di leggerezza, di cui Robert Brasillach è stato maestro. Detto questo, come una sorta di preambolo, chiarisco subito che mi sono accostato alla lettura con una certa prevenzione e ne sono riemerso con un giudizio verso la storia lusinghiero. E mi spiego (del libro non tratto, un libro, soprattutto se di narrativa, si invita a leggere e non si racconta. E questo è libro che vale la pena non avere soltanto sul comodino prima d’addormentarsi). Dopo il solitario intrigante prossimo a quelli della mia generazione romanzo di Antonio Pennacchi Il Fasciocomunista ( la Littoria di Accio Benassi e lo stesso protagonista ci sono familiari), c’è stato un lungo silenzio per poi essere rotto da diverse opere tutte sul medesimo tema e con medesimo impianto narrativo. E, nel cassetto, abbiamo il dattiloscritto, titolo Cuore Nero, dell’amico Nello Gatta che ci dispiace essere rimasto inedito perché ci piace, sì, ci piace molto… Non le citerò, va da sé, se non perché estraneo alla ‘nostra’(?) area il romanzo di Giuseppe Culicchia Il Paese delle meraviglie e quel Baci e Bastonate di Augusto Grandi, strafottente scanzonato irriverente come il suo autore con cui ho condiviso più di una birra all’Asso di bastoni di Torino.
Cosa rimprovero, bonariamente s’intende, a questi libri. Che essi seguono sostanzialmente uno schema ‘blindato’, cioè la trama vede sempre un giovane di ‘destra’ e una ragazza di ‘sinistra’ (e Il Nero e la Rossa non si sottrae). Ora che il femminino si sia ritrovato sotto le bandiere rosse, i pugni chiusi, l’illusoria convinzione che prossima era la instaurazione del regno di Bengodi è nell’ordine naturale delle cose. La piazza diviene lo spazio sostitutivo del lavatoio e dei terrazzi ove stendere i panni (e qui mi urge precisare che l’ironia del linguaggio e delle immagini nasconde un radicato e radicale rispetto verso l’altra metà del cielo). Quando, però, si scrive, è alla ricerca del difforme che ci si deve affidare per non cadere nel reiterato conformismo. Una giovane di ‘sinistra’ (quanto ancora c’è da apprendere dalla lezione di Giorgio Gaber!) che finisce, lei più che lui, ad innamorarsi di quell’’altro’ che le sprigiona ondate ormonali forse memore della favola della bella e del mostro… Insomma, sulla carta si compensa una certa invidia per essere stati all’ombra dell’onanismo, sovente elevato a nobiltà del dominio maschilista, finendo per dare una falsa immagine di sé e ragione a certo psicologismo becero ‘mostri del Circeo e dintorni’…
Questa notte mi rendo conto essere malevolo e forse ingiusto e certamente in stato confusionale (vi assicuro che non ho cercato conforto nell’alcool, io nichilista, che mi difendo in terra e in cielo da ogni pretesa consolante e giustificatoria). Cosa c’entra – o sì? – con il libro di Pucciarelli, libro che, di fatto, ho letto e trovato gradevole, anzi in qualche tratto ‘irritante’ per aver rinnovato la nostalgia verso la comune giovinezza?
‘Ho ricevuto dal cielo tanti doni benedetti, ma li ho rovinati e fatti a pezzi a forza di ragionare. Mi basta toccarlo con la punta delle dita, e il polline cade dal fiore’, così il vecchio Knut Hamsun. Forse un giorno racconterò la storia (vera) di un nero (io) e di una rossa…
domenica 3 marzo 2013
Una spiaggia deserta dove fermarsi a riflettere
di Mario M. Merlino
Oggi vi voglio raccontare una storia. Forse un po’ incerta, ma autentica. Quando avrò la possibilità di raccogliere dettagli più precisi, diventerà – è una ideuzza che mi frulla in testa – l’inizio di un libro che dovrei riuscire a scrivere a quattro mani (purchè non si finisca a quattro zampe!). In estrema sintesi: è la vicenda di due giovani che, intrecciando e separando di volta in volta la loro esistenza, partecipano all’esperienza della Repubblica Sociale e agli avvenimenti del dopo guerra fino al ’68. (Ieri era l’anniversario della ‘battaglia di Valle Giulia’, come venne chiamata nel poster in cui il sottoscritto e tanti camerati si fecero valere in prima fila. Avrei dovuto e potuto farne un momento epico rievocativo riflessivo su Ereticamente, ma non ho voluto per non tradire la mia natura di guerriero capace di coltivare in umiltà e silenzio le virtù della spranga e della molotov…).
Torniamo alla storia, che qui m’interessa proporvi. Se, poi, sottintenda una morale e quale essa sia, la lascio all’intelligenza del lettore. Magari collegandola ai due articoli precedenti in clima post-elettorale. Con la premessa che ero un ragazzino quando un vecchio bagnino me l’ha raccontata; da qualche parte poi vidi una fotografia del barcone (con il nome di una santa, mi sembra). Tutto qui.
Vi fu un anno particolarmente freddo sulla costa adriatica e a Rimini in particolare. Siamo durante gli anni Trenta, forse alla fine degli anni Venti. Certo il Fascismo ha conquistato il potere ed ormai l’ha ampiamente consolidato. Cadde una nevicata, quell’inverno, improvvisa fitta imprevista abbondante. A largo una paranza, per il troppo peso della neve, affondò e, nelle acque gelide, perirono tutti i pescatori che erano a bordo. Una tragedia del mare, il rischio di chi sfida il vento e l’onda. Solo il mozzo si salvò. Quella mattina, invece d’essere con gli altri a gettare le reti, si trovava nella piccola cella della stazione dei regi carabinieri.
Era accaduto che, il giorno precedente, mentre erano in navigazione, uno dei marinai s’era fatto vanto delle sue imprese squadriste. In una occasione erano partiti, lui ed altri camerati, per dare una sonora lezione ad un avversario nella zona del ravennate. Costui si trovava a tavola con i familiari in un isolato casale di campagna. All’intimazione di uscire, ben consapevole di cosa l’attendesse, s’era aggrappato al bordo del tavolo cercando di resistere a chi, strattonandolo, cercava viceversa di trascinarlo all’aperto. Allora, aveva proseguito il pescatore, egli aveva estratto il pugnale e l’aveva conficcato sul dorso della mano. A sentir questa storia, il tono della voce, lo sghignazzare, il mozzo s’era fatto rosso d’ira e di sdegno e l’aveva insultato, ricevendo la minacciosa risposta di pagarne le conseguenze al ritorno a terra. Così il maresciallo dell’Arma s’era premunito di rinchiuderlo nella cella di sicurezza – per il suo bene – in modo che si decantasse l’accaduto… La lite le minacce la benevolenza del maresciallo frutto del caso o della necessità? Qui cozzano i marosi del pensiero occidentale in costante contrasto fra loro; su questa plaga deserta vengono ad approdare i rottami del domandare. Forse è superficiale affidarsi ai luoghi comuni dove la saggezza dei fessi, i proverbi ad esempio, suggerisce come dove tutto appare perduto là si annida la salvezza.
(Apro una parentesi personale. Sovente mi dico di essere stato un uomo fortunato. - Ah, oui les femmes non l’argent? -… Mi riferisco all’essere finito fra i primissimi nelle maglie della repressione di qualche strategia interna deviata proveniente d’oltre-oceano o vento gelido degli Urali cortina di bambù interessi dollaro sette sorelle complotti gladio bianche gladio rosse intrigo segreti di Pulcinella massoneria l’ombra d’Israele fascisti su Marte cancrena colonnelli generali sceicchi kamikaze brigatisti brigadieri briganti. Intanto perché ho completato gli studi e mi sono laureato, realizzando nel proseguo e con qualche zeppa di troppo, messami di traverso, l’aspirazione di fare l’insegnante, maturata da adolescente al liceo. Soprattutto perché ho evitato la tentazione di provare la potenza delle mani trasformate in strumenti decisionali di vita e di morte…).
Mi dicono che qualcuno propone di fare un passo indietro, nella galassia prossima al numero zero, per il bene della causa comune (o propria?); altri che indugiano in dotte giustificatorie analisi dove ci si assolve – in clima di aspirata restauratio ecclesiae - e si delega ad altri ogni responsabilità. Non ricordo se Pinocchio tirò contro il grillo parlante una ciabatta… Un tavolo di confronto ove sedersi, con animo scevro da personali tatticismi, per trovare – ennesima aspirazione con reiterato tentativo – l’unità dell’area, magari senza chiedersi preventivamente se siamo ancora su terreno edificabile o dissestato dal terremoto o reso fanghiglia. Tutti, in fondo, timorosi d’essere relegati a un ruolo secondario rispetto a quello di custodi del niente…
Avevo anticipato che non avrei fatto della morale; che avrei lasciato al lettore cercare le possibili coordinate con il presente. Vedo che sto scivolando in questa direzione. Nietzsche scrisse ‘al di là del bene e del male’, poi, però, cercò la via ove realizzare la trasmutazione d’ogni valore e solo la follia, l’abbracciare un ronzino a piazza Carlo Alberto a Torino, lo salvò da proporsi novello Mosè con la tavola delle leggi in mano… Allora mi fermo alla storia che vi ho raccontato. Al possibile libro che ho in mente – e che, intanto, da modesto piazzista comincio a reclamizzare -. Alla Rimini che, in anni successivi, mi avrebbe visto crescere, imparando prima a nuotare e andare in bicicletta che a camminare sicuro e senza dande. Mi fermo là dove, con un confronto tutto personale, affido alle sbarre e ai chiavistelli, più che alla mente e al cuore, il cammino che m’ha reso amico, come lo Zarathustra, l’aquila e il serpente, la sfida e la prudenza (nei punti esclamativi! Nelle certezze di adamantino nitore! In ogni atto giustificatorio ed assolutorio sulla straordinaria leggerezza del nulla contro ogni pesantezza dell’essere!)…
giovedì 24 gennaio 2013
Corsi e ricorsi...'eversivi'
di Mario M. Merlino
Una mattina piombarono numerosi e decisi nel piccolo locale, dove confezionavamo lampadari in vetro stile liberty, mettendoci spalle al muro e rovistando disperdendo registrando quei vetrini colorati gli arnesi la colla fogli di giornale e bottiglie vuote. Ovviamente i nostri nomi e cognomi, che conoscevano bene. Qualcuno – dopo quarant’anni ed oltre non vale dargli fama, pur se nefasta – aveva avvisato i suoi ‘datori di lavoro’ che s’era detto di gettar molotov contro le guardie durante la manifestazione del giorno appresso. Ciò che rammento non è la denuncia – pochi mesi dopo ben altro ci avrebbero gettato sul groppone! -. In quegli anni personalmente feci ‘onorevole’ collezione di quattordici avvisi per manifestazione non autorizzata porto ed uso di armi improprie violenza su persone danneggiamento e incendio e quant’altro per essere arruolato decorato riconosciuto amato e odiato quale contestatore sovversivo eversivo rivoluzionario teppista delinquente… E, basta!, qui si scade in un’orgia di traboccante indecente senile vanità, un abbaiare da cane senza più denti… Quel che rammento, dicevo, è che, nel verbale di perquisizione, risultò che ci avevano sequestrato quelle bottiglie vuote, catalogandole come… ‘molotov scariche’…
Non c’erano prossime elezioni non si presentava Casa Pound Italia a destra della destra e un sgomitarsi affollarsi da percentuali di prefisso telefonico, forse più stupidamente c’erano e in modo canagliesco falsi amici e certi nemici – quest’ultimi sempre gli stessi e sempre con la medesima faccia da maiali – che si preparavano a piazzare bombe a Milano e Roma. Il Gattopardo, dialogando con un amico francese, ci avrebbe ricordato che tutto cambia per nulla cambiare salvo profetizzare che dopo, dopo sarebbero venuti jene e sciacalletti a sostituire leoni e leopardi…
Un mese dopo, giornata autunnale romana, cielo terso, tra l’ultimo tepore dell’estate trascorsa e l’inverno con il suo grigio piogge e freddo alle porte. Sempre i soliti e sempre con una molotov ‘scarica’ si attraversa il giardino del Colle Oppio da dove – lo dico per i borbonici palermitani e, par condicio, per i mangiatori di polenta in camicia verde – si può ammirare il Colosseo e le rovine delle Terme di Traiano. (Consiglio farci una capatina al tramonto con il sole che incendia le orbite vuote dell’anfiteatro di Tito, noto perché vi era un lago artificiale e una enorme statua del divo Nerone). Tra quei ruderi la sezione del Movimento Sociale, nella quale m’ero fatto le ossa dal 1962 al 1965, Congresso di Pescara, accordo sotto banco Michelini-Almirante, scontri con i compagni sulla spiaggia e dentro la hall dell’albergo con relativo lancio di insulti sputi monetine all’indirizzo del dolicocefalo occhi di ghiaccio bella oratoria capo dell’opposizione (fasulla), uscita dal partito e successivo ‘esilio’ volontario a Francoforte sul Meno (altra storia dove il fascismo ‘immenso e rosso’, prove tecniche di rivoluzione, anarchismo vecchio e nuovo non vi svolgono alcun ruolo se non partecipi delle ossa carne e sangue del medesimo soggetto, l’attuale scrivente).
Geniale, si fa per dire, pensata… Prendiamo della benzina dal motorino riempiamo la bottiglia la tappiamo con della carta imbevuta spintoniamo la finestrella e giù il ‘micidiale’ ordigno. Dirà il segretario della sezione, verbale agli atti processuali, che s’era accorto del fatto per dei cocci di vetro sul pavimento e una modesta macchia scura. Lo stesso nefasto Qualcuno affermerà essere stato io l’ideatore e realizzatore dell’azione terroristica (sic!) quando oramai era già un anno che misuravo dalla porta alla finestra i tre metri per sei della cella. Dai!, non ci crederete, mi hanno dato per simile atto l’aggravante come se gli gnomi fossero in atto di partorire i Titani, altrimenti detto quale rapporto potesse sussistere tra una rudimentale bottiglia di benzina e cinque ordigni ad alto potenziale e di tecnica sofisticata lo sapevano soltanto i giudici i periti i servizi segreti e la rivista Il Carabiniere che, in un lungo articolo, ammoniva i genieri dell’Arma d’apprendere quanto di nuovo c’era e di professionale nel manuale del terrorista…
Ho visto, ieri sera, il telegiornale – cosa rara, lo ammetto – e il servizio sugli arresti a Napoli con relative brevi sequenze di scontri (modesto lancio d’oggetti e d’invettive), il corteo nella città partenopea a cui ho partecipato per solidarietà da ‘replicante’, il volto gradevole della figlia dell’ex senatore Florito (a causa d’otite catarrale contratta nel carcere di Regina Coeli ci sento sempre meno, ma questo mi sembra essere il suo cognome), l’esposizione delle ‘armi’ sequestrate e il tutto accompagnato da voce fuori campo a descrivere i capi d’imputazione. Sono le immagini delle ‘armi’ che mi hanno ispirato questo ‘amarcord’ di lontan-issima giovinezza. Dei caschi per moto, obbligatori per chi le possiede, qualche rudimentale bastone e mazza artigianale, dei coltelli… e, sentendo parlare di associazione sovversiva ed altri paroloni inquisitori, m’aspettavo bombe a mano mitra pistole e, magari, anche un bazooka. Poco più di quelle famigerate molotov ‘scariche’ a me particolarmente care e ormai affidate alla bonaria ironica affettuosa giustificatoria memoria… Poi i propositi gli intenti le intercettazioni ambientali su camion pieni di pietre e manici di piccone (negli anni ’70 dicono che gli animatori della ‘maggioranza silenziosa’ avessero intenzione di posizionare una mitragliatrice dentro una ambulanza, passare a sirena spiegata durante un corteo sindacale o studentesco aprire i portelloni e rafficare i dimostranti. O qualcosa del genere. E, sempre se ricordo bene, non mi pare che nessuno s’è trovato avvisi di reato manette ai polsi sbarre e chiavistelli…) e la violenza e lo stupro di giovane studentessa di ‘religione ebraica’ davanti alla facoltà di Lettere con gli studenti, tutti ‘zecche’, a fare da spettatori gaudenti o inorriditi modello Quo vadis?, film strappa-lacrime anni ’50. Ogni commento su parole in oscena libertà sarebbe superfluo…
Allora, mi riferisco al 1969, autunno caldo strategia della tensione opposti estremismi anni di piombo stragismo golpe P38 Brigate Rosse arco costituzionale… Oggi, mi riferisco al prossimo 24 febbraio 2013, elezioni con Casa Pound Italia e Beppe Grillo uniti nella lotta criminalizzazione per i cattivi maestri e lettori del Mein Kampf e per il comico moglie iraniana e segrete convinzioni antisemite… A pensar male non è bene, ma sempre ‘loro’ vittime dichiarate e carnefici all’opera…






















