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giovedì 25 aprile 2013

25 aprile: tutti gli anni si festeggia una sconfitta


di Enrico  Marino


Tempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Fra queste la ricorrenza del 25 aprile, ma subito da sinistra ci fu una sollevazione di sdegno perchè quella festa doveva restare l’occasione di divisioni e di commemorazioni di parte. Gli agguati dei partigiani e le rappresaglie; una guerra civile che mise gli uni contro gli altri migliaia di italiani; i terrificanti bombardamenti angloamericani; i partigiani giustiziati e la macelleria messicana di Piazzale Loreto; i partiti che tornano alla luce del sole; le vendette e gli assassini partigiani del post-aprile 1945, quando in molti che erano stati dalla parte di Salò vennero braccati e uccisi, spesso innocentissimi; tutto questo doveva rimanere, non come ammonimento, ma solo come occasione per riaprire un fossato e spargere veleni anche fra le giovani generazioni e riproporre, sulla base di assurde equiparazioni fra il presente e il passato, scenari di contrapposizione feroce fra gli italiani.

La retorica peggiore sul 1945 è, infatti, quella di chi vorrebbe riesumare pari pari la "Resistenza"nell'oggi, di coloro che radicalizzano scelleratamente il confronto politico e rievocando i luoghi comuni della vulgata resistenziale - dei quali il tempo e gli accadimenti hanno ormai dimostrato la falsità - di quelli che hanno fatto del 25 aprile un feticcio intoccabile e un turpe commercio sul quale continuano a speculare associazioni reducistiche altrimenti marginali. Il 25 aprile continua, perciò, a essere una celebrazione ipocrita, tanto più in quanto non ci fu mai una liberazione, perché non siamo mai stati liberati. La verità è che il 25 aprile è una grossa mistificazione, in cui trionfa semplicemente la retorica comunista, stucchevole e dura a morire, nonostante la storia abbia certificato il suo fallimento politico, culturale e ideologico. Se analizzassimo gli eventi senza condizionamenti di parte, ci renderemmo conto che liberare un popolo da un’oppressione non significa semplicemente eliminare un totalitarismo qualsiasi, ma significa dare a quel popolo l’opportunità di uscire dalla sconfitta a testa alta e con dignità, per riprendere un cammino di progresso. Certamente non significa dividerlo e lasciarlo diviso nella menzogna storica, nella debolezza politica, nel vuoto etico e nella mistificazione di un periodo tragico in cui il “buono” e il “cattivo” vengono presentati in un quadro manicheo come due entità nettamente separate anziché come un tutt’uno, in un contesto nel quale chi lottava per l’una e per l’altra parte aveva ragioni e torti, condivisibili o meno che fossero.
Il vero è che alla fine della guerra a molti, sia interni al paese sia esterni, piacque l’idea indecente di un’Italia divisa e debole, sempre umiliata, inerme e succube, inoffensiva e pronta a uniformarsi alle scelte dei più forti, asservita all’alleato di turno e incapace di un ruolo alla pari. Insomma, un’Italia serva se non del comunismo totalitario sicuramente dell’americanismo peggiore. In questo, la Resistenza ha servito ugualmente bene due padroni. Il suo pezzente mito è stato abilmente alimentato e pompato dalla cultura comunista per imbrigliare in un permanente e antistorico fronte antifascista tutte le forze democratiche e impedire loro di emanciparsi politicamente emarginando dal potere la sinistra dell’epoca fino a oggi; d’altro canto ha avuto anche un’altra funzione, tenere il Paese sotto tutela ed evitare che riemergesse l’orgoglio nazionale, demonizzato come rigurgito fascista, senza una netta distinzione di colpa in questo tra comunisti, democristiani e socialisti. Tutti hanno avuto chiare e inequivocabili responsabilità in merito, perché hanno permesso che le decisioni sul destino del Paese fossero assunte a Washington o a Mosca, in un disegno volto a erodere l’identità e la sovranità del popolo italiano, affinché la coesione attorno a valori realmente condivisi, come patria e onore, orgoglio e identità nazionale, comunità e famiglia, non tornasse a infiammare il cuore degli italiani, come ancora oggi invece infiamma il cuore dei tedeschi e degli inglesi, dei francesi e degli americani.
Per questo, dunque, il mito della resistenza, la sua liturgia rinnovata di anno in anno, i suoi presunti  princìpi di libertà sono solo valori posticci atti a nascondere il vuoto identitario e politico che affligge il nostro paese da decenni, perché il mito del 25 aprile si basa sulla miserabile bugia secondo cui l’Italia avrebbe vinto la guerra in base all’inedita definizione di “co-belligeranza”. Fu invece la sanzione della sconfitta nella Guerra Mondiale e la fine sanguinosa di una guerra civile e nessuna nazione festeggia date del genere. Né le nazioni vinte come la Germania e il Giappone e neppure una nazione vincitrice come si considera la Francia, il cui territorio era diviso in due come l’Italia, che non festeggia l’ingresso delle truppe gaulliste a Parigi e la sconfitta di Petain. L’Italia nata dalla finta vittoria partigiana - che in realtà è una vittoria solo degli Alleati e della loro strapotenza bellica – è inoltre ben diversa dall’Italia che avrebbe dovuto essere. Guardatela oggi, è una nazione patetica, piccola, corrotta, fintamente libera, viziata, apatica, divisa, vile e persino venduta ai poteri della finanza e dello straniero, con il consenso e la connivenza di tutti coloro che ritualmente e supinamente si ritrovano ogni anno in piazza a biascicare ipocritamente di antifascismo e libertà, condivisione di valori e memoria storica.
Ecco perché non si può festeggiare questa data. E’ preferibile chi, con la passione nel cuore, perse la guerra con onore, a coloro i quali quella guerra fecero finta di vincerla. Non si può ricordare come “festa nazionale” una data che ha queste macchie indelebili di faziosità e di menzogna.
Enrico Marino

mercoledì 24 aprile 2013

Un Venticinqueaprile da Leoni!



di Gianluca Padovan



Bordeggio svogliatamente tra le bancarelle della fiera di paese, quand’ecco apparirmi quella dei libri vecchi, usati e «sdrusci». Tra le montagne di caratteri stampati e le copertine ammiccanti mi si staglia la stella fortunata. E la colgo al volo. Si tratta del mirabile libro di Umberto Bocca: «Storia dell’Italia partigiana» (Bocca U., Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943 – maggio 1945, Feltrinelli, Milano 2012).

Lo definisco, a ragione veduta, «mirabile» in quanto è assolutamente difficoltoso comporre, nel campo della letteratura moderna (la quale abbia pretese storiche nonché veritiere), un libro impeccabilmente e smaccatamente parziale. Ovvero di parte.

Ho potuto ammirare la maestrìa di Giorgio Bocca nel lanciare, come in una carica di cavalleria, pagine e pagine di pura esaltazione delle straordinarie truppe combattenti partigiane. Nonché (per quale motivo sottacerlo) di smaccato entusiasmo nei confronti dei cristallini «alleati» e dello specchiatissimo élan (slancio. N.d.A.) liberatorio. Élan che tutt’oggi ancora ci schiaccia con le sue banche private e il signoraggio della moneta, di cui non si deve assolutamente parlare. Difatti, ciò, è politicamente scorretto.


Ma torniamo all’esondante capolavoro bocchesco: la sua dipanazione non incontra alcuno scoglio dove il cacciatorpediniere comunista possa incagliarsi. Tutti bravi, tutti onesti, tutti solidali nel donare al Popolo Italiano una bella repubblica in formato odierno: governata dalla massoneria internazionale. Non un solo accenno ai soldati della parte avversa, arresisi e torturati prima di essere ammazzati. Non una parola a proposito di quelle decine di migliaia di civili italiani d’ambo i sessi e d’ogni età trucidati e magari pure infoibati dal fulgore comunista. Nemmeno una pieghetta sui fatti caratterizzanti il 1943, il 1944, il 1945 e fino al 1947 ed oltre. Allora, mi dico, questo librone è proprio un po’ di parte.

Cosa diranno i giovani e i meno giovani, in questo oramai distante «Venticinqueaprile 2013»? Per capire che cosa siano stati gli anni del cosiddetto fulgore partigiano non si può prescindere dalla lettura dei numerosi libri di Marco Pirina editi dal Centro Studi e Ricerche Storiche «Silentes Loquimur». Non si può ignorare, ad esempio, il libro di Antonio Serena: «I giorni di Caino» (Serena A., I giorni di Caino. Il dramma dei vinti nei crimini ignorati dalla storia ufficiale, Panda Edizioni, Noventa Padovana 1990). Per capire anche solamente che cosa sia successo in Lombardia, nella Brianza, si deve necessariamente leggere il libro di Norberto Bergna: «Sconosciuti» (Bergna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011).

Bergna non è noto come lo è stato Bocca. Ma ha saputo comporre un libro equilibrato, senz’enfasi e inappuntabile dal punto di vista storico. Ovvero è stato in grado di comporre quello che non ha saputo, potuto o voluto comporre Giorgio Bocca.

«Sconosciuti» è un testo serio, dettagliato e rispettoso dei fatti storici e quindi della Storia. Il libro raccoglie avvenimenti, aneddoti e dinamiche delle esecuzioni sommarie le quali hanno caratterizzato il breve, ma drammatico, momento di dominio dei partigiani comunisti. Vi è la copia, ad esempio, del fonogramma del Comitato di Liberazione Nazionale di Monza «a firma del comunista Buzzelli, per la cessazione delle esecuzioni sommarie». Così recita il fonogramma datato 30 aprile 1945 e diramato su ordine dell’autorità americana: «D’ordine delle autorità Americane occupanti la zona di Monza tutte le esecuzioni devono essere sospese ed i colpevoli devono essere tenuti prigionieri per essere consegnati alle autorità alleate occupanti» (Bregna N., Sconosciuti. Le “storie negate” di 200 vittime della guerra civile nella bassa Brianza, Bellavite, Missaglia 2011, p. 162). Oggi i criminali sono ancora onorati e incensati. Anche e soprattutto dalla massoneria internazionale. Nonché da chi non sa, da chi non vuole sapere e dagli stolti.

Gli opposti schieramenti dovrebbero battersi (se proprio non possono farne a meno) con lealtà ed onore. Da entrambe le parti taluni lo fecero, altri no. Il senso del mio qui presente scritto non vuole sottolineare le responsabilità di ognuno e le relative manchevolezze.

Desidera invece ricordare che a quasi settant’anni da quegli accadimenti si ha paura di dire la verità. Si ha una coscienza talmente laida che non si sa bene che cosa farne. A quasi settant’anni da quegli accadimenti l’intera popolazione deve essere mantenuta all’oscuro di ciò che realmente fu la Seconda Guerra Mondiale. Si deve mantenere ancora sotto terrore chi i fatti se li ricorda bene, in quanto li ha vissuti, perché potrebbe ancora parlare.

Questo vuole dire che il cosiddetto «vincitore» non è stato tale. Se ha prevalso la vittoria solo ed esclusivamente per via di una schiacciante produzione bellica, tale «vincitore» è rimasto orfano di vittoria sul piano eroico, umano e spirituale. Ed ha paura della Verità.

Deve negare la Storia con ogni mezzo, perché sa di non avere vinto, di non avere liberato alcunché, di essere il semplice mercenario dei banchieri che allora come oggi insanguinano il Mondo con le loro guerre private di potere.

Bocca tesse l’elegìa di chi ancor’oggi usa il terrore e i canali di grande comunicazione per annichilire e al contempo ottundere la popolazione. Tra gli ultimi anni della guerra mondiale e i primi della cosiddetta liberazione molti morirono per mano di briganti i quali volevano solo le proprietà, i beni materiali, di chi andavano ammazzando. Fu il via libera alla rapina gratuita. Torniamo serenamente a quegli anni per capire che cosa stiamo vivendo adesso e che cosa, ancor’oggi, c’impongano di commemorare.

Ricordiamo innanzitutto i morti civili, innocenti. Un tale sterminio non si deve ripetere. Ma ricordiamo anche di parlare al nostro cuore di chi si batté fino all’ultimo, ovvero dei Morti Vittoriosi. A loro la Gloria, anche a loro il nostro imperituro ricordo.